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Cinque giorni in paradiso

Uno degli stati più belli del Brasile è sicuramente quello di Rio de Janeiro. La mia considerazione è scontata e l’abbiamo sentita già diverse volte, ma dal vivo posso dirvi che Dio si è impegnato talmente tanto che ne sono venute fuori delle opere d’arte naturali incredibili. In autobus abbiamo attraversato lo stato di San Paolo e siamo arrivati in quello confinante di Rio de Janeiro, entrambe si affacciano sull’oceano e in autobus si percorre tutta la costa fino alla capitale carioca. Qui abbiamo passato il capodanno, in portoghese “reveillòn”, dove abbiamo avuto la possibilità di assistere, dalla spiaggia di Leblon, allo spettacolo pirotecnico che avviene in mare. Ho avuto la grande fortuna di passare uno dei capodanni più belli al mondo e non esistono molte parole per descrivere il momento né foto che possano dare un’idea dell’evento.
Il viaggio che vorrei raccontarvi però è quello che abbiamo fatto di ritorno da Rio; il litorale propone dei paesaggi costieri e delle piccole cittadine marine (cittadine termine poco adatto a definire quelle che qui chiamano “praias”) che si misturano alla vegetazione tipica amazzone e ad abitazioni proprie brasiliane. Paesini caratteristici in sequenza come Arraial do Cabo, Cabo Frio, Angra dos Reis, Paraty, Trindade, Buzios, Ilha Grande. La gente che incontriamo è la classica gente di mare, che vive di mare e di turismo, pelle bruciata dal sole e atmosfera piena di salsedine. Cocco gelato e ghiaccio in vendita in tutti i buchi possibili, il calore è forte e si toccano punte di 40 gradi. Sempre in costume e Havaianas. Classico.
L’autobus ci lascia in Conceição de Jacareì dove da qui prendiamo un’imbarcazione che ci porta ad Ilha Grande, un’isola. Il tempo è splendido e il sole batte forte sulle nostre teste, Clarice mi spalma 10 chili di protezione solare evitando spiacevoli scottature alla mia pelle trasparente. Mi rincuora sapere che sull’isola non ci sono banche, fast food, grandi marchi di moda e che la globalizzazione è rimasta momentaneamente dall’altra parte e speriamo che resti là.
Zaino in spalla partiamo alla ricerca della nostra “pousada” che ci ospiterà per 4 giorni, oltre agli abitanti locali mi accorgo della presenza massiccia di sudamericani ed in particolare argentini, infatti il nostro ostello è gestito da una famiglia argentina e ad accoglierci è Benjamin nativo di Buenos Aires.
L’isola è un’esplorazione continua e si ha la possibilità di conoscerla attraverso escursioni a piedi oppure in barca; diverse spiagge sono raggiungibili solo per mezzo di imbarcazioni e anche se il prezzo è corposo vale la vista e la visita, mentre le escursioni sono ben segnalate e divise a seconda della difficoltà.
Il primo giorno, muniti di spray antizanzare e panini-fatti-in-camera stile ciociaro, scegliamo di avventurarci sul sentiero T01 e T02 che dall’isola s’infila attraverso la foresta; l’escursione è abbastanza difficile soprattutto per il caldo e l’umidità che raggiunge livelli altissimi, ma lo sforzo fisico ripaga tutte le bellezze che s’incontrano durante il cammino, un’abbondanza di magnificenza che appaga lo spirito e che annulla lo sforzo fatto. L’escursione dura 4 ore per un totale di 12 chilometri in un misto di sali e scendi e sorprese ovunque: la praia preta (con sabbia di colore nero), un acquedotto attivo nel bel mezzo di una foresta, il mirante do pescador dove si può vedere il paesaggio dall’alto di una pietra gigante, il pozzo naturale. Nel bel mezzo della camminata, invece di tornare indietro, continuiamo sul sentiero T02 che aumenta la difficoltà e il percorso ma che ci porta ad una cascata (cachoeira da Feiticeira). Qui, distrutti dalla fatica, ci mangiamo una mela e ci lasciamo purificare dall’acqua che scende e batte su di noi. Che sensazione unica!
Tornando facciamo lo stesso cammino fino al ritorno alla spiaggia di Abraãozinho, qui ci areniamo in spiaggia tra un bagno e una meritata cerveja ghiacciata.
L’altro modo di visitare l’isola è raggiungere alcune spiagge attraverso il mare. Sull’isola molte agenzie offrono diversi tipi escursione in barca, noi decidiamo di spendere il nostro terzo giorno andando a visitare le “praias paradisiacas” ovvero veri e propri angoli di eldorado. La passeggiata occupa tutta la giornata dalla mattina alla sera per un totale di cinque praias. Posti visti solo in televisione che mi si materializzano adesso, a 28 anni: Praia do Dentista, così chiamata perché lì ci viveva un dentista che avrebbe voluto privatizzare la spiaggia tutta per lui, Lagoa Azul, Praia de Piedade dove c’è una piccola chiesa chiamata appunto Igreja da Piedade, Cataguas e Ilhas da Botinas o anche conosciuta come Isole gemelle perché identiche.

