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Ogni ruga ha la sua storia da raccontare

Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”

Domenica non è un giorno come tanti. Alle 14.30 mi passeranno a prendere per andare a visitare delle persone importanti; capelli bianchi, giacchettino sulle spalle, bastone e tante rughe.
Ho sempre avuto un bel rapporto con gli anziani, forse perchè dalle mie parti ce ne sono tanti, forse perchè in un paesino come il mio ci si conosce tutti e si socializza di più. A me, comunque, stanno simpatici e raramente rifiuto una chiacchierata con loro.
I nonni non li ho conosciuti bene tuttavia ho avuto la fortuna di imparare molte cose importanti dalle mie nonne che, ancora oggi, sono in vita. Credo che pensassero di me come un registratore acceso e loro si sentivano in dovere di raccontare ogni volta qualcosa per poter protocollare tutto, i ricordi non dovevano essere perduti. Mi fa onore essere il mezzo di consegna per le altre generazioni. So cose di loro che dovrò ereditare ai posteri, ho un tesoro da
recapitare oltre a una grande responsabilità.
La senilità è il termine che indica l’età prossima al termine della vita, è la chiusura del ciclo prima di andarsene chissà dove, è una fase che volontariamente si lascia da parte in cui più tardi ci si pensa e meglio è. Ma arrivati ad un certo punto ci si deve fare i conti e molto spesso sono salati.
La senilità arriva pesante e ti mette con le spalle al muro, se Dio vuole la puoi affrontare accompagnato, fisicamente e mentalmente in buono stato, con l’aiuto della famiglia o degli amici ma, a volte, capita che ci arrivi da solo. Zoppicante, malato, gli ingranaggi della mente s’intoppano e quelli fisici si arruginiscono, non c’è nessuno a cui appoggiarsi e improvvisamente si rimane abbandonati. Io penso che la cosa più pesante sia questa: la solitudine.
Ecco, Domenica sono andato in una Casa di riposo per anziani, ho provato a dare una mano ad affrontare la solitudine che fino ad ora conoscevo per definizione sui dizionari che invece non è affatto astratta e si sente eccome, si può toccare e appunto sentire.
Gli amici brasiliani hanno fondato un gruppo che si chiama
Parças Solidarios, è un’organizzazione comunitaria nata per aiutare le persone più bisognose e Domenica mi hanno invitato ad andare nella Casa di riposo Lar da Nossa Senhora das Mercedes. I ragazzi hanno preparato uma merenda pomeridiana a base di ciambelloni, dolci, panini e caffè con latte. La Casa di riposo è un edificio grande e antico dove ci sono solo pazienti donne ed è gestito da appena sei suore della Congregação dos anciãos desemparados, una congregazione religiosa nata in Spagna e presente in tutto il Sudamerica e non. La Casa di riposo vive attraverso un piccolo finanziamento della Chiesa e per la maggior parte dalle donazioni dei fedeli e delle famiglie dei pazienti. Le suore sono aiutate da due infermiere che si danno il turno giorno e notte e l’edificio è evidentemente troppo grande per le poche persone che lo gestiscono.
Questo pomeriggio è stato suddiviso in due parti: si strimpellano alcuni pezzi di musica brasiliana e poi tutti insieme a fare merenda.
La platea che assiste al mini concerto è di sole “ragazze” con qualche ruga di troppo, tutte sembrano conoscere le canzoni e accompagnano tutt’altro che ritmicamente i suonatori. Io, quaderno alla mano, mi faccio un giro per studiare la struttura e individuare la donzella che risponderà alle mie domande.
Passeggio da solo mentre gli altri cantano, le sale sono grandi; per primo il refettorio con una decina di tavoli, successivamente in un’ampia cucina una donna con una pronunciata cifosi pulisce i piatti, man mano che continuo l’aria si fa pesante, in una mistura che già potete immaginare, qui incontro le camerate. Quattro di loro sono rimaste a letto e riceveranno la merenda lì, due dormono, una si lamenta e la quarta è attaccata a dei tubi. Le vedo dalla porta senza entrare. In una seconda camerata ci sono le inferimere che stanno cambiando le lenzuola e nell’ultima sala una televisione parla da sola, una decina di altre pazienti disposte in circolo mi fissano. Ci sono due bambole su un tavolino di cui una di colore. Il pavimento è bagnato e dal soffitto penetra acqua. Tutte portano le pantofole e i calzini colorati, vestaglie, gambe bianchissime. Le saluto senza ricevere troppa attenzione e torno verso la musica.
Qui c’è Angelica, i suoi occhi sono vispi e attenti e sembra ancora non far parte di quell’ambiente, mi ci siedo vicino e le faccio delle domande. Lei è contenta e, capirai, non vede l’ora di raccontarmi. Ma le sue risposte sono brevi e senza troppi giri di parole.
Angelica
è di Minas Gerais, 54 anni sposata con Mario, niente figli e una sola nipote che ogni tanto la viene a trovare.

Signora Angelica, c’è un momento in cui si è accorta che stava invecchiando. Un fatto in cui ha pensato “sto diventando anziana”?
Quando è morto Mario e sono rimasta da sola.

Perchè secondo Lei gli anziani sono importanti in una società?
Perchè hanno esperienza e saggezza. Gli anziani hanno già sbagliato e sanno dove correggere.

Qual è la giornata tipo dentro la casa di riposo? Cosa fate?
C’è la televisione. O si guarda la TV oppure si chiacchiera. C’è qualcuna che è più colta e ha studiato (col dito mi indica una professoressa) oppure si prega, c’è la chiesa l’hai vista? Ma io non ci vado perché non sono cattolica.

Signora Angelica, secondo Lei si vive meglio oggi o ai suoi tempi?
Alla mia epoca c’era più rispetto per i genitori e gli amici però adesso si vive meglio di prima.

Conosce facebook, whatsapp, internet, il web, skype per caso?
(
Ride) Lo conosco perché le usa mia nipote quando viene a trovarmi ma non lo sò usare il telefono. (Ridiamo insieme) Mia nipote mi ha detto di andare a vivere con lei ma io non voglio essere un problema preferisco stare qua che le suore sono brave e si mangia bene.

