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Che palle la scuola. Ma anche no!

La scuola, per me, non è mai stato un problema.
Sin da piccolo ho avuto la fortuna di studiare nella scuola del paese e devo dire che l’insegnamento era buono. Le basi per un buon cammino scolastico erano solide meno, tuttavia, dei paesi più grandi limitrofi a noi.
Comunque sono stronzate, perché se uno si impegna, è bravo anche se viene dal più piccolo buco del mondo. Sacrificio e impegno non hanno un indirizzo.
La fortuna di andare nell’istituto del paese è che hai la probabilità di conoscere la maggior parte dei compagni, ma anche avere la possibilità di andare a lezione a piedi.
Mi ricordo la primavera e il primo sole ma anche l’autunno e il casino di foglie che i platani lasciavano sull’asfalto; quando si faceva un bel mucchietto lo immaginavo come un pallone e le spazzavo via con un bel calcio.
Io a scuola ci andavo passeggiando tranquillamente. Il tratto era breve e rapido ad eccezzione di un pezzo di strada, quello che intimoriva tutti i bambini della zona.
Rio de Janeiro.
Dall’altra parte del mondo.
Anche a Rio i bambini a scuola ci vanno a piedi. Dovuto all’alto numero di studenti, le lezioni sono divise in due turni: la mattina e il pomeriggio. Nelle favelas le scuole rappresentano una salvezza per le famiglie, prima di tutto per dare ai propri figli un minimo di istruzione e poi per non lasciarli in strada a fare altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Maria Eduarda lo scorso Aprile se ne stava a scuola godendosi l’ora che più di tutte amiamo: Educazione Fisica. Anche Maria Eduarda a scuola ci andava tranquillamente a piedi, solo che a Rio, quando vai a scuola, non si è sicuri di arrivarci e ne tantomeno di ritornare a casa. Quindi rettifico la cazzata, “tranquillamente” neanche per sogno!
Per capire meglio, è bene inquadrarvi la situazione: nel 2016 per ogni giorno di lezione 3 scuole (in media) hanno dovuto chiudere o sospendere le lezioni. Da Gennaio a Marzo 2017 in 22 giorni di lezioni gli istituti sono rimasti chiusi 65 volte lasciando 12mila alunni a casa. Sono numeri spaventosi se si pensa che si sta parlando semplicemente di scuola.
Non è solamente Rio ad avere questi problemi, mi vengono in mente tutti i paesi che oggigiorno sono in crisi di guerra o hanno gravi problemi sociali, ma la cosa che più intimorisce è il motivo per cui le scuole chiudono e il modo in cui possono morire dei semplici alunni.
Le scuole che ho sopraccitato non aprono per confronto tra fazioni di criminali o per confronto tra criminali e polizia. Confronto vuol dire “prendersi a fucilate” che qui è propriamente detto “troca de tiros”; ci si uccide per avere la superiorità del territorio, per vendetta, per fuggire o per continuare l’interminabile lotta tra guardia e ladri.
Immaginarsi di essere a scuola e dover fermare le lezioni perché fuori c’è uno scontro a fuoco, personalmente sono cose che ho visto solo nei film. Mi ricordo da noi le volte che ci fermavamo era perché fuori nevicava o, più avanti, scioperanti perché i termosifoni non fuonzionavano. Comunque qui succede quotidianamente e non è raro sentire dei colpi durante la lezione.
L’altra cosa preoccupante è il modo di morire, ovvero morire mentre si è a scuola, con i compagni, nel luogo che dovrebbe essere più sicuro del mondo. Non è assolutamente accettabile.
Perdere la vita per causa di qualcun’altro ma soprattutto trovarsi nel momento e nel posto sbagliato, le cosiddette morti per “bala perdida”, come vengono classificate qui.
Mi spiego meglio: durante un confronto a fuoco tra due parti, un proiettile di qualsiasi arma può colpire chiunque si trovi nei dintorni, ferendolo o uccidendolo (a seconda della fortuna o di Dio).
Il Brasile nel 2015 (fonte ONU) era il paese leader di morti causate per bala perdida, davanti ovviamente a Messico e Colombia (come sbagliarsi?!).
Morire per doversi trovare nel momento sbagliato al posto sbagliato è quello che è successo a Maria Eduarda, 13 anni, che se ne stava in palestra giocando a basket.
Due proiettili, provenienti fuori la scuola durante un confronto tra polizia e criminali, ne hanno deciso la vita, che doveva evidentemente terminare quel giorno.
Tutto questo per raccontarvi che andare a scuola può essere una rottura di palle ma conoscendo altre realtà, dobbiamo ritenerci fortunati (e tanto) a poterci andare e soprattutto ritornare a casa, tranquillamente.
Ecco io a scuola ci andavo a piedi e la cosa che più mi terrorizzava era Silvano, un tipo che raccoglieva tutto quello che trovava in strada e lo portava dentro casa. Aveva la barba grigiastra e un contenitore dove raccoglieva le cose raccolte con delle molle per fuoco (quelle del camino per capirci).
Mi ricordo che quel pezzo di strada davanti casa sua ce lo facevano correndo da matti, la notte il cuore ci arrivava in gola.
Questa era la mia unica paura. E per fortuna!