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Mi trovo in grande difficoltà nel tentare di spiegarvi cosa i miei occhi hanno visto, acqua incredibilmente trasparente, pesci e stelle marine, alberi di cocco, palme, barche e abitazioni in posti improbabili, qualcuno che cucinava gamberetti fritti in baracche improvvisate.
Forse stavo sognando.
Gli altri due giorni ci siamo dedicati alla conoscenza degli abitanti stessi. Abbiamo chiacchierato e curiosato sulla vita di un isolano, com’è vivere qui l’anno intero, di cosa campano, tradizioni, cucina e abitudini. Ci hanno spiegato che il periodo più prolifero va da Novembre ad Aprile ovvero d’estate, i prezzi in questa stagione aumentano e, come le formiche, separano quello che avanza per il periodo di bassa stagione. L’inverno le temperature si aggirano attorno ai 18-20 gradi e Ilha Grande è invasa dagli europei (che al contrario si trovano in piena estate). La vita si basa tutta sul turismo e il mare è la prima fonte di lavoro e anche il principale ingrediente della cucina. Il pesce è, manco a dirlo, favoloso. Pesce fritto o grigliato, gamberetti fritti con limão, insalata con cipolla, gamberi con formaggio e sempre accompagnati dal riso e infine la moqueqa di pesce, una specie di zuppa cucinata assieme a latte di cocco, pomodoro e peperoni.
Non è facile vivere su un’isola tutto l’anno, ma qualcuno ne ha fatto uno stile di vita e una via di fuga dal caos delle città. Questo è uno dei motivi principali per cui gli argentini vengono qui ad investire e lo stesso per cui Benjamin ha deciso di lasciare Bariloche per gestire una pousada in Ilha Grande.
Gli ho fatto qualche domanda per sapere di più al riguardo.
Benjamin ha 30 anni e si trova ad Ilha Grande da 10 mesi. È venuto qui già 3 anni fa ma per causa del visto ha lavorato nell’ostello solo per la stagione estiva alternando ritorni in Argentina. Mi racconta che ha scelto il Brasile per il clima e il paesaggio, la bellezza naturale che il Brasile possiede. In Argentina è freddo ed è possibile andare al mare solo d’estate. Lui viveva a 4 ore da Buenos Aires e ha abitato e lavorato per qualche anno a Bariloche. Il motivo per cui ha deciso di cambiare città è per avere una vita più rilassata. E qui l’ha trovata.
Gli chiedo se l’ostello è di sua proprietà ma lui mi dice che è di una sua zia che ha comprato un terreno dove ci ha costruito questa pousada, poi lei è andata via e adesso la gestisce lui insieme alla sua fidanzata e qualche cugino. Gli domando se hanno studiato in Argentina e lui mi dice che in realtà è fisioterapista e che la sua ragazza si occupa di problemi sociali in età infantile, ma che hanno deciso di lasciare per il momento questa strada per vivere in totale relax qui.
L’Argentina ha cambiato presidente l’anno passato e tra l’altro è di discendenza italiana, gli domando se molti connazionali vengono in Brasile per causa della situazione economica e lavorativa. Benjamin con molta sincerità mi dice che non segue la politica argentina e che, come posso vedere, non ci sono televisioni. I suoi genitori vivono lì insieme alle sue sorelle ma mai parlano di politica. Mi dice che ci sono molti argentini sull’isola che sono lì per il suo stesso motivo. Anche io, in altrettanta sincerità, gli chiedo se gli piace questa vita e se non si sente triste per aver studiato fisioterapia (stessa considerazione per la sua compagna). Lui mi dice che ama questa vita, riparare, fare dei lavoretti tutti i giorni ma ama anche quello per cui ha studiato per 6 anni. Spera di poter fare le due cose un giorno. Vorrei sapere da lui delle cose positive dei brasiliani e delle cose negative. Lui ride e mi dice che sono molto socievoli e sempre sorridenti e che hanno la mente rilassata, ma la stessa calma è una cosa negativa perché hanno i loro tempi molto molto lenti.
Prima di lasciarlo al lavoro che aveva sospeso gli chiedo cosa gli manca di più del suo paese. Lui mi guarda e giustamente mi risponde cose che avrei dovuto immaginare: la famiglia e gli amici.
Lo ringrazio e lo lascio andare a levigare una persiana di legno.
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Quando torno in camera mi sdraio sul letto e penso a come dev’essere la vita intera qui, ha i suoi pro e i suoi contro. Sono fortunato ad aver avuto la possibilità di conoscere questo paradiso naturale, essermi arricchito con un’altra esperienza e averlo fatto insieme alla persona che amo.
Sull’isola, quando piove forte, l’elettricità va via lasciando tutti senza luce. Ci si arrangia con dei gruppi elettrogeni oppure con delle lampade o delle vecchie candele. L’ultimo giorno una forte tempesta mi regala un’altra sorpresa, dalla spiaggia ho l’opportunità di vedere il mare illuminato dalle scariche di fulmini. È tutto sorprendente e maestoso.