Qual è l’insegnamento più importante che vorrebbe lasciare a sua nipote?
Lei già lo sa. Sa quali sono le cose buone e le cose brutte. Io non le devo dire niente.

Qual è il più bel ricordo che ha della sua vita, Angelica?
Gli occhi si bagnano e luccicano. Quegli occhi di chi l’ha vissuta e sa di essere da sola all’ultimo giro di boa.
L’amore di Mario. Io penso che neanche me lo meritavo. Era buono
e mi amava. Lui aveva due figli già con un’altra moglie. Loro vivono lontano. Mario era rispettato e lo conoscevano tutti.

Che cosa si augura per il futuro delle nuove generazioni?
Mi auguro che possano vivere bene, con rispetto, lavorando e con la possibilità di studiare.

La ringrazio tanto e la lascio ascoltare gli amici suonare. Vado a farmi un altro giretto in sala e incontro Marcus, nipote di una paziente e che oggi è venuto a trovare la nonna. Viene a visitarla quasi tutte le Domeniche, è molto affezionato e mi dice che la scelta di collocarla in questa struttura è stata difficile. È pesante, perchè è cresciuto andando a pranzo le Domeniche da lei e adesso deve venire qui. La cosa più difficile, mi dice, è quando deve salutarla perché lei gli chiede sempre “quando torno a casa?” e lui mi guarda e ci capiamo senza troppe spiegazioni.
Prima di andare a fare merenda voglio tornare nella camerata dove c’erano le infermiere, voglio sapere delle cose da loro. Una si chiama Rosi e l’altra Isabela e stanno chicchierando sedute su un letto di una paziente. Appena arrivo le saluto e subito riconoscono un portoghese non consono. Isabela è molto calma mentre Rosi sembra essere più attiva nella conversazione, mi raccontano che è un lavoro che amano, lavorano per 12 ore e poi riposano un giorno intero. Inizialmente è stato pesante ma con il tempo hanno smesso di commuoversi e immunizzato il lato intimo e della compassione.
Rosi mi dice che purtroppo è la vita e bisogna ringraziare che esistono e resistono ancora queste strutture in grado di accogliere gli anziani. Ai loro figli non piace che lavorino come infermiere in quaest
e Case di riposo, Isabela mi racconta che suo figlio è andato a trovarla una volta ma che probabilmente non ci entrerà più. Da loro più che altro vorrei sapere una cosa: “se un giorno i vostri genitori finissero in queste condizioni, li collochereste in una Casa di riposo?”
Non ci pensano due volte e mi rispondono entrambe di NO, secco e ben chiaro e si augurano che i loro figli possano accudirle come loro fanno com queste nonne, zie, una volta mogli bellissime e cuoche di innumerosi pranzi domenicali.
Quando le saluto, nel refettorio già hanno iniziato la merenda, sedute ai tavoli le “ragazze” mangiano i dolci e bevono caffelatte preparato da Suor Carmela, la peruviana. Prima di andarcene a casa, dopo questa incredibile Domenica, penso che in fin dei conti esiste un sottile strato di film trasparente appena percettibile che separa le cose brutte del mondo a un grande amore umano; l’ho visto negli occhi delle infermiere, della suora, di Marcus, della Signora Angelica e dei ragazzi che hanno organizzato questa iniziativa. Saluto tutti e ringraziamo per l’accoglienza quando improvvisamente arriva Angelica e mi domanda
“quando ci rivediamo?”
Marcus aveva ragione…penso che una risposta non c’è o se c’è è una cazzata!

Una delle cose che mi ricordano l’infanzia di paese è passare sulle margherite del giardino. È Maggio. Vicino l’angolo dell’entrata c’è un albero di arance e accanto una persiana vecchia che ha scolorito il colore in un verde assolutamente fantastico, quasi lo lascerei così per sempre. A sinistra, dopo il bosso (o busso), Zio Giulio mi raccoglieva le fragoline selvatiche e me le condiva con limone e zucchero. Ma la cosa più bella era aprire la credenza celeste dove c’erano, immancabilmente, i biscotti Gentilini. Zia Rita aveva una bottiglia di vetro di caffè d’orzo. Io riempivo il bicchiere e ci inzuppavo il Gentilino facendo molta attenzione a non farlo ammordibire troppo, bisognava lasciaro abbastanza duro per assaporarne il gusto suo e dell’orzo. Oggi Zia l’orzo non lo può più fare, ma per fortuna sta a casa.
Ad accompagnarla all’ultimo giro di boa ci ha pensato quella benedetta donna di mia madre.

Vecchi ci diventeremo tutti.

IMP: l’introduzione è un passo del formidabile Marcel Proust in Dalla parte di Swann, Les Petites madeleines