 

In memoria di tutti gli alunni andati e mai tornati

Finalmente Primavera

La primavera mi piaceva da morire.
Avevo dei ricordi stupendi da bambino e appena iniziava la nuova stagione tutto riaffiorava nella mia testa. Si riaccendevano d’improvviso i cinque sensi.
La primavera era una rinascita, l’inizio di un nuovo ciclo, sarebbe stato per tutti più allegro se il calendario ufficiale fosse iniziato a Marzo.
La primavera rappresentava la nuova vita, la fine del letargo per il mondo animale e della sofferenza per i fiori e le piante martoriate dal freddo, la neve, la pioggia, la brina.
Io mi ricordo della Primavera molto bene. Mia madre lasciava aperte le finestre e anche le case tornavano a respirare. Si spegneva il camino e si lasciava entrare la luce e il calore solare, erano benvenuti eccome.
La finestra della mia cameretta si affacciava dalla parte delle campagne; vedevo le lunghe distese di campi, le piante di olive e i filari di uva, d’inverno il cielo grigio. Appoggiavo la testa sul vetro freddo, il respiro caldo della mia bocca creava condensa e fissavo quelle piante pallide e senza foglie. Stavano soffrendo e il freddo e la pioggia le imbruttiva ancora di più.
A Marzo, però, le cose cambiavano e uno spettacolo di luci e di vita mi si presentava davanti. I campi resuscitavano, l’erba cresceva senza ostacoli, nuovi fiori e colori. Nuovi profumi floreali. Il pesco calvo e senza vita d’improvviso esplodeva in fiori rosa, il ciliegio, il melograno, anche l’ulivo si stava risvegliando. Si improfumavano e lo facevano sentire a tutti.
La terra stava partorendo nuova vita.
Mi piaceva tantissimo questa stagione, ci potevamo togliere gli imgombranti vestiti e uscire solo con il maglione, la felpa o un giacchetto. Come le lucertole cercavamo i raggi del sole per scaldarci, la pelle riscopriva la libertà e riassaporava l’aria, finalmente tiepida.
Anche le piante e gli insetti sembravano sorridere e finalmente si usciva fuori, LIBERI! La primavera ci mostrava uno dei processi naturali più stupendi al mondo, l’impollinazione. Insetti e fiori insieme, facevano l’amore sotto a splendide giornate di sole.
Io, particolarmente, ho delle bellissime immagini che mi passano per la mente, bei ricordi; nonna che sgrana piselli freschi fuori al sole, i fiori delle fave appesantiti dai propri frutti, gli alberi pieni di foglie nuove e verdi, l’erba che cresce a vista d’occhio, il profumo dell’erba tagliata e il rumore del tagliaerba la mattina presto, la vita di campagna.
Mi torna in mente il letto di casa, la luce del sole entrando e riscaldando solo una metà del materasso matrimoniale, io giustamente, cercavo di riscaldarmi solo da quel lato. Che spettacolo guardare fuori e il cielo finalmente senza nessuna tonalità di grigio.
Mi torna in mente di nuovo il giardino di zia, pieno di margherite. Erano riuscite anche le margherite dopo diversi mesi di brina e gelo. Qualcuna aspettava le api, qualcun’altra veniva schiacciata e le più belle raccolte. I fiori bianchi del ciliegio e dell’albero di visciole. L’amarena di visciole l’avete mai provata?
Zia tagliava il bosso con le forbici bello e perfetto, compatto su tutti i lati.
Le formiche ritornavano a lavoro, su e giù immagazzinando premurosamente cibo invece di spassarsela come la cicala. Brava la cicala, ‘sti cazzi!
Ogni volta che penso alla cicala me la immagino sul ramo, sdraiata con la sigaretta e le gambe incrociate a guardare sotto chi lavora.
In cielo si vedevano le rondini, cantavano e volavano. Deve essere stupendo volare dopo un lungo periodo di freddo. Quando in cielo si vedevano le rondini, a scuola, la maestra Marina, rispolverava Giovanni Pascoli. Quanti quaderni squinternati perché non mi ricordavo i versi.
Mi torna in mente l’orzo, finalmente lo potevo bere fresco e senza riscaldarlo, ci mettevo lo zucchero e i gentilini li facevo affogare senza farli rompere e ammorbidire troppo. Se il gentilino fosse caduto nel caffè d’orzo sarebbe stato un disastro, cambiava tutto il sapore. Dietro la tenda gigante del corridoio c’era il frigorifero vecchio che aprivo solo per vizio, dentro c’erano cose che non mi piacevano. La credenza celeste invece era più simpatica e emanava un odore di biscotti e altre specialità, ti faceva sentire a casa.
Poi mi piaceva rivedere la gente più anziana uscire nelle strade e andare dal fruttivendolo, al mercato oppure alla bottega. Il fruttivendolo cominciava a cambiare frutta nei cesti basta con arance, mandarini e mele. Basta!
Mi ricordo le persone chiacchierare fuori il negozio a gruppetti cercando sempre il lato riscaldato dai raggi. Il sole aveva d’improvviso perso una timidezza invernale.
La primavera era un regalo che tutti aspettavano. Un regalo azzeccato.
Tutto bellissimo.

De Leo, la vita e le proiezioni ortogonali

Il professore più temuto del Liceo era Antonio De Leo.
De Leo era un uomo bassetto, mezzo calvo e i colori dei suoi vestiti si limitavano al verde militare, avana, beige, grigio e marroncino. Quando sono entrato al Liceo insegnava Tecnologia e Disegno Tecnico per il biennio e Storia dell’Arte per gli studenti del triennio. Era un uomo di grande cultura, una capoccia che immagazzinava informazioni e che le risputava dalla bocca, un lettore accanito e sicuramente, in passato, uno che viaggiava abbastanza.
Comunque era temuto e i primi due anni, insieme ai miei colleghi, passammo guai seri nel Disegno tecnico tanto che ho appena brutti ricordi e solo per squadrare il foglio avrei volentieri lanciato il compasso e anche qualcos’altro alla lavagna. Il biennio in Tecnologia e Disegno non prometteva bene e sembrava una faticosa pesante scalata.
Se la squadratura del foglio era come imparare il finlandese, le proiezioni ortogonali avrebbero mandato in tilt tutta la classe e, oltre a lanciare il compasso, avrei volentieri lanciato tutta la cartellina 2x2metri fuori dalla finestra.
Tredici anni dopo mi resi conto che tutto non era poi così difficile, cioè teoricamente non era complicato ma a livello pratico ho ancora i miei dubbi.
L’altro giorno facendomi i cazzi di una delle mie più grandi amiche, ho visto una pubblicazione con una frase che mi ha particolarmente colpito, ed era questa: “Lavori per comprarti la macchina per andare a lavorare”. Vista così non fa una piega e la frase ha un effetto impressionante che potrebbe lasciarti sconvolto e triste tanto da decidere di andare a lavoro anche in autostop tutti i giorni se fosse possibile. In quest’era che siamo tutti “professionisti” (mi permetto di citare di nuovo il mio ex barbiere) “lanciare” aforismi è cosa quotidiana e il povero soggetto che sta dietro lo schermo, forse un pochino sensibile e vulnerabile, è tramortito da una legnata morale.
Io ci ho pensato in autobus guardando fuori dal finestrino (apro parentesi l’autobus e il treno anche se fanno cagare sono nella top list dei migliori posti per i momenti contemplativi) e la frase a dire la verità fa un grande effetto, ti sollecita a pensare a cosa sia giusto o meno fare. Potrebbe essere il momento buono per dire “Basta! Da domani ci vado in autostop a lavoro!”.
Tra i miei vecchi articoli di viaggio ho sempre voluto rimarcare lo sforzo di adattarsi a qualcosa che per noi è nuovo, in modo tale da sentirsi il più vicino possibile a quel nuovo che è differente.
Proprio su queste due parole mi vorrei soffermare: adattamento e consuetudine. Sono due parole bellissime, a seconda del punto di vista, perché adattarsi significa essere capaci di adeguarsi a qualcosa di diverso che non è della nostra consuetudine. Adeguarsi a qualcosa che non è della nostra normalità richiede estrema forza di volontà e complimenti a chi ci riesce, mentre la seconda parola è abitudine che è bella/brutta, perché se da un lato rafforza le proprie radici, tradizioni e usanze, dall’altro lato, un abuso di questa, può causare una sorta di pigrizia intellettuale e corporale della serie “ci sò abituato!” (stereotipo ad elevato tasso di brutalità).
Ritornando alla frase che poteva scioccare chiunque, come detto, ci ho pensato abbastanza e ho furbescamente rigirato la frittata, come si dice dalle nostre parti, analizzando la situazione dall’altra parte. L’ho vista da una prospettiva differente invece che dalla solita e forse chi va a lavoro, e non ha la possibilità di andarci a piedi, deve comprarsi un mezzo di locomozione che gli permette di arrivare a destinazione, lavorare e con i soldi che si guadagna ci studia, ci compra le spezie per cucinare, ci compra i libri per leggere, ci viaggia per conoscere il mondo, ci compra gli scarponcini da trekking che ci va in montagna che è una passione che coltiva da sempre e che chi ha scritto quella frase sul muro forse non ce l’ha!
Dobbiamo imparare ad osservare tutto da posizioni diverse, questo ci permetterà di vedere le cose da più punti di vista che significa avere la possibilità di scegliere. Una visione frontale è diversa da una laterale o dall’alto, più possibilità di punti di vista abbiamo e più scelta a noi è concessa.
Ecco la frase presa in esame è effettivamente appariscente ma dipende dal punto di vista (“Dipende dal punto di vista” per esempio è uno cliché simpatico).
I miei disegni a De Leo facevano cagare, sbagliavo spesso la proiezione, le linee tratteggiate e quelle continue e il foglio era evidentemente lurido di cancellature. Faceva cagare anche a me. Di disegno non avrò imparato tanto ma della lezione forse ne ho appreso il senso:
-Le Proiezioni Ortogonali sono una tecnica di rappresentazione che consente di visualizzare un oggetto anche tridimensionale sul piano bidimensionale (il foglio da disegno). Si tratta di proiettare secondo tre punti di vista lo stesso oggetto, ortogonalmente (perpendicolarmente) a tre diversi piani, ottenendo così tre diverse viste, una dall’alto chiamata pianta, una frontale chiamata prospetto e una laterale chiamata profilo.
La vita è come una proiezione ortogonale che deve costantemente essere proiettata per non avere SOLO e sempre la stessa visuale.

Quel giorno dal barbiere

Il mio barbiere (ormai ex) è un tipo strambo e allegro. Nel mio paese è conosciuto da tutti e fa questo mestiere da tanto tempo. Io ci andavo fin da piccolo, mi ricordo di tutti i particolari; il camice con la tasca ricucita, i profumi a pompetta Floïd arancione e verde, i poster ingialliti con acconciature passate di moda, il rasoio, il borotalco per alleviare la rasatura, i flaconcini di frizione per capelli, una vecchia lattina di Fanta piena di acqua attaccata alla stufa. Anche se fa questo mestiere da anni a volte faceva degli errori. Io ci andavo solo per farmi radere i capelli tutti della stessa misura quindi, il mio taglio, non era impegnativo. Un giorno decisi che i miei soldi potevano essere risparmiati e così mi comprai un tagliacapelli elettrico di plastica a poco prezzo. La sera chiamai mio padre al difficile compito di sostituire il barbiere e lui, insicuro, accettò l’invito. Per chi non sapesse, l’apparecchio è costituito da una parte metallica fissa (che taglia a zero millimetri) e una parte mobile di plastica con le varie misure che possono essere regolate a nostro piacimento. Con mio padre decidemmo la misura e lui cominciò il lavoro partendo da dietro ma improvvisamente la parte mobile si staccò dalla macchina elettrica e la cagata si materializzò di conseguenza. Mio padre lasciò i capelli in quello stato e bestemmiando non si assunse le responsabilità del fatto liquidandomi di punto in bianco. Il giorno dopo non andai a scuola ma diretto al barbiere. Mi analizzò e con un sorriso ironico mi diede un ceffone morale che ancora oggi ricordo. In dialetto locale:
tutti professionisti site diventati! Mo pure parito fa jo barbiere. Allora aecchi che ci stonco a fa!”
Secco e deciso. Giustissimo. Aveva tutte le ragioni del mondo ed io dovetti andare a pregarlo per rimediare alla cagata.
Nel Giugno del 2015 in una lectio magistralis nell’Università di Torino, Umberto Eco scatenò un grande dibattito sull’uso dei social media affermando: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
L’irruzione dei social network è stata in questo senso imbarazzante, perché ha dato a chiunque il diritto di parola e la possibilità di dibattere su qualsiasi tema senza avere né arte né parte. Tutti hanno la possibilità di dire la propria da dietro una tastiera senza avere una minima base di conoscenza o senza nemmeno preoccuparsi di informarsi sull’eventuale problema del giorno. Questo fa malissimo alla società.
Mentre prima dell’anno zero dell’era tecnologica le chiacchiere restavano chiuse tra le quattro mura di un bar, adesso tutti possono condividere la propria opinione che appare su una piattaforma accessibile a tutti.
Attenzione, non sono assolutamente contro l’uso dei social media anche perché qualcosa di buono hanno dato alla nostra collettività digitale, sono invece intimorito dall’uso che se ne fa quotidianamente. E qui mi ricollego al fatto che quei pochi che prima chiacchieravano al bar e lasciavano il dibattito al bar, adesso hanno la possibilità di criticare, giudicare, azzardare e soprattutto condannare o meno un fatto, una persona, un popolo, la comunità intera.
E’ pericolosissimo. E infatti ci affidiamo sempre di più a quello che si dice in rete, solo che quello che troviamo è molto spesso effimero e privo di fondamento e solleva spesso polveroni di odi e disprezzi. Se ci fate caso siamo quasi tutti contro tutti. Tutti sono nel giusto e tutti stanno nel torto.
La cosa bella del web è che tutti possiamo partecipare senza distinzioni di reddito, professione, razza o religione, questo è bellissimo. Il web e i social sono aperti a chiunque, non esistono caste.
Ma allora cosa c’è di sbagliato?
Che anche gli imbecilli possono dire la loro, e più imbecilli ci sono e più è pericoloso perché chi è furbo può manipolarli e sedurli a proprio piacimento.
Cerchiamo di vedere la parte buona del web che ha permesso a tutti di accedere alla conoscenza in modo più rapido e facile, ma la conoscenza mal interpretata può essere nociva e avvelenarci e allora ecco che i furbi approfittano degli idioti.
Qualcuno potrebbe criticarmi perché accettare questo mondo digitale significa accettare tutto, pro e contro, verissimo, sono completamente d’accordo e condivido. Da parte mia non ho le facoltà di giudicare nessuno ma posso consigliare una cosa: bisogna sempre informarsi ed accertarsi di cosa si sta dicendo, ricercare e studiare tutti i punti di vista del dibattito e solamente quando si è certi allora dire la propria opinione. Ah! Senza mai perdere l’umiltà, che è ciò che contraddistingue l’essere umano, che sia dottore o contadino.
Se non facciamo delle distinzioni siamo tutti degli esperti del settore. Però il dottore fa un lavoro e il contadino ne fa un altro. E allora il discorso del mio barbiere non fa una piega.
Tutti professionisti site diventati!

Franco docet

Elogio al viaggio: una questione di cuore, testa e gambe

O viajante escolhe seus caminhos,
mas também é escolhido por eles.
Perante a incerteza, ele mira o horizonte
e segue as estrelas sem receios,
porque sabe que seu destino será bom”

Viaggiare è uno dei valori più profondi che esistano. Proprio così, io lo considero un valore. Il viaggio è una ricchezza intima incalcolabile, un’esperienza unica che ci eleva moralmente e ci insegna. Viaggiare educa e istruisce l’uomo al rispetto, alla condivisione, all’accettazione del prossimo il quale possiede tradizioni, abitudini, costumi, usanze differenti dalle nostre. Il fine ultimo di questa essenza è accettare, attraverso la scoperta, cose nuove e diverse da quelle che siamo abituati a vivere ogni giorno; avere la possibilità di provare cose che non appartengono alla nostra quotidianità e essere in grado di condividerle e ammetterle significa stare in pace con gli altri. Che poi è l’obiettivo finale della nostra vita e il principale motivo, invece, per cui siamo sempre incazzati tra di noi e facciamo tanta fatica ad accettare il prossimo.