Dio qui ha fatto un gran bel lavoro mi dico.

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Elogio al viaggio: una questione di cuore, testa e gambe

O viajante escolhe seus caminhos,
mas também é escolhido por eles.
Perante a incerteza, ele mira o horizonte
e segue as estrelas sem receios,
porque sabe que seu destino será bom”

Viaggiare è uno dei valori più profondi che esistano. Proprio così, io lo considero un valore. Il viaggio è una ricchezza intima incalcolabile, un’esperienza unica che ci eleva moralmente e ci insegna. Viaggiare educa e istruisce l’uomo al rispetto, alla condivisione, all’accettazione del prossimo il quale possiede tradizioni, abitudini, costumi, usanze differenti dalle nostre. Il fine ultimo di questa essenza è accettare, attraverso la scoperta, cose nuove e diverse da quelle che siamo abituati a vivere ogni giorno; avere la possibilità di provare cose che non appartengono alla nostra quotidianità e essere in grado di condividerle e ammetterle significa stare in pace con gli altri. Che poi è l’obiettivo finale della nostra vita e il principale motivo, invece, per cui siamo sempre incazzati tra di noi e facciamo tanta fatica ad accettare il prossimo.

Le mie considerazioni di oggi, però, sono focalizzate sulla differenza che separa il turismo dal viaggiare, tra “fare il turista” e “essere un viaggiatore” e mettere a confronto queste due figure che non hanno niente a che fare tra loro.
Il turismo è definito come l’insieme delle attività che le persone realizzano durante i propri viaggi in un luogo differente dal luogo in cui vivono, per un periodo di tempo, con scopo di istruzione o piacere. Nella bellissima definizione ci dimentichiamo anche tutte le varie attività che il turismo offre e tra lo scopo del piacere forse siamo andati un po’ oltre la definizione. Ma facciamo un passo alla volta. Il turismo è una macchina milionaria che fa del viaggio una merce, un prodotto da vendere. Qualsiasi cosa è diventata merce, tutto ha un costo ed un prezzo da pagare e meno la persona è curiosa più usufruisce di questa macchina spendisoldi. Il turismo ha lo scopo di vendere un prodotto, la persona o il gruppo di persone devono spendere e ricevere comfort, faticare il meno possibile, CONSUMARE e soprattutto visitare le cose che il “pacchetto” organizza. Il turista non deve uscire fuori dai binari e deve sperperare il più possibile in quel breve lasso di tempo.
Nell’ultima intervista del 2002, pubblicata sulla rivista Vita, sua maestà Tiziano Terzani definisce così il turismo: Il turismo consuma tutto. L’industria turistica è orribile non solo per fenomeni come la pedofilia e il mercato del sesso, ma perché ha creato una mentalità da prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo abitano pur di fare soldi”. Le città, i paesi, le strade diventano veri e propri negozi en plain air e si vende di tutto. Una prostituzione generale, esatto. Mi vengono in mente la Thailandia e la Repubblica Ceca (ma non solo) dove si è andati veramente oltre e al turista si offre di tutto. A buon intenditor…
Il turista che viaggia cerca le comodità, l’aria condizionata, da mangiare veloce e vicino, dormire con tutti i comfort possibili, non ha voglia di conoscere. Non ha curiosità nello scoprire cosa mangia quel popolo, come vive, quali tradizioni, non si sforza a capire la cultura del posto. Mi pare che voglia sentirsi a casa, fuori casa, e raccontare di aver visto quel posto girando in una barchetta per qualche giorno.
La seconda considerazione che mi viene in mente è l’insensibilità che ha creato, inevitabilmente, la globalizzazione. Questo secondo punto ha rivoluzionato negativamente il senso del viaggiare. Le persone vogliono continuare a sentirsi a casa stando altrove, questo ha creato una sorta di impoverimento nella persona e nel viaggio stesso; mangiamo le stesse cose di tutti i giorni, troviamo lo stesso shampoo che usiamo quotidianamente, stessi prodotti, cucine internazionali. Non dico che sia un malus ma questo ha fatto sempre di più inaridire la curiosità nel conoscere, nello scoprire. Penso alle grandi catene di fast food o le franchising di cibo, di abbigliamento, di trasporto, di prodotti. Penso a loro e all’uccisione del piccolo rivenditore locale. La morte della scoperta, la vittoria del conformismo.