Cinque giorni in paradiso

Uno degli stati più belli del Brasile è sicuramente quello di Rio de Janeiro. La mia considerazione è scontata e l’abbiamo sentita già diverse volte, ma dal vivo posso dirvi che Dio si è impegnato talmente tanto che ne sono venute fuori delle opere d’arte naturali incredibili. In autobus abbiamo attraversato lo stato di San Paolo e siamo arrivati in quello confinante di Rio de Janeiro, entrambe si affacciano sull’oceano e in autobus si percorre tutta la costa fino alla capitale carioca. Qui abbiamo passato il capodanno, in portoghese “reveillòn”, dove abbiamo avuto la possibilità di assistere, dalla spiaggia di Leblon, allo spettacolo pirotecnico che avviene in mare. Ho avuto la grande fortuna di passare uno dei capodanni più belli al mondo e non esistono molte parole per descrivere il momento né foto che possano dare un’idea dell’evento.
Il viaggio che vorrei raccontarvi però è quello che abbiamo fatto di ritorno da Rio; il litorale propone dei paesaggi costieri e delle piccole cittadine marine (cittadine termine poco adatto a definire quelle che qui chiamano “praias”) che si misturano alla vegetazione tipica amazzone e ad abitazioni proprie brasiliane. Paesini caratteristici in sequenza come Arraial do Cabo, Cabo Frio, Angra dos Reis, Paraty, Trindade, Buzios, Ilha Grande. La gente che incontriamo è la classica gente di mare, che vive di mare e di turismo, pelle bruciata dal sole e atmosfera piena di salsedine. Cocco gelato e ghiaccio in vendita in tutti i buchi possibili, il calore è forte e si toccano punte di 40 gradi. Sempre in costume e Havaianas. Classico.
L’autobus ci lascia in Conceição de Jacareì dove da qui prendiamo un’imbarcazione che ci porta ad Ilha Grande, un’isola. Il tempo è splendido e il sole batte forte sulle nostre teste, Clarice mi spalma 10 chili di protezione solare evitando spiacevoli scottature alla mia pelle trasparente. Mi rincuora sapere che sull’isola non ci sono banche, fast food, grandi marchi di moda e che la globalizzazione è rimasta momentaneamente dall’altra parte e speriamo che resti là.
Zaino in spalla partiamo alla ricerca della nostra “pousada” che ci ospiterà per 4 giorni, oltre agli abitanti locali mi accorgo della presenza massiccia di sudamericani ed in particolare argentini, infatti il nostro ostello è gestito da una famiglia argentina e ad accoglierci è Benjamin nativo di Buenos Aires.
L’isola è un’esplorazione continua e si ha la possibilità di conoscerla attraverso escursioni a piedi oppure in barca; diverse spiagge sono raggiungibili solo per mezzo di imbarcazioni e anche se il prezzo è corposo vale la vista e la visita, mentre le escursioni sono ben segnalate e divise a seconda della difficoltà.
Il primo giorno, muniti di spray antizanzare e panini-fatti-in-camera stile ciociaro, scegliamo di avventurarci sul sentiero T01 e T02 che dall’isola s’infila attraverso la foresta; l’escursione è abbastanza difficile soprattutto per il caldo e l’umidità che raggiunge livelli altissimi, ma lo sforzo fisico ripaga tutte le bellezze che s’incontrano durante il cammino, un’abbondanza di magnificenza che appaga lo spirito e che annulla lo sforzo fatto. L’escursione dura 4 ore per un totale di 12 chilometri in un misto di sali e scendi e sorprese ovunque: la praia preta (con sabbia di colore nero), un acquedotto attivo nel bel mezzo di una foresta, il mirante do pescador dove si può vedere il paesaggio dall’alto di una pietra gigante, il pozzo naturale. Nel bel mezzo della camminata, invece di tornare indietro, continuiamo sul sentiero T02 che aumenta la difficoltà e il percorso ma che ci porta ad una cascata (cachoeira da Feiticeira). Qui, distrutti dalla fatica, ci mangiamo una mela e ci lasciamo purificare dall’acqua che scende e batte su di noi. Che sensazione unica!
Tornando facciamo lo stesso cammino fino al ritorno alla spiaggia di Abraãozinho, qui ci areniamo in spiaggia tra un bagno e una meritata cerveja ghiacciata.
L’altro modo di visitare l’isola è raggiungere alcune spiagge attraverso il mare. Sull’isola molte agenzie offrono diversi tipi escursione in barca, noi decidiamo di spendere il nostro terzo giorno andando a visitare le “praias paradisiacas” ovvero veri e propri angoli di eldorado. La passeggiata occupa tutta la giornata dalla mattina alla sera per un totale di cinque praias. Posti visti solo in televisione che mi si materializzano adesso, a 28 anni: Praia do Dentista, così chiamata perché lì ci viveva un dentista che avrebbe voluto privatizzare la spiaggia tutta per lui, Lagoa Azul, Praia de Piedade dove c’è una piccola chiesa chiamata appunto Igreja da Piedade, Cataguas e Ilhas da Botinas o anche conosciuta come Isole gemelle perché identiche.

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Mi trovo in grande difficoltà nel tentare di spiegarvi cosa i miei occhi hanno visto, acqua incredibilmente trasparente, pesci e stelle marine, alberi di cocco, palme, barche e abitazioni in posti improbabili, qualcuno che cucinava gamberetti fritti in baracche improvvisate.
Forse stavo sognando.
Gli altri due giorni ci siamo dedicati alla conoscenza degli abitanti stessi. Abbiamo chiacchierato e curiosato sulla vita di un isolano, com’è vivere qui l’anno intero, di cosa campano, tradizioni, cucina e abitudini. Ci hanno spiegato che il periodo più prolifero va da Novembre ad Aprile ovvero d’estate, i prezzi in questa stagione aumentano e, come le formiche, separano quello che avanza per il periodo di bassa stagione. L’inverno le temperature si aggirano attorno ai 18-20 gradi e Ilha Grande è invasa dagli europei (che al contrario si trovano in piena estate). La vita si basa tutta sul turismo e il mare è la prima fonte di lavoro e anche il principale ingrediente della cucina. Il pesce è, manco a dirlo, favoloso. Pesce fritto o grigliato, gamberetti fritti con limão, insalata con cipolla, gamberi con formaggio e sempre accompagnati dal riso e infine la moqueqa di pesce, una specie di zuppa cucinata assieme a latte di cocco, pomodoro e peperoni.
Non è facile vivere su un’isola tutto l’anno, ma qualcuno ne ha fatto uno stile di vita e una via di fuga dal caos delle città. Questo è uno dei motivi principali per cui gli argentini vengono qui ad investire e lo stesso per cui Benjamin ha deciso di lasciare Bariloche per gestire una pousada in Ilha Grande.
Gli ho fatto qualche domanda per sapere di più al riguardo.
Benjamin ha 30 anni e si trova ad Ilha Grande da 10 mesi. È venuto qui già 3 anni fa ma per causa del visto ha lavorato nell’ostello solo per la stagione estiva alternando ritorni in Argentina. Mi racconta che ha scelto il Brasile per il clima e il paesaggio, la bellezza naturale che il Brasile possiede. In Argentina è freddo ed è possibile andare al mare solo d’estate. Lui viveva a 4 ore da Buenos Aires e ha abitato e lavorato per qualche anno a Bariloche. Il motivo per cui ha deciso di cambiare città è per avere una vita più rilassata. E qui l’ha trovata.
Gli chiedo se l’ostello è di sua proprietà ma lui mi dice che è di una sua zia che ha comprato un terreno dove ci ha costruito questa pousada, poi lei è andata via e adesso la gestisce lui insieme alla sua fidanzata e qualche cugino. Gli domando se hanno studiato in Argentina e lui mi dice che in realtà è fisioterapista e che la sua ragazza si occupa di problemi sociali in età infantile, ma che hanno deciso di lasciare per il momento questa strada per vivere in totale relax qui.
L’Argentina ha cambiato presidente l’anno passato e tra l’altro è di discendenza italiana, gli domando se molti connazionali vengono in Brasile per causa della situazione economica e lavorativa. Benjamin con molta sincerità mi dice che non segue la politica argentina e che, come posso vedere, non ci sono televisioni. I suoi genitori vivono lì insieme alle sue sorelle ma mai parlano di politica. Mi dice che ci sono molti argentini sull’isola che sono lì per il suo stesso motivo. Anche io, in altrettanta sincerità, gli chiedo se gli piace questa vita e se non si sente triste per aver studiato fisioterapia (stessa considerazione per la sua compagna). Lui mi dice che ama questa vita, riparare, fare dei lavoretti tutti i giorni ma ama anche quello per cui ha studiato per 6 anni. Spera di poter fare le due cose un giorno. Vorrei sapere da lui delle cose positive dei brasiliani e delle cose negative. Lui ride e mi dice che sono molto socievoli e sempre sorridenti e che hanno la mente rilassata, ma la stessa calma è una cosa negativa perché hanno i loro tempi molto molto lenti.
Prima di lasciarlo al lavoro che aveva sospeso gli chiedo cosa gli manca di più del suo paese. Lui mi guarda e giustamente mi risponde cose che avrei dovuto immaginare: la famiglia e gli amici.
Lo ringrazio e lo lascio andare a levigare una persiana di legno.
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Quando torno in camera mi sdraio sul letto e penso a come dev’essere la vita intera qui, ha i suoi pro e i suoi contro. Sono fortunato ad aver avuto la possibilità di conoscere questo paradiso naturale, essermi arricchito con un’altra esperienza e averlo fatto insieme alla persona che amo.
Sull’isola, quando piove forte, l’elettricità va via lasciando tutti senza luce. Ci si arrangia con dei gruppi elettrogeni oppure con delle lampade o delle vecchie candele. L’ultimo giorno una forte tempesta mi regala un’altra sorpresa, dalla spiaggia ho l’opportunità di vedere il mare illuminato dalle scariche di fulmini. È tutto sorprendente e maestoso.

Dio qui ha fatto un gran bel lavoro mi dico.

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Garotas de Angola

Non si capisce la vera realtà delle cose fino a quando non la si affronta personalmente. Negli ultimi anni mi sono ritrovato a dover risolvere situazione burocratiche veramente antipatiche, una di queste è quella che riguarda la permanenza regolare in un paese straniero. La cosa è realmente pesante e da fuori non si ha la percezione di quanto sia difficile restare legalmente in un altro paese come un normale cittadino con i suoi diritti e doveri. Oggi più che mai, dopo che l’uomo è riuscito a raggiungere persino Marte, il problema dell’integrazione e dell’immigrazione è uno dei motivi principali di dibattito in qualsiasi angolo del globo.
Parlandoci chiaro l’immigrazione ne ha accentuati altri di problemi come l’odio sociale e razziale e mi pare che in generale si possa sentire la pesantezza nell’aria, come se qualcuno diverso da noi si stesse impossessando del proprio territorio.
Frontiera è una delle parole che più odio, borderline in inglese è il confine, la linea che demarca un territorio e lo separa da un altro. Il verbo separare fa già cagare di suo, immagina marcare il confine? Se lo passi potresti rischiare la vita, se superi la linea sei da un’altra parte, si segna il confine tra pezzi di terreno e molte volte, quando non ci si mette d’accordo, si finisce male. È una cosa negativa già in partenza.
Ma perché una persona o gruppi di persone vogliono passare il confine? Attraversare la frontiera? Lasciare il proprio territorio?
A nessuno piace lasciare e abbandonare la propria terra ma il più delle volte i motivi sono vitali e la maggioranza lo fa per fuggire da una situazione che lo danneggia sperando di trovarne un’altra che lo avvantaggi. Fuggire da una guerra, dalla povertà, da un governo opprimente e ingiusto ma si può anche emigrare per amore, per raggiungere dei discendenti, per lavoro o per trovare fortuna, una vita migliore.
Se si vuole entrare in un altro paese, però, le cose non sono facili e si devono affrontare molti ostacoli. Nella mia seconda intervista ho provato a fare qualche domanda a Marta, Isabel e Rosa, tre ragazze di colore angolane emigrate qui in Brasile. L’Angola è un paese africano di origine lusofona, colonizzato dai portoghesi insieme ad altri paesi tra cui anche il Brasile. I portoghesi già conoscevano la polvere da sparo mentre gli altri paesi ancora vivevano nudi e beati, la storia la conosciamo tutti e andata come è andata.
L’immigrazione angolana negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale e in Brasile rappresenta il terzo maggiore gruppo di rifugiati dopo Siria e Colombia. Più di 12.000 angolani vivono qui anche illegalmente.
Mi sento immigrato come loro tre, ma vedrete durante l’intervista che le persone hanno una visione di accoglienza e integrazione differente e cambia in base al colore della pelle, della provenienza e che non siamo razzisti a chi diamine lo volete far credere!

Innanzitutto ringrazio anticipatamente tutte e tre per l’intervista. Come vi sentite da immigrate qui in Brasile, siete ben accolte e integrate con la vita brasiliana? Avete le stesse libertà che può avere un normale cittadino?
Marta:
 Io sono nata in Brasile ma ho vissuto in Angola, posso lavorare e avere gli stessi diritti di un cittadino brasiliano. Frequento la Chiesa Metodista e questo mi aiuta molto nella vita quotidiana. Studio e vado all’università.
Isabel: Io anche studio fisioterapia in un’università privata e frequento la Chiesa Metodista. Non sono stata ben accolta, le persone ti guardano in maniera differente per il colore della pelle e perché sono nata in Angola. In classe ci sono due o tre ragazzi di colore e la maggior parte è bianca. In classe sia i professori che gli studenti hanno una percezione dell’Angola ancora antica e pensano ad essa come all’Africa intera. Vedono l’Africa come è mostrata dalla tv, ma per conoscere il nostro continente devi andare e viverci per un tempo come ho fatto io per il Brasile che inizialmente credevo fosse tutta altra cosa. Invece non è così.
Rosa: Io anche studio sono qui per studiare. Anche nella mia classe la maggioranza è bianca. Dello stesso colore della mia pelle c’è un ragazzo di Bahia, ma anche lui che è addirittura brasiliano è visto con occhio differente. Immagina! Io e Isabel abbiamo qualche difficoltà a causa del visto.
Eh io ne so qualcosa, dico ridendo e approvando con la testa.

Quale è il motivo principale che vi ha portato qui in Brasile e lasciare il vostro paese?
Tutte e tre sono d’accordo sulla risposta: lo studio. La voglia di conoscenza, l’università migliore e la possibilità di studiare. Siamo tutte e tre qui per laurearci e tornare in Angola, dice Marta.
I ragazzi angolani lasciano il loro paese soprattutto per studiare ed avere delle ottime possibilità di lavoro al ritorno al proprio paese. Esiste un accordo politico tra i paesi lusofoni e le lauree sono considerate valide senza doversi far riconoscere o rifare gli esami.

Avete subìto incidenti di razzismo a causa della vostra pelle o origine? Cosa pensate dei brasiliani, sono un popolo civilizzato in questo senso che sa integrare e integrarsi?
Rosa:
 Mmh tra virgolette! Ci sono alcuni brasiliani veramente incredibili, che porterò con me tutta la vita. Mi ricordo benissimo di quando sono entrata il primo giorno in università ed ero seduta da sola, la maggior parte guardandomi in modo molto strano. Due ragazze invece si sono avvicinate chiedendomi se stava tutto bene senza farsi nessun problema del colore della pelle. Sono le mie più grandi amiche che porterò con me quando tornerò in Angola, vorrei veramente che potessero venire a trovarmi.

Isabel: Ci sono delle bellissime persone ma ci sono anche altri che non accettano la situazione. Secondo me è anche un problema culturale e d’ignoranza, come dicevo molti vendono l’Angola come l’Africa malnutrita e sempre in guerra. A volte pensano che viviamo come gli indigeni.

Di cosa si occupano gli angolani emigrati a San Paolo? Fanno dei lavori umili (mi vengono in mente gli immigrati peruviani o boliviani che si trasferiscono qui) oppure occupano anche incarichi più importanti?
Marta:
 La maggioranza di loro sono venditori, hanno delle botteghe in centro, lavorano nel settore delle pulizie ma c’è anche qualcuno che lavora in banca o al consolato.

È molto importante per me questa intervista perché mi permette di vedere come le persone hanno dei pregiudizi e degli stereotipi stampati in testa che cambiano la prospettiva di osservare le cose; se una persona conosce un italiano, ride, domande cose sensate, porta rispetto e dice “ho conosciuto un italiano che lavora qui” mentre quando conosciamo un angolano o africano, le cose cambiano ed è come se calasse una barriera che impedisce di andare oltre, una barriera sociale, storica che ci porta a dire “ho conosciuto un angolano rifugiato qui a San Paolo”. Entrambe siamo immigrati e non abbiamo un visto, ma uno è europeo e l’altro è africano e prova a cambiare la mentalità di qualcuno. Macchè!

Cosa fate qui? Siete felici di quello che fate? Quali sono i progetti futuri?
Rosa:
 Studio Relazioni Internazionali che mi permetterà di studiare anche con imprese importanti là in Angola. Ma amo anche cucinare e ho un sogno di aprire un ristorante tutto mio.
Isabel: Io studio Fisioterapia. Il mio sogno per essere felice è aprire una clinica per poter aiutare i tanti pazienti. Mancano le strutture e il materiale in Angola.
Marta: Io studio Odontologia per un motivo divertente. Quando ero bambina mi facevano sempre molto male i denti, penso di aver passato talmente tanto dolore che è per questo motivo che vorrei aprire una clinica dentistica in Angola. Tra l’altro anche i miei familiari studiano medicina lì e sarei felicissima di poter lavorare tutti insieme.

Cosa vi manca di più della vostra terra? Sentite molta nostalgia?
Italiano, africano, brasiliano, russo o americano quando si lascia la propria terra i sentimenti sono comuni per tutti e non c’è razzismo che regga. Le capisco benissimo e condividiamo perfettamente le stesse idee ed emozioni.
Isabel scuote la testa e si vede che è delle tre la più nostalgica. 
Tento di essere forte e cercare di star bene ma non esiste una cosa migliore di un abbraccio della propria famiglia. Ma dobbiamo guardare avanti e studiare per finire l’università che è il nostro obiettivo per ripagare i sacrifici della nostra famiglia.

Marta: Mi manca la mia cultura, l’allegria, l’ambiente allegro.
In che senso? Le chiedo.
In Angola è sempre festa e la cosa che importa è stare allegri. Se ci fosse stato un evento come oggi, per esempio, ognuno di noi avrebbe portato degli strumenti per suonare e cantare. E soprattutto ballare.

Rosa: I miei amici, la mia famiglia. A volte all’università solo alcuni ti fanno sentire che sono veri amici. Ma bisogna andare avanti e finire gli studi.
Ride e le guardo il turbante in testa cercando di capire come fanno quel nodo.
Mentre siamo tutti insieme a chiacchierare mi accorgo che il tempo vola e mi preparo alle ultime due domande. Sono curioso di sapere cosa desiderano.

Cosa vi augurate per il vostro futuro e per quello dei vostri figli (per chi li vorrà avere ovviamente)?
Ridiamo tutti insieme! Mi sono accorto di essere stato abbastanza educato per tutta l’intervista così, quasi alla fine, rivelo il lato cafone chiedendo l’età a tutte e tre.
Due di loro hanno 21 anni e una 28, e comunque tutte vorrebbero avere dei figli.
Marta, Isabel e Rosa hanno un’unica risposta: speriamo che i nostri figli possano avere la stessa opportunità di laurearsi, avere una buona educazione scolastica e poter studiare. Stiamo studiando perché il nostro futuro e quello dei nostri figli sia buono. Ci auguriamo che possano avere delle opportunità che noi non abbiamo avuto. Noi ringraziamo la nostra famiglia che ci aiuta economicamente per continuare a studiare.
L’ultima considerazione mi lascia 
dubbioso, e questo dimostra che in testa ci sono stampati degli stereotipi tipo africano uguale zulu che vive senza soldi in una tribù. Invece le famiglie delle ragazze sono economicamente stabili in Angola e hanno la possibilità di aiutare le ragazze a studiare. Scopro, invece, una cosa molto interessante che la moneta locale si chiama Kwanza e che non possono convertire i soldi direttamente in Reais brasiliani ma devono prima cambiarli in Dollari e successivamente nella moneta brasiliana. Tutto questo perché il cambio Kwanza angolano-Real brasiliano è bassissimo.

Avete un desiderio che vi augurate per Natale?
Tutte e tre rispondono nuovamente insieme: SI, andare in Angola e festeggiare in famiglia. 

L’intervista finisce qui. È stata molto interessante ma soprattutto educativa e mi ha mostrato come, nel 2016, le persone hanno ancora un grande problema di accettazione sociale. La cosa che mi ha impressionato in particolare è che il problema è presente tra i giovani, all’università e le nuove generazioni non hanno una diversa visione della vecchia. Sull’autobus, in metro, a lezione, in strada ancora facciamo la distinzione tra pelle chiara e negra e gli sguardi raccontano quello che siamo. Ci bisogna lavorare molto su queste tematiche, in famiglia, a scuola, da bambini soprattutto. Ringrazio le ragazze per la disponibilità e le lascio, finalmente, cantare e ballare. Hanno portato dei turbanti e dei mantelli tutti colorati che fanno indossare anche a me, sembro arabo. Marta riuscirà a passare il Natale in Angola, Rosa la raggiungerà dopo le feste mentre Isabel non potrà realizzare il suo desiderio quest’anno a causa del visto.
Il nodo con cui fanno il turbante me lo spiegano tre volte ma non lo riesco a capire. Forse perché sono di razza bianca.
Alla prossima!

R. come Re Leone.

Oggi me ne sono ritornato all’Opera Sociale dove due anni fa sono stato volontario insieme a mio cugino. La struttura si trova nella favela di Heliopolis, stato di San Paolo, e ci sono tornato perché avevo voglia di rivedere i ragazzi e farmi riabbracciare da tutti. Volevo proprio essere coccolato. Qualcuno se ne è andato, altri sono rimasti, ci sono nuovi bambini che non conosco e i ragazzi di due anni fa stanno crescendo e si vede, psicologicamente e fisicamente.
Con quattro o cinque di loro, che formano lo zoccolo duro, ci sono veramente affezionato. Oggi, però, la mia visita ha uno scopo ben preciso: voglio fare qualche domanda ad uno di loro e capire la differenza tra un bambino cresciuto in una favela ed io, per esempio, che sono cresciuto in un paesino di montagna molto tranquillo.
I sogni, le passioni, le paure, i ricordi dei bambini non sono proprio gli stessi in tutto il mondo e purtroppo ci sono da affrontare situazioni pesanti sin da piccoli dipendendo da dove si vive.
Ho preparato alcune domande a R.M. (nome che tengo nascosto per ovvi motivi) e che oggi mi ha dato una grande lezione di vita. Ancora una volta sottolineo che i valori più importanti della vita non ce li insegnano all’università ma li troviamo nei posti e nelle persone più umili del mondo.

