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O Catador de lixo: un lavoro più che onesto

Quello che vorrei raccontarvi oggi riguarda una “professione” molto diffusa in Brasile e nel Sudamerica in generale. Nei paesi dove la povertà raggiunge livelli altissimi e abbastanza pesanti, quello che qui chiamano catador de lixo, è uno tra i lavori più frequenti tra le persone povere. Questo lavoro permette a molti di loro di riuscire a vivere, poter permettersi un pasto giornaliero e aiutare la propria famiglia (chi ce l’ha) nella vita quotidiana.
Personalmente non sapevo neanche che esistesse un lavoro del genere e infatti l’ho scoperto solamente quando sono arrivato a San Paolo, ormai 3 anni fa. Prima di spiegarvi di cosa sto parlando dobbiamo fare un passo indietro e cercare di capire la situazione quaggiù; il Brasile produce quotidianamente la bellezza di 250 mila tonnellate di immondizia, la città di San Paolo è quella che da sola ne produce di più arrivando a circa 18 mila tonnellate al giorno. Secondo una ricerca fatta nel 2010 da un ente locale, in un anno il Brasile produce 61 milioni di tonnellate di sporcizia dato numerico che, attualmente, sarà sicuramente aumentato. Il 42% dell’immondizia è depositata in luoghi inadeguati, dove la decomposizione può penetrare nella terra e contaminare l’acqua. Di 76 milioni di immondizia buttata solo il 3% viene riciclato adeguatamente e l’85% dei brasiliani non ha accesso alla raccolta differenziata.
Insomma tutti questi numeri per dirvi che qua si producono molti rifiuti e le strutture per riciclarli non sono ancora ben attrezzate ma se per qualcuno rappresenta un problema, per altri è diventata la propria fonte di vita.
Il catador de lixo è la persona che raccoglie immondizia riciclabile in strada o negli appositi luoghi dove si immagazzinano rifiuti (la grande maggioranza a cielo aperto) e che riceve un totale di soldi a seconda del materiale e della quantità raccolta. Per esempio il cartone costa al chilo meno che la latta o il ferro. La plastica viene pagata a seconda della qualità (ne esistono diversi tipi) e così il vetro.
Le persone che generalmente fanno questo tipo di lavoro sono coloro che vivono in strada ma anche padri e madri di famiglie povere che riescono a campare attraverso una vera e propria raccolta differenziata autonoma. Si riconoscono facilmente in strada perché oltre a rovistare nelle montagne di sacchi lasciati in strada hanno questa sorta di carretto a due ruote fatto con altrettanto materiale trovato in strada. La vita di queste persone è difficile. Il carretto è leggero la mattina e pesantissimo a fine giornata e, credetemi, le strade di San Paolo non facilitano il lavoro: traffico, macchine, autobus, salite e discese ripide oltre al manto stradale irregolarissimo.
La cosa che sorprende di più è il prezzo pagato per chilo di materiale: per guadagnarsi 3 Reais si deve raccogliere un chilo di latta che corrisponde a circa 70 lattine. Per le bottiglie di plastica, invece, un chilo viene pagato quasi un Real mentre il cartone costa 0,30 centesimi al chilo. Insomma a fine giornata i carretti sono pieni e pesanti e a volte raggiungono i 600/700 chili di materiale lasciato nei sacchi dell’immondizia con oltre 7/8 chilometri macinati al giorno. Una fatica incredibile!
Fino a qualche tempo fa, questo non era considerato un mestiere ma la società si è sensibilizzata al problema e ha rivalutato il ruolo di queste persone, che oltre a riuscirci a campare sono un grande aiuto per la collettività e soprattutto l’ambiente.
Riciclare fa benissimo e riduce i costi, chi ci guadagna siamo noi e la natura, sempre più soffocata dalle nostre esigenze.
Per molti di loro questa professione si è rivelata una salvezza, perlomeno riescono a dare da mangiare ai propri figli, per loro questo lavoro è stata una grande soddisfazione e sono addirittura riusciti a professionalizzarsi creando vere e proprie mini-imprese di raccolta differenziata.
Per altri è stata una vera e propria fortuna e sono stati persino invitati nelle università per raccontare le proprie storie e per spiegare a tutti (soprattutto ai giovani) come sensibilizzarsi e responsabilizzarsi al problema.
Quando sono arrivato in Brasile, vicino al locale di lavoro c’era un signore anziano, con i baffi bianchi, portava sempre le infradito e veniva con un carretto per raccogliere tutto quello che era riciclabile. Metteva tutto sopra al carretto, evidentemente piccolo ma che poteva sopportare materiale pesante anche oltre il dovuto.
Io mi chiedevo: “ma dove la porta tutta ‘sta monnezza?” “chi li salda tutti ‘sti carretti assemblati alla bell’e meglio?”
A fine serata lo vedevo una strada più in basso andare a pesare il “raccolto”, tutto diviso per materiale. Era il suo lavoro che gli permetteva di andare avanti e se lo guadagnava faticando.
Volevo condividere questa racconto-riflessione con voi, sono storie che fino a qualche tempo fa non immaginavo nemmeno raccontare, ma che fanno bene. Molto bene.