Questa sorta di convenzionalismo ha portato ad un fenomeno contrario, ovvero i luoghi turistici hanno iniziato ad adattarsi alle volontà e ai bisogni delle persone anziché le persone adattarsi ai luoghi che visitano. Nella mia esperienza personale ho potuto constatare che si sta cercando di modellare, o meglio uniformare, l’architettura delle città, ma anche paesi di dimensioni minori, collocando le stesse catene di supermercati, di grandi marchi d’abbigliamento, di catene fast food, di affitta automobili e chi più ne ha più ne metta. Penso che tutti abbiate potuto osservare con i vostri occhi che si ha la possibilità di comprare la stessa maglietta nella stessa catena di abbigliamento, se si ha fame lo stesso hamburger, ogni città ha una strada importante e i negozi sono sempre quelli delle grandi firme e state tranquilli che non manca mai nessuno. Questo ha permesso che i grandi continuassero a crescere e “ingrassare” e le economie locali a soffocare lentamente. Anche in questo caso mi viene in mente Risiko, più inizi a vincere e più aumenta l’impero. Solo che lì è un gioco.
La terza considerazione riguarda le economie locali. Sempre più abbandonate a se stesse, sembrano Davide contro Golia. Piccoli contro grandi. Viaggiare significa appoggiare e favorire le economie locali, significa sperimentare cose nuove. Il viaggio ti da l’incredibile occasione di poter vedere, provare, sentire cose differenti. Per preparare un viaggio ci vuole impegno, fatica, organizzazione del tempo e dei giorni. Mentre il turismo ti offre un piatto già pronto senza il minimo sforzo, il viaggio deve essere pianificato; bisogna studiare cosa fare, dove andare, cosa visitare, cosa mangiare, bisogna studiare il popolo locale, quali abitudini hanno, le feste e cosa festeggiano, il turismo non pensa ai dettagli e tralascia i particolari. Organizzarsi il viaggio è bellissimo: fare delle ricerche, scrivere, prendere appunti, stamparsi una mappa, programmare l’avventura ma soprattutto ritornare soddisfatto.
Il cibo per esempio è una delle caratteristiche più importanti per conoscere un popolo. Per cibo intendo tutti i processi che portano al piatto finale: dalla storia, alla scelta del prodotto, al modo di cucinarlo, al modo di mangiarlo. Bisogna cercare di preferire, ma mi preme dire anche proteggere, i produttori locali. Viaggiare significa cercare di immedesimarsi con quel popolo nella maniera più vicina possibile in quei pochi giorni che si permane. Pensare di venire a Roma e preferire di mangiare hamburger invece di provare dei bucatini all’amatriciana è come bestemmiare. Vedere la città su quell’autobus aperto invece di passeggiare e faticare è tempo e soldi persi. La mia riflessione non riguarda solo il cibo ma può essere applicata per qualsiasi altro tipo di prodotto in qualsiasi altra città.
La mia quarta considerazione è mirata sull’uso della tecnologia. Non possiamo negare ci ha reso la vita più facile quando si viaggia ma bisogna stare attenti all’uso che se ne fa. Dal mio punto di vista continuo ad essere favorevole alla curiosità del viaggiatore nello scoprire, improvvisare e soprattutto interagire (in tutte le sue difficoltà) con la comunità locale. In questo ci vedo cose molto costruttive; comunicare o farsi consigliare dalle persone del posto aumenta la conoscenza della cultura. Farsi consigliare cosa o dove mangiare, per esempio, rende sempre felici tutti. Cerchiamo di fare a meno delle applicazioni dei nostri cellulari, non esiste niente di peggio di vedere valutazioni ovunque, si giudica tutto, si lasciano opinioni senza ragionarci, giudizi su ristoranti, pub, panini, prezzi e addirittura sulle persone, i commessi o i camerieri.
Una porcata! Siamo diventati tutti giudici, sembra un tribunale.
Nel viaggio ci vedo sempre l’esplorazione. Non c’è niente di meglio della realizzazione del viaggio, la concretizzazione attraverso i cinque sensi di cosa avevamo in mente prima di partire. Il turismo non le può mai capire queste cose.
Viaggiare ha la capacità di farti vedere quel luogo attraverso i tuoi occhi e soprattutto il tuo punto di vista, che è diverso dal mio e dal suo. Il viaggio riattiva ad ognuno di noi delle sensazioni diverse.
Viaggiare è un sentimento perché quando rivediamo una foto non abbiamo solo la possibilità di vederla ma anche la fortuna di riattivare tutti gli altri sensi che hanno immortalato quel momento.
Ogni viaggio è come un libro in più nella propria libreria, più ne hai e più sei ricco.