Nome e cognome, età, dove vivi e quanti fratelli hai?
L’intervista lo incuriosisce e parte a razzo.
 Mi chiamo R.M., ho 13 anni festeggiati il mese scorso e vivo ad Heliopolis. Ho sei fratelli (da parte di madre mentre non so se da parte di padre ne ho altri) e vivo assieme a mamma e alla mia sorellina più piccola di 9 anni.
Dove studi e quale scuola frequenti? Quale materia ti piace di più e quale no.
Frequento la scuola media V.d.I che si trova qui ad Heliopolis. Mi piacciono diverse materie ma inglese è quella che mi piace di più. Odio, invece, la matematica.
Hai una fidanzata?
(ride)…veramente devo rispondere a questa domanda? Ho una fidanzata ma lei non lo sa!
(rido pure io…namo bene?!)
Cosa pensi del Brasile?
Penso sia un buon paese per vivere ma non in questo momento. Con la crisi di adesso e i diversi problemi come la sanità o l’educazione e un presidente che s’importa poco di queste cose è un po’ complicato. Però è un paese bellissimo.
Heliopolis anticamente veniva chiamata favela, adesso è propriamente chiamata Comunità, cos’è per te la favela? Cosa significa?
La favela è dove ho i miei amici, ma ci sono persone da cui voglio stare lontano. Conosco diversi amici che frequentano situazioni pericolose. Avevo un amico di 15 anni che adesso usa droga e io mi sono allontanato da lui. Ho incontrato due ragazzi l’altro giorno della mia stessa età e uno stava gridando verso l’altro per di non averlo pagato. Cose così.
Cose così! Certo, penso tra me e me.
Ma dal mio punto di vista la favela ha un grande significato, la gente pensa che nella Comunità ci sono solo persone cattive o che fanno cose errate. Esiste ancora molto preconcetto. A me piace qui perché è tutto vicino, il campo per giocare, la bottega, gli amici.
Mmh capito.
 Mi diresti 3 cose positive di vivere nella favela e tre negative?
Resta qualche secondo pensieroso.
 Le cose negative: la droga che circola illegalmente, molti furti e la violenza. Le cose invece positive sono che ho tutto vicino casa, la maggioranza delle persone si rispetta tra loro e gli amici.
Eh gli amici sono una grande cosa dico ad alta voce in italiano.
R. cosa consiglieresti ad un ragazzo della tua età? E alla tua sorellina?
Io gli direi di fare quello che vuole, ma ci sono cose che non fanno bene e sicuramente non ti rendono una persona migliore. A mia sorella dico che può fare tutto ma non tutto le conviene. Lei sa cosa fare e cosa non fare.
Qui mi cita una frase della Bibbia e mi dice che anche la sorellina ha molta fede e partecipa alla vita religiosa insieme a lui. 
Se fossi un uomo ricco cosa faresti con i tuoi soldi?
Qualche tempo fa avrei risposto che aiuterei i poveri…ma è una bugia.
Me la rido perché viva la sincerità e l’ingenuità.
Prima di tutto aiuterei mia madre a comprare una casa nuova. Poi io stesso andrei a vivere in un’altra città, Norvegia o Inghilterra dove la vita è molto buona. Diventerei un impresario e comprerei le azioni del Manchester City o Bayern Monaco. Aprirei un’azienda. Continuerò ad avere contatto con i miei amici e se avessero bisogno di aiuto io sarò disponibile.
Quali città del mondo avresti voglia di visitare? Hai detto Norvegia e Inghilterra, e Italia cavolo?
Lui ride e quasi si scusa.
 Si si anche l’Italia è bella e Roma!
R. spiegami perché, secondo te, i genitori fanno delle stronzate anche da grandi?
Qui tocco un tasto dolente. Ma R. è talmente intelligente che ricevo una cinquina morale inaspettata.
Perché le persone continuano sempre a sbagliare, a fare errori. Ma l’importante è imparare dagli errori. Se una persona non impara dallo stesso errore o gli piace fare quella stronzata oppure è un asino. Hai visto il Re Leone?
L’ho visto da bambino, sì!
Ecco. Quando facciamo degli errori dobbiamo cambiare noi stessi e non ricommettere lo stesso errore. Nel cartone dice. “cambiare è cosa buona. Però non è facile”. Forse anche i più grandi hanno paura di cambiare e continuano a fare degli errori.
…ci resto impietrito e passo alla prossima domanda.
Visto che sta arrivando il Natale, cosa vorresti per regalo? e se dovessi toglierti qualcosa di tuo per donarlo a chi ha meno possibilità cosa gli daresti?
Anche qui non mi aspetto una risposta del genere e mi ricorda di quanto la mia infanzia sia stata bella e senza problemi.
Ehmmmm forse una X-Box. O meglio ancora, una cosa che Papà Noel (Babbo Natale) non mi ha dato che è la famiglia unita.
R. ha un cuore, una sensibilità e un’intelligenza fuori dal comune per un ragazzo della sua età.
Ho molti vestiti che non uso e li darei volentieri a chi ne ha meno di me.
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
Essere ricco e potente. Ahahah, Scherzo! Vorrei diventare ballerino o giornalista (senza toglierti nulla).
Ridiamo insieme e gli spiego che non sono giornalista, che mi piace tanto insegnare o lavorare nel mondo dell’editoria. Devi imparare bene l’inglese se vuoi fare il giornalista, gli dico.
Hai una persona a cui ti ispiri nella vita quotidiana?
Non mi piace ispirarmi ad altre persone perché mi piace essere differente. Non prenderei l’esempio dei miei genitori ne di altre persone.
E chi è la persona che ami di più della tua vita?
Mia madre, nonostante tutto quello che ha fatto.

L’intervista, o meglio la chiacchierata con R., dura un’oretta. Ha molti sogni da realizzare e molti ostacoli da superare. Ridiamo e scherziamo insieme e ci commuoviamo quando tocca tasti dolenti della sua vita, che io mai avrei immaginato durante la mia infanzia. Mi sono accorto che la distribuzione della giustizia umana è disomogenea e sproporzionata. Assolutamente!
Non mi sento di dare dei consigli, perché non ho le facoltà per farlo ma provo a raccontargli la mia storia e come nella vita è importante fare ciò che ci piace nonostante ci saranno difficoltà da superare. L’unica cosa che mi preme dirgli è di ascoltare tutti ma focalizzarsi sul solo proprio obiettivo e lottare per quello fino alla fine.
R. è contento perché è ora della merenda e perché il doposcuola è finito.
Io anche me ne vado a fare merenda con loro e poi me ne torno a casa. Su internet la sera mi guardo Il Re Leone, un capolavoro, i ragazzi dell’Opera Sociale faranno una recita teatrale per Natale proprio su questo cartone.
Non posso che concludere con una frase di Musafa:“per raggiungere quello che vuoi, devi guardare oltre quello che vedi.”

 

Babbo Natale è di Guarcino

Ho le chiappe strette, faccio appena in tempo ad aprire la porta e a lasciare che il giubbotto cada a terra. Mi catapulto sulla tazza marrone del mio amato gabinetto e lascio sganciare due bombe nucleari del medesimo colore (mio padre ha scelto il marrone non a caso). Tra le cose che odio di quando si caga è centrare l’acqua, situata nel bel mezzo della struttura sanitaria che inevitabilmente torna, per antichissime leggi fisiche, al centro del tuo amato culo. Altrettanto marrone. Apro parentesi e vi lascio un consiglio; prima di cagare, se non andate di fretta, lasciate della carta igienica al centro della tazza in modo tale da ridurre il rinculo dell’acqua e assorbire le onde sonore dell’atto fecale.
Fuori fa un freddo inimmaginabile tanto che la sacca che contiene i miei coglioni è super–raggrinzita, tra l’altro come mai in quella zona è sempre caldo? Il pisello non patisce mai il freddo? Chissà.
Comunque è Dicembre e quasi Natale, io ho deciso che appena finisco con la tazza esco, vado al centro commerciale “Le Margherite” e mi faccio due chiacchiere con quel babbo di Babbo Natale che è dal lontano ’94 che non me la racconta giusta, c’è qualcosa che non va tra me e lui.
Appena arrivo, lo trovo in piedi su una piattaforma in legno costruita apposta per lui, dietro ci sono due alberi natalizi, una grande slitta piena di regali e una renna in un recinto che caga e mangia. E puzza. Le renne puzzano e comunque non volano cari bambini! Lui è in piedi che si tocca la sacca che contiene i coglioni perché quella tuta rossa è probabilmente troppo aderente e lanosa. Adesso è in pausa e deve andare a farsi un caffè e fumare almeno una 100’s e nessuno deve rompere i coglioni con la pace nel mondo, la povertà, i regali, il silicone e le zinne. Io però mi avvicino lo stesso e lo guardo negli occhi. Almeno per due minuti. Lui ricambia e probabilmente mi riconosce, si gratta lo stomaco e dal movimento della trachea capisco che soffre di reflusso-gastro-esofageo violento. Succhi gastrici acidissimi mi sfiorano le froge provocandomi la pelle d’oca.

Senti Babbo di un Natale che non sei altro mi devi delle spiegazioni. Adesso non puoi scappare, mi devi rispondere e ti pago anche il caffè delle macchinette se vuoi.
Lui con la Marlboro che pende dal labbro, abbassa lo sguardo e si prepara alla battaglia.

Allora prima cosa, mi spieghi che cos’è questa storia dei centri commerciali? E perché quella renna di merda mangia il pandoro? E tu come fai a fumare le 100’s?
Ragazzo, scegliamo i centri commerciali perché sono tutti rincoglioniti qua dentro e a Natale regalano un sacco di soldi e poi i bambini sono diventati pochi e stronzi. La renna mangia pandoro perché il prezzo delle crocchette è aumentato e ricaga pandoro che puzza assai. Le 100’s sono buone e dopo una giornata così fanno anche bene.

Cazzo! Ma Babbo Natale non dovrebbe fumare, nevvero? E come mai porti la tuta di sei taglie meno della tua? E in Lapponia le 100’s neanche le vendono!
Balle, fandonie, frottole caro acnoso figlio di puttana! Io fumo, non sono lappone e la tuta aderente và di moda così si vede il “pacco” e le mamme me le porto tutte al bagno mentre i figli giocano con la renna. In Lapponia le 100’s non le vendono è vero, ma io le prendo da Mariusz che me le porta da Cracovia a 5 euro di meno la stecca. Se vuoi ti do il numero del cellulare, chiamalo con il nome in codice però: Chantal.

Sono basito. Va bene ma non ti credo Babbo di un Santa Claus. Da dove vieni e chi sei? Che fai nella vita? E sei troppo grasso per consegnare i regali entro il 24 dicembre e volare con la renna. E come fanno le mamme a venire con te, sacco di cotenna?
Zitto fallo coi baffi! Le mamme mi amano perché ho il SUV e le faccio i regali, vengo da Guarcino e lavoro in una norcineria che fa il prosciutto più buono della ciociaria. Tu che cazzo ne sai che compri da Fausto?! I regali li consegno fino al 19, poi sti cazzi ci pensa la befana di tua zia a consegnare gli altri! Le renne non volano, la mia l’ammazzo a capodanno e ci faccio le salsicce ripiene col finocchio. I bambini non lo sanno.

Ehi scaldabagno sta attento a come parli! Adesso capisco tutto. Ecco perché dal lontano ’94 che non ricevo regali e quelli che ricevo fanno cagare come la tua renna. Perché abito vicino a Fausto che ha il prosciutto migliore del tuo!
Esatto minchione! I regali più brutti li lascio per te: sciarpe in pile, cappelli di flanella, maglioni a collo alto, camicette per petti depilati, VHS di Jerry Calà. A proposito devi vederti un film di lui che non mi ricordo il titolo però…

Io non riesco a capire. Come fai ad essere qui e allo stesso tempo in Germania, Grecia, Fumone, Pantanello e al negozio di Pina? E dove sta il tuo amore per i bambini se vai con le loro mamme? E il SUV come ce l’hai?
Ma che Germania e Grecia, io sono qua fino al 19 del mese, Peppone sta a Fumone il pomeriggio e la mattina a Pantanello e Rino il fine settimana da Pina. Per quanto riguarda i bambini io mi limito a consegnare regali e spalare la merda alla renna, le mamme fanno il resto in questo splendido periodo. Il SUV sono cazzi miei come ce l’ho, a Guarcino non si fanno gli scontrini.

Porca puttana sei un babbo ripieno di succhi gastrici e cotenna e merda di renna! Senti io quest’anno non chiedo nulla perché finisce che mi ritrovo qualcosa che non piace. Fammi il favore di saltare casa mia e Fausto e passa direttamente all’Abruzzo. Poi comprati del Gaviscon che ti farà bene e fai gli scontrini. Io vado a casa che mi sono scordato di tirare la catena del cesso. ‘Sta tutina rossa aderente fa cagare e ti si vede l’adipe. Al cappellino si sono fulminate 3 lampadine su 4 e puzza di mazze di renna. Un’ultima cosa, tu preferisci il pandoro o il panettone?
Senti stoccafisso con la chierica io faccio quello che voglio, il Gaviscon lo usi tu. Io la gastrite la curo con l’aglio fritto e gli scontrini li faccio su una moleskine con il prezzo totale in lire. I vestiti li scelgo io e così vanno bene che scopo come un toro. E la puzza di mazze di renne sul cappellino come hai fatto a riconoscerla maledetto? Comunque quest’anno sarò in quella catapecchia di casa tua il 17 di Dicembre con una busta piena di videocassette di Jerry Calà e la merda della renna mia. Io preferisco il cotechino di anatra! E adesso torno a lavoro che mia aspettano un mucchio di mammine.

Il 90% delle volte che cago mi dimentico di mettere la carta igienica per evitare spiacevoli incidenti. Il 94% delle volte la merda centra il buco centrale dell’amato apparecchio sanitario. Il 97% delle volte l’acqua che stagna nella tazza è piena di piscio e presumibilmente merda di renna. Se a Natale si fa la pasta con le vongole è perché quella cotenna di Santa Claus ha sbagliato tutto: non vola, scambia i regali, dice bugie ai bambini, mangia carne, arriva sempre in ritardo o non arriva e si tocca la sacca che contiene i coglioni che quando fa freddo è tutta raggrinzita. Merry Xmas!