Le mie considerazioni di oggi, però, sono focalizzate sulla differenza che separa il turismo dal viaggiare, tra “fare il turista” e “essere un viaggiatore” e mettere a confronto queste due figure che non hanno niente a che fare tra loro.
Il turismo è definito come l’insieme delle attività che le persone realizzano durante i propri viaggi in un luogo differente dal luogo in cui vivono, per un periodo di tempo, con scopo di istruzione o piacere. Nella bellissima definizione ci dimentichiamo anche tutte le varie attività che il turismo offre e tra lo scopo del piacere forse siamo andati un po’ oltre la definizione. Ma facciamo un passo alla volta. Il turismo è una macchina milionaria che fa del viaggio una merce, un prodotto da vendere. Qualsiasi cosa è diventata merce, tutto ha un costo ed un prezzo da pagare e meno la persona è curiosa più usufruisce di questa macchina spendisoldi. Il turismo ha lo scopo di vendere un prodotto, la persona o il gruppo di persone devono spendere e ricevere comfort, faticare il meno possibile, CONSUMARE e soprattutto visitare le cose che il “pacchetto” organizza. Il turista non deve uscire fuori dai binari e deve sperperare il più possibile in quel breve lasso di tempo.
Nell’ultima intervista del 2002, pubblicata sulla rivista Vita, sua maestà Tiziano Terzani definisce così il turismo: Il turismo consuma tutto. L’industria turistica è orribile non solo per fenomeni come la pedofilia e il mercato del sesso, ma perché ha creato una mentalità da prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo abitano pur di fare soldi”. Le città, i paesi, le strade diventano veri e propri negozi en plain air e si vende di tutto. Una prostituzione generale, esatto. Mi vengono in mente la Thailandia e la Repubblica Ceca (ma non solo) dove si è andati veramente oltre e al turista si offre di tutto. A buon intenditor…
Il turista che viaggia cerca le comodità, l’aria condizionata, da mangiare veloce e vicino, dormire con tutti i comfort possibili, non ha voglia di conoscere. Non ha curiosità nello scoprire cosa mangia quel popolo, come vive, quali tradizioni, non si sforza a capire la cultura del posto. Mi pare che voglia sentirsi a casa, fuori casa, e raccontare di aver visto quel posto girando in una barchetta per qualche giorno.
La seconda considerazione che mi viene in mente è l’insensibilità che ha creato, inevitabilmente, la globalizzazione. Questo secondo punto ha rivoluzionato negativamente il senso del viaggiare. Le persone vogliono continuare a sentirsi a casa stando altrove, questo ha creato una sorta di impoverimento nella persona e nel viaggio stesso; mangiamo le stesse cose di tutti i giorni, troviamo lo stesso shampoo che usiamo quotidianamente, stessi prodotti, cucine internazionali. Non dico che sia un malus ma questo ha fatto sempre di più inaridire la curiosità nel conoscere, nello scoprire. Penso alle grandi catene di fast food o le franchising di cibo, di abbigliamento, di trasporto, di prodotti. Penso a loro e all’uccisione del piccolo rivenditore locale. La morte della scoperta, la vittoria del conformismo.
Questa sorta di convenzionalismo ha portato ad un fenomeno contrario, ovvero i luoghi turistici hanno iniziato ad adattarsi alle volontà e ai bisogni delle persone anziché le persone adattarsi ai luoghi che visitano. Nella mia esperienza personale ho potuto constatare che si sta cercando di modellare, o meglio uniformare, l’architettura delle città, ma anche paesi di dimensioni minori, collocando le stesse catene di supermercati, di grandi marchi d’abbigliamento, di catene fast food, di affitta automobili e chi più ne ha più ne metta. Penso che tutti abbiate potuto osservare con i vostri occhi che si ha la possibilità di comprare la stessa maglietta nella stessa catena di abbigliamento, se si ha fame lo stesso hamburger, ogni città ha una strada importante e i negozi sono sempre quelli delle grandi firme e state tranquilli che non manca mai nessuno. Questo ha permesso che i grandi continuassero a crescere e “ingrassare” e le economie locali a soffocare lentamente. Anche in questo caso mi viene in mente Risiko, più inizi a vincere e più aumenta l’impero. Solo che lì è un gioco.
La terza considerazione riguarda le economie locali. Sempre più abbandonate a se stesse, sembrano Davide contro Golia. Piccoli contro grandi. Viaggiare significa appoggiare e favorire le economie locali, significa sperimentare cose nuove. Il viaggio ti da l’incredibile occasione di poter vedere, provare, sentire cose differenti. Per preparare un viaggio ci vuole impegno, fatica, organizzazione del tempo e dei giorni. Mentre il turismo ti offre un piatto già pronto senza il minimo sforzo, il viaggio deve essere pianificato; bisogna studiare cosa fare, dove andare, cosa visitare, cosa mangiare, bisogna studiare il popolo locale, quali abitudini hanno, le feste e cosa festeggiano, il turismo non pensa ai dettagli e tralascia i particolari. Organizzarsi il viaggio è bellissimo: fare delle ricerche, scrivere, prendere appunti, stamparsi una mappa, programmare l’avventura ma soprattutto ritornare soddisfatto.
Il cibo per esempio è una delle caratteristiche più importanti per conoscere un popolo. Per cibo intendo tutti i processi che portano al piatto finale: dalla storia, alla scelta del prodotto, al modo di cucinarlo, al modo di mangiarlo. Bisogna cercare di preferire, ma mi preme dire anche proteggere, i produttori locali. Viaggiare significa cercare di immedesimarsi con quel popolo nella maniera più vicina possibile in quei pochi giorni che si permane. Pensare di venire a Roma e preferire di mangiare hamburger invece di provare dei bucatini all’amatriciana è come bestemmiare. Vedere la città su quell’autobus aperto invece di passeggiare e faticare è tempo e soldi persi. La mia riflessione non riguarda solo il cibo ma può essere applicata per qualsiasi altro tipo di prodotto in qualsiasi altra città.
La mia quarta considerazione è mirata sull’uso della tecnologia. Non possiamo negare ci ha reso la vita più facile quando si viaggia ma bisogna stare attenti all’uso che se ne fa. Dal mio punto di vista continuo ad essere favorevole alla curiosità del viaggiatore nello scoprire, improvvisare e soprattutto interagire (in tutte le sue difficoltà) con la comunità locale. In questo ci vedo cose molto costruttive; comunicare o farsi consigliare dalle persone del posto aumenta la conoscenza della cultura. Farsi consigliare cosa o dove mangiare, per esempio, rende sempre felici tutti. Cerchiamo di fare a meno delle applicazioni dei nostri cellulari, non esiste niente di peggio di vedere valutazioni ovunque, si giudica tutto, si lasciano opinioni senza ragionarci, giudizi su ristoranti, pub, panini, prezzi e addirittura sulle persone, i commessi o i camerieri.
Una porcata! Siamo diventati tutti giudici, sembra un tribunale.
Nel viaggio ci vedo sempre l’esplorazione. Non c’è niente di meglio della realizzazione del viaggio, la concretizzazione attraverso i cinque sensi di cosa avevamo in mente prima di partire. Il turismo non le può mai capire queste cose.
Viaggiare ha la capacità di farti vedere quel luogo attraverso i tuoi occhi e soprattutto il tuo punto di vista, che è diverso dal mio e dal suo. Il viaggio riattiva ad ognuno di noi delle sensazioni diverse.
Viaggiare è un sentimento perché quando rivediamo una foto non abbiamo solo la possibilità di vederla ma anche la fortuna di riattivare tutti gli altri sensi che hanno immortalato quel momento.
Ogni viaggio è come un libro in più nella propria libreria, più ne hai e più sei ricco.

Be traveller, not tourist.

Brasil mãe adotiva

O Brasil visto de fora é o paraíso.
Quando se pensa neste país três são as coisas que logo chegam na cabeça: a “fica” (no sentido italiano), o Carnaval e a praia (praia quer dizer Havaianas + coco + uma fica morena). Isso é o Brasil visto de fora.
O turista que fica aqui alguns dias, ou semanas, percebe essa terra como um lugar paradisíaco onde se pode passar as férias com a própria moeda, quatro ou cinco vezes maior do que a local. Isso é fantástico, não é?
Eu, pelo contrário, queria explicar nos meus limites gramaticais, porquê este país é lindo e quais são os verdadeiros valores que fazem dele um país que sempre vai ficar no coração.
Primeiramente, viver aqui como um simples cidadão não é fácil. Isso mesmo, não é fácil. Vários são os problemas que este povo, ou melhor, quem deveria governá-lo, tem que enfrentar; saúde, escola pública, segurança (per l’amor di Dio!), corrupção, estes são apenas alguns dos problemas cotidianos que devem ser resolvidos. Ou seja, são as bases da convivência social, se falta ou simplesmente não funciona corretamente um deles, as coisas se complicam. A vida do dia a dia se complica.
O que acontece quando as organizações públicas não funcionam como deveriam? Entra em jogo o privado. Organizações privadas controlam respectivamente saúde, escolas, faculdades, vários contratos de obras, isso gera privatização, que significa pagar um preço mais alto por um serviço.
Todos os meses são taxas extras para pagar.
O salário mínimo aqui, se não me engano, é de 800 reais. Sabe o que faz uma pessoa com 800 reais por mês? Deixo a resposta a vocês, porque eu ainda sou italiano e não sei de nada.
Outro assunto: as crianças. Como podemos deixa-las crescerem se as escolas públicas são fracas? Como podem virar cidadãos honestos se o exemplo de quem está la “
em cima” é todo o contrário da honestidade?. O problema é delicado mesmo.
Vocês me questionam: “isso porque você está aqui apenas ha um ano, imagine nós?!”
Além de tudo isso, que tomara um dia seja resolvido sobretudo pelas crianças que nasceram nesta época difícil, o Brasil é uma “Mamma”.
Atrás deste vidro sujo, o Brasil tem uma história muito importante pra contar, feita de luta cotidiana, humildade e sacrifício para alcançar um objetivo, com as poucas possibilidades a disposição.
Eu aprendi muitas coisas que somente aqui podia encontrar. Morando e vivendo com vocês; solidariedade, ajuda, hospitalidade, uma Fé nunca vista antes, um sorriso nunca perdido apesar dos problemas, a constância em cair e se levantar cotidianamente.
Juro, eu nunca vou esquecer a frase que vocês sempre falam “vamos dar um jeito”. Eu fiz disso uma filosofia de vida que “roubei” de vocês; tudo se vai resolver com Fé, força de vontade e a calma que somente um brasileiro possui.
O que este país me ensinou e me mudou foi em particular nos valores, coisas que estão “dentro” e que se ensinam dia a dia, ou melhor, que eu aprendi dia a dia. Aprendi com as crianças e com os jovens sem esquecer os idosos (que eu particularmente gosto).
Nunca me senti sozinho, mas sempre parte de uma família, nunca tive medo, mas sempre coragem, nunca cai e fiquei no chão sem me levantar.
A coisa melhor que pude resumir neste meu pensamento, está numa pergunta de um formulário da prova de proficiência da língua portuguesa que fiz em Abril. Estava escrito assim: “Você está no Brasil sozinho?
Eu respondi sem nem pensar duas vezes: “tenho uma noiva, muitos amigos e várias famílias. Claro que não estou!
Antes de terminar eu gostaria de agradecer a todos vocês, meu primo que me trouxe aqui, a pessoa e as pessoas que amo, os Amigos que me ajudaram, meus alunos de italiano, as crianças (motor do mundo) e o bairro no qual moro (onde problemas e sonhos são recebidos mais sensivelmente).
De qualquer forma, lá fora podem continuar pensando nesta terra como as três coisas no começo citadas, pra mim NÃO é isso. Mas são coisas que não se explicam com palavras, se vivem na pele.
PS: se tudo der certo, um dia receberei minha cidadania brasileira e aquele dia será com muito orgulho e honra.

TAMO JUNTO!
com gratidão, o Gringo

 

Il mio calcio da bambino. Se avessi incontrato Pelè gli avrei detto di NO.

Giocare a pallone da bambini era tutta un’altra filosofia.
Il mio nome è Mauro, e vengo da un piccolo paese della Ciociaria. Un paese di 3.000 anime, con una netta superiorità di anziani rispetto ai bambini e dove l’aspettativa di vita si aggira attorno ai 98 anni con un faticoso ricambio generazionale. Il mio soprannome è Pelè, non per le magie e i gol che facevo, ma per una lontana parentela con un trisavolo nato a San Paolo del Brasile; non segnavo, non facevo assist, niente fantasia o colpi magici. Facevo falli, spazzavo la palla e anche d’estate non toglievo la canottiera.
Il Calcio per noi significava amicizia, sfida tra belli e brutti, colletta per comprare un Super Santos, gassosa dove bevevano tutti (anche il cane), ma soprattutto stabiliva le gerarchie tra chi sarebbe stato il migliore e chi la “pippa” fino alla fine dei nostri giorni.
Le sfide del secolo si disputavano al “campetto dei preti”, un campo in cemento armato, con porte in ferro battuto, che quando cadevi veniva giù l’Onnipotente, il parroco e le pie donne si fermavano un minuto abbondante durante il rosario.
Neanche il terribile e temibile caldo di Agosto avrebbe fermato le interminabili sfide “al campetto” (e alla mia canottiera!); gli appuntamenti si davano a voce (o direttamente rompendo i coglioni ai genitori degli amici che nel bel mezzo dell’estate infuocata riposavano tranquillamente), le partite dovevano iniziare prestissimo (in modo tale da giocare di più prima dell’arrivo dei grandi e favorire al caldo africano collassi e disidratazioni post-pranzo) e se il parroco non apriva, si entrava scavalcando il cancello, in rigoroso silenzio ecclesiastico. Rimaneva fuori chi non era in grado di arrampicarsi sulla struttura in ferro battuto (le atroci leggi della natura!).
Senza nemmeno preoccuparci di un minimo riscaldamento muscolare (e dimenticandosi che il parroco stava dormendo) si iniziava tra imprecazioni e tiri a freddo, dove l’importante non era prendere la porta ma mirare qualcuno: questo aveva lo scopo di aizzare la folla, aumentare la temperatura della sfida (che già si aggirava attorno ai 35° gradi Celsius) e provocare strappi inguinali.
Una volta fatte le squadre si partiva con il calcio d’inizio. Le regole le conosciamo tutti: niente batti-muro, si può tirare direttamente in porta quando si batte da centrocampo (solo se un altro giocatore tocca la palla), niente portieri volanti. L’arbitro siamo noi. Il resto è tutto buon senso, morale e un’etica che poi si perde da grandi.
Il momento più bello è durante la partita. Ci si dimentica di tutto, dei compiti, delle interrogazioni, del parroco, del caldo di Agosto, degli eritemi solari (col cazzo toglievo la canottiera) e si giocava per vincere. Si giocava per il piacere di giocare, perché si era bambini.
Le partite duravo fino a quando non arrivavano i grandi, quando faceva meno caldo e, se non avevano il pallone, si prendevano il nostro secondo le regole generazionali che conosciamo già tutti.
Vincere o perdere era importantissimo, le polemiche post-match ci sarebbero state comunque e si usciva inevitabilmente vinti o vincitori. Tutti insieme si andava a bere la preziosissima e freschissima acqua della fontana che ci avrebbe salvato dall’imminente collasso.
Tutti bruciati dal sole, bagnati, raccontando il match tra ematomi e doppi passi improvvisati. E soprattutto ridendo.
Il calcio puro, pulito, vero.
Non avrei scambiato la mia canottiera manco se avessi incontrato Pelè.

Stay hungry, stay ignorante e sopratutto non far girare palla…SPAZZALA!

Le Felicità

LE FELICITA’: TOP FIVE

– Nonna, che non mi racconta delle solite cose, ma di come non vedeva l’ora di fare l’amore con nonno.
– La musica. La bella musica, fatta bene, che fa venire i brividi, il magone e le lacrime. E soprattutto la voglia di spaccare il mondo.
– Ishlem che mi chiama sbagliando il nome e poi mi corre in braccio ridendo. Il sorriso, la felicità, i bambini.
– Il viaggio. Le persone che incontri. La magia che c’è nel mondo. Lo zaino in spalla.
– Il libro di carta (e vivaddio se qualcuno ha scritto sulla carta igienica). L’odore, il rumore delle pagine e la soddisfazione di avere il libro per prestarlo

Stampò il foglio e lo appese sulla bacheca della scuola. Sotto c’era scritto:
SCRIVETE UNA TOP (NON PER FORZA CINQUE, SENZA ORDINE DI IMPORTANZA) DI COSA SECONDO VOI SIANO LE FELICITA’. SE STATE DAVANTI AL PC COME EBETI, INSOMMA, PENSATE ALLE FELICITA’ E FATE UNA BELLA LISTA.

Come me lo spieghi Prof?

Prof,

hai visto quanti sorrisi? Occhi, lacrime, i visi della gente.
Hai visto la paura, la felicità, il dolore, la sofferenza. Che Sofferenza.
Ne hai visti tanti tu eh?
Troppa gente, se i miei occhi potessero parlare e i miei piedi raccontare il cammino.

La vita è un fuoco che arde alimentato dalle persone che incontri, e più ci sei e più brucia.
Hai mai sentito battere un cuore? UN CUORE?
Chi è quella ragazza che hai incrociato sul metrò?
Chi c’è a condurre il mezzo? Cala il sipario sul teatro del mondo.

Penso che sia una catena, un passaparola di bugie e verità, menzogne e bellezze; è vita.

Dove sei ora? Amano lì, o odiano? Chi ama è capace di odiare lì?
Che paura! Ho paura ma la rispetto e ci convivo. Ho dolore.
Come lo sento il dolore, cazzo. Ma lo rispetto, lo condivido.
Sono amici antipatici ma li tengo vicini perché mi lasciano quel barlume
di luce che mi fa ragionare “stai calmo, sei un cazzo di nessuno”.

E mi calmo. Ragiono.

Il tempo se ne va come le rughe sul viso di papà, veloce come i pensieri di un anziano solo,
che vuole andarsene: “ciao, è stato bellissimo”.

Come i sogni di un cristo che prima o poi raggiungerà.
Li hai raggiunti Prof? Che voleva dire vivere PROF? Ce l’hai l’America adesso? L’America.

Quante scuse abbiamo inventato, ma la verità è la strada migliore.
Ma dite qualcosa di vero no! È facile.

Ho tirato un calcio al pallone ed è arrivato lontano che quasi ha toccato la stella più luminosa. I bambini me l’hanno indicata con l’indice sporco di zucchero ed io invece guardavo il pallone.
La stella straniero, la stella!
Non l’avevo vista la stella, da grande. Ma chi cazzo ci voleva diventare grande?
Tu l’hai vista la stella Prof? Stai cantando e sbagli accordi, come fai a suonare e la chitarra è al contrario?

La strada mi ha insegnato a suonare, a ridere.

Mi ha insegnato più di sessanta esami del glorioso cammino universitario, le rughe della mano di Luçia raccontano più di cento anni di storia, di guerre, di battaglie, di vinti e vincitori.
Ma vaffanculo a Luçia e la Storia!

Prof fai quello che devi fare, sogna come sai sognare, piangi perché è bellissimo, raccontami una storia divertente come sapevi tu.

Come è la vita.
Fammi ridere. Oh fammi ridere, ti prego.

Se calci forte punta la stella più luminosa.

Appunti solitari

Così eccomi catapultato in una stanza al quinto piano di un palazzo di Roma.

Fuori una cicala ripete un ritmo regolare asfissiata dal tipico caldo romano.

Io sono disteso su un letto che sembra stretto e quasi mi soffoca. Guardo il soffitto bianco che passa le immagini della mia mente.

Ho lasciato dietro dubbi, sogni, certezze, paure. Adesso un misto di tristezza,nostalgia e felicità mi impossessa i pensieri e mi stravolge, fino a stordirmi le orecchie come un rumore insopportabile.

Ho visto volti marcati dalla vita. Ho visto il volto marcato dagli anni, dalla solitudine e dai limiti che un uomo può arrivare a sopportare. Bambini pieni di speranza, vecchi rovistare nella spazzatura cercando quello che qualcuno non gli ha mai donato.

Il viaggio e la vita; il viaggio è come l’amore, immensamente profondo ma intensamente pericoloso. È bello.

Mi lascio alle spalle un’ennesima carrellata di gente, di racconti e di bellezze.

La storia del viaggio è meravigliosa, ma per viverla bisogna essere pronti a tutto.

Il matto vuole che compri delle belle rose rosse per la mamma. Lo farò certamente, con piacere.

Poi mi chiude la porta alle spalle e ancora una volta piangiamo come bambini, ma è bellissimo. Significa che ci siamo, che abbiamo scoperto la verità, che ho da raccontare tutto ai miei figli un giorno. Ah, se ho da raccontare!

Patagonia Express pagina 118  la chiacchierata con gli amici mi confermò ancora una volta che uno è del posto in cui si sente meglio”

E si sta benissimo diamine! anche quassù al quinto piano. E non fatelo finire ‘sto viaggio.

Tutti devono raccontare qualcosa, io ho ancora tanto da ascoltare. Bisognerebbe farne un esercizio di vita.

La cicala ha improvvisamente smesso e adesso si gode un vento fresco che ci accarezza lievemente, e noi ce ne scendiamo in strada contenti di tristezza, felici di nostalgia e ricchi di sogni.

Avevo vinto un’altra volta…

Ich möchte gern eine weiss, bitte! E brindiamo al viaggio e alle genti.