Be traveller, not tourist.

La fine a Ovest

Il viaggio verso Cabo da Roca è entusiasmante. Cabo da Roca si trova a Lisbona ed è l’ultimo pezzo di terra europea ad ovest, dove termina il vecchio continente e inizia l’oceano. L’Atlantico ci separa dalle due Americhe.
Da Cais do Sodré si prende il comboio (il treno come lo chiamano i portoghesi) ed è quello che va diretto a Cascais e che attraversa Belém e la sua torre, seguendo il verso del Rio Tejo che poi muore sull’Atlantico. Il Rio Tejo è un punto di forza di questa città ma anche maledetto per i pensatori martoriati dalla saudade.
Il panorama che mi offre il finestrino è dei migliori, in una mistura di bellezza e nostalgia. Il comboio finisce la corsa a Cascais. La visita qui è d’obbligo perchè si può approfittare della spiaggia, del mare e passeggiare tra i vicoli tipici portoghesi.
Il 403 è il bus che ti permette di arrivare a Cabo da Roca. Cascais e Cabo da Roca distano circa mezz’ora l’una dall’altra.
La strada è una serie di curve a “S” che portano fino in cima tra la vegetazione a noi conosciuta di ulivi e qualche sempreverde marino. A pochi chilometri dall’arrivo già si scorge una vista mozzafiato e un’immensa distesa blu.
Appena arrivati un faro di vedetta e il vento ci accolgono dalla collinetta, a due passi il dirupo. La fine. La terra lascia spazio alle acque, le onde si infrangono sugli scogli, si fa fatica a percepire la violenza delle onde che attaccano o la forza degli scogli in difesa.
Qui finisce il continente europeo e comincia l’oceano. Una distesa blu che fa tutt’uno con il cielo su un sottofondo musicale rilassante e che pulisce i pensieri sporchi e pesanti della quotidianità.
Su una croce di pietra sono incise le famose parole di Camoes “onde a terra se acaba e o mar começa”. Il momento è unico e indimenticabile, terra-mare e uomo-natura.
Lo stesso 403 mi riporta da dove ero partito a Cascais. Come già detto la passeggiata è da fare assolutamente, ammirate le pareti di azulejos delle case e se avete fame ricordatevi di provare la cucina tipica evitando (e BOICOTTANDO) le solite cagate delle multinazionali.
Il ritorno a Lisbona ripropone le stesse immagini dell’andata. Lentamente veniamo risucchiati prima dal fiume e poi dalla frenesia della città.
Alla stazione di Saldanha un via vai di incravattati mi riporta alla normalità, ma fortunatamente per oggi non sono uno di loro.

Até logo queridos!

 

Heliòpolis, a Comunidade -la favela vista dai miei occhi-

La favela non è spiegazioni,
è sentimento

Al 224 della Rua Alencar de Araripe ci vivo io.

Mi trovo nel bel mezzo di una delle strade più trafficate di San Paolo, l’Avenida Anchieta che ho alle spalle, mentre di fronte a me un’immensa distesa di case formano la favela di Heliòpolis o anche chiamata “La Comunità”. Heliòpolis conta 200.000 abitanti in un’area che si estende per 1 kilometro quadrato. La più grande favela dello stato di San Paolo e la seconda di tutto il sudamerica, un solo ospedale pubblico inaugurato nel 1969, un solo pronto soccorso, famiglie numerosissime, salario medio di 480 reais al mese, ogni 10 adolescenti 6 sono disoccupati e 4 non frequentano la scuola. Molte ragazze ingravidano prima dei 18 anni. Quando non hai un’educazione e la scuola non occupa la normale vita di un ragazzo, guadagnarsi da vivere tentando altre soluzione diventa la quotidianità anche nel 2015. Apro parentesi, andate a vedere il cambio Euro-Real brasiliano per farvi un’idea di quanto siano 500 reais al mese, lascio a voi i calcoli. Come cazzo ci sono arrivato al 224 della Alencar de Araripe? Non lo so nemmeno io. Vivere ad Heliòpolis non è facile. Non è facile ma ha i suoi vantaggi. Crescere qui significa lottare ogni giorno, i problemi cominciano fin da quando si è bambini. A casa (se così si possono definire) si convive con realtà pesanti e le responsabilità te le devi prendere già a 8 anni. A casa più tardi ci si torna e meglio è. Le strade della favela sono piccole e strette, non vige una legge ma una sorta di anarchia nel rispetto degli altri. Ma neanche tanto. I ragazzi vivono e giocano in strada. Oltre al calcio (dove il pallone è improvvisato con qualsiasi oggetto) si gioca con l’aquilone, la pipa. Non è come state pensando. La pipa non significa solo farlo volare in aria. È una lotta, una sfida a chi vola più in alto tra i fili dell’alta tensione, sui tetti della favela. C’è di più. Tra il filo normale e l’aquilone di carta, circa tre o quattro metri sono composti di un altro materiale, di polvere di vetro, che serve a combattere contro gli altri aquiloni. Vince chi riesce a tagliare il filo avversario. Due o tre bambini, solitamente più piccoli, hanno il compito di raccogliere la pipa che lentamente cade. A fine giornata qualcuno passa con 4 o 5 di quegli aquiloni in mano. È il segno della vittoria. Si gioca con le infradito, ovviamente, o a piedi nudi. Regola che vale anche per il calcio. A differenza nostra, le scuole pubbliche sono mal organizzate, l’istruzione è debole e le possibilità economiche delle famiglie limitatissime. Altra parentesi, se dopo aver letto “le scuole pubbliche sono mal organizzate” avete pensato “anche da noi”, state calmi e studiate. Studiate e andate a scuola che è divertente. Fidatevi. Chiusa parentesi. A scuola ci si va la mattina o il pomeriggio. Il tempo restante è occupato partecipando ad altre attività organizzate dalle opere sociali, che rappresentano una sorta di doposcuola, scuole calcio, scuole di capoeira e arti marziali (qui molto diffuse), scuole di musica. Chi non si “perde” occupa le giornate in questo modo.Poi c’è l’altra faccia della medaglia. La parte negativa, quella che già conoscete per aver visto probabilmente in tv. Io non ve la racconto. Primo perché non trovo le parole e poi perchè i bambini mi piace ricordarli che giocano, litigano, piangono e non pensano ai problemi. Le cose brutte le lasciamo ai grandi che poi ad un certo punto non ci capiscono più un cazzo e si dimenticano di essere stati bambini. Per chi vive nella favela trovare lavoro e mantenere una famiglia è un compito arduo. Garantire l’educazione ai propri figli è di secondaria importanza. Garantirgli l’accesso alle cure invece è scalare l’Everest con le Havaianas. Anche qui hanno il cosiddetto “piano di salute”, che provo a spiegarvi in due righe; paghi mensilmente la tua assicurazione che ti garantisce l’accesso ad ospedali privati e cure più rapide e, ovviamente, migliori. Ci sono anche gli ospedali pubblici, ma provate ad immaginare che solo Heliòpolis ha 200.000 abitanti, è normale che tempi d’attesa e cure sono infiniti e di bassa qualità. Se anche qui avete pensato “pure da noi è na sòla” state calmi e ricordatevi che le punture delle zanzare da noi causano solo prurito (per chi desidera approfondire l’argomento e le cause di un pizzico di un mosquito grande quanto una caccola, vi consiglio di dare un’occhiata su Wikipedia).

A chiudere questa babilonia di cose, vorrei sottolineare che i brasiliani sono un popolo incredibile. Hanno un innato senso di umanità e solidarietà. Sono socievoli e solari. E i problemi li risolvono con calma (e sempre con le infradito). Non perdono mai il sorriso. Gli incisivi bianchissimi, sono sempre in bella mostra. Prima cosa che si nota, oltre alle formidabili chiappe (*chiappe: famosa bevanda brasiliana). Nonostante i problemi, economici e non, c’è sempre spazio per una bevuta e un churrasco (il barbecue brasiliano) montato in fretta e furia. Si mette su un samba, la musica alta, l’immancabile caipirinha e ci si lascia dietro tutte le preoccupazioni. Tanto, come dicono loro, un modo si trova. Come ci sono arrivato qua non è importante. Questa è la favela, questa è Heliòpolis, la Comunità, la bellezza e l’inferno.

La favela mi ha mostrato il suo sorriso. Un churrasco da Ramiro vale più di tutto quello che vi ho descritto. L’unico modo è aspettare il fine settimana per riviverlo, perché a raccontarvelo è troppo complicato.