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Ogni ruga ha la sua storia da raccontare

Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”

Domenica non è un giorno come tanti. Alle 14.30 mi passeranno a prendere per andare a visitare delle persone importanti; capelli bianchi, giacchettino sulle spalle, bastone e tante rughe.
Ho sempre avuto un bel rapporto con gli anziani, forse perchè dalle mie parti ce ne sono tanti, forse perchè in un paesino come il mio ci si conosce tutti e si socializza di più. A me, comunque, stanno simpatici e raramente rifiuto una chiacchierata con loro.
I nonni non li ho conosciuti bene tuttavia ho avuto la fortuna di imparare molte cose importanti dalle mie nonne che, ancora oggi, sono in vita. Credo che pensassero di me come un registratore acceso e loro si sentivano in dovere di raccontare ogni volta qualcosa per poter protocollare tutto, i ricordi non dovevano essere perduti. Mi fa onore essere il mezzo di consegna per le altre generazioni. So cose di loro che dovrò ereditare ai posteri, ho un tesoro da
recapitare oltre a una grande responsabilità.
La senilità è il termine che indica l’età prossima al termine della vita, è la chiusura del ciclo prima di andarsene chissà dove, è una fase che volontariamente si lascia da parte in cui più tardi ci si pensa e meglio è. Ma arrivati ad un certo punto ci si deve fare i conti e molto spesso sono salati.
La senilità arriva pesante e ti mette con le spalle al muro, se Dio vuole la puoi affrontare accompagnato, fisicamente e mentalmente in buono stato, con l’aiuto della famiglia o degli amici ma, a volte, capita che ci arrivi da solo. Zoppicante, malato, gli ingranaggi della mente s’intoppano e quelli fisici si arruginiscono, non c’è nessuno a cui appoggiarsi e improvvisamente si rimane abbandonati. Io penso che la cosa più pesante sia questa: la solitudine.
Ecco, Domenica sono andato in una Casa di riposo per anziani, ho provato a dare una mano ad affrontare la solitudine che fino ad ora conoscevo per definizione sui dizionari che invece non è affatto astratta e si sente eccome, si può toccare e appunto sentire.
Gli amici brasiliani hanno fondato un gruppo che si chiama
Parças Solidarios, è un’organizzazione comunitaria nata per aiutare le persone più bisognose e Domenica mi hanno invitato ad andare nella Casa di riposo Lar da Nossa Senhora das Mercedes. I ragazzi hanno preparato uma merenda pomeridiana a base di ciambelloni, dolci, panini e caffè con latte. La Casa di riposo è un edificio grande e antico dove ci sono solo pazienti donne ed è gestito da appena sei suore della Congregação dos anciãos desemparados, una congregazione religiosa nata in Spagna e presente in tutto il Sudamerica e non. La Casa di riposo vive attraverso un piccolo finanziamento della Chiesa e per la maggior parte dalle donazioni dei fedeli e delle famiglie dei pazienti. Le suore sono aiutate da due infermiere che si danno il turno giorno e notte e l’edificio è evidentemente troppo grande per le poche persone che lo gestiscono.
Questo pomeriggio è stato suddiviso in due parti: si strimpellano alcuni pezzi di musica brasiliana e poi tutti insieme a fare merenda.
La platea che assiste al mini concerto è di sole “ragazze” con qualche ruga di troppo, tutte sembrano conoscere le canzoni e accompagnano tutt’altro che ritmicamente i suonatori. Io, quaderno alla mano, mi faccio un giro per studiare la struttura e individuare la donzella che risponderà alle mie domande.
Passeggio da solo mentre gli altri cantano, le sale sono grandi; per primo il refettorio con una decina di tavoli, successivamente in un’ampia cucina una donna con una pronunciata cifosi pulisce i piatti, man mano che continuo l’aria si fa pesante, in una mistura che già potete immaginare, qui incontro le camerate. Quattro di loro sono rimaste a letto e riceveranno la merenda lì, due dormono, una si lamenta e la quarta è attaccata a dei tubi. Le vedo dalla porta senza entrare. In una seconda camerata ci sono le inferimere che stanno cambiando le lenzuola e nell’ultima sala una televisione parla da sola, una decina di altre pazienti disposte in circolo mi fissano. Ci sono due bambole su un tavolino di cui una di colore. Il pavimento è bagnato e dal soffitto penetra acqua. Tutte portano le pantofole e i calzini colorati, vestaglie, gambe bianchissime. Le saluto senza ricevere troppa attenzione e torno verso la musica.
Qui c’è Angelica, i suoi occhi sono vispi e attenti e sembra ancora non far parte di quell’ambiente, mi ci siedo vicino e le faccio delle domande. Lei è contenta e, capirai, non vede l’ora di raccontarmi. Ma le sue risposte sono brevi e senza troppi giri di parole.
Angelica
è di Minas Gerais, 54 anni sposata con Mario, niente figli e una sola nipote che ogni tanto la viene a trovare.

Signora Angelica, c’è un momento in cui si è accorta che stava invecchiando. Un fatto in cui ha pensato “sto diventando anziana”?
Quando è morto Mario e sono rimasta da sola.

Perchè secondo Lei gli anziani sono importanti in una società?
Perchè hanno esperienza e saggezza. Gli anziani hanno già sbagliato e sanno dove correggere.

Qual è la giornata tipo dentro la casa di riposo? Cosa fate?
C’è la televisione. O si guarda la TV oppure si chiacchiera. C’è qualcuna che è più colta e ha studiato (col dito mi indica una professoressa) oppure si prega, c’è la chiesa l’hai vista? Ma io non ci vado perché non sono cattolica.

Signora Angelica, secondo Lei si vive meglio oggi o ai suoi tempi?
Alla mia epoca c’era più rispetto per i genitori e gli amici però adesso si vive meglio di prima.

Conosce facebook, whatsapp, internet, il web, skype per caso?
(
Ride) Lo conosco perché le usa mia nipote quando viene a trovarmi ma non lo sò usare il telefono. (Ridiamo insieme) Mia nipote mi ha detto di andare a vivere con lei ma io non voglio essere un problema preferisco stare qua che le suore sono brave e si mangia bene.

Qual è l’insegnamento più importante che vorrebbe lasciare a sua nipote?
Lei già lo sa. Sa quali sono le cose buone e le cose brutte. Io non le devo dire niente.

Qual è il più bel ricordo che ha della sua vita, Angelica?
Gli occhi si bagnano e luccicano. Quegli occhi di chi l’ha vissuta e sa di essere da sola all’ultimo giro di boa.
L’amore di Mario. Io penso che neanche me lo meritavo. Era buono
e mi amava. Lui aveva due figli già con un’altra moglie. Loro vivono lontano. Mario era rispettato e lo conoscevano tutti.

Che cosa si augura per il futuro delle nuove generazioni?
Mi auguro che possano vivere bene, con rispetto, lavorando e con la possibilità di studiare.

La ringrazio tanto e la lascio ascoltare gli amici suonare. Vado a farmi un altro giretto in sala e incontro Marcus, nipote di una paziente e che oggi è venuto a trovare la nonna. Viene a visitarla quasi tutte le Domeniche, è molto affezionato e mi dice che la scelta di collocarla in questa struttura è stata difficile. È pesante, perchè è cresciuto andando a pranzo le Domeniche da lei e adesso deve venire qui. La cosa più difficile, mi dice, è quando deve salutarla perché lei gli chiede sempre “quando torno a casa?” e lui mi guarda e ci capiamo senza troppe spiegazioni.
Prima di andare a fare merenda voglio tornare nella camerata dove c’erano le infermiere, voglio sapere delle cose da loro. Una si chiama Rosi e l’altra Isabela e stanno chicchierando sedute su un letto di una paziente. Appena arrivo le saluto e subito riconoscono un portoghese non consono. Isabela è molto calma mentre Rosi sembra essere più attiva nella conversazione, mi raccontano che è un lavoro che amano, lavorano per 12 ore e poi riposano un giorno intero. Inizialmente è stato pesante ma con il tempo hanno smesso di commuoversi e immunizzato il lato intimo e della compassione.
Rosi mi dice che purtroppo è la vita e bisogna ringraziare che esistono e resistono ancora queste strutture in grado di accogliere gli anziani. Ai loro figli non piace che lavorino come infermiere in quaest
e Case di riposo, Isabela mi racconta che suo figlio è andato a trovarla una volta ma che probabilmente non ci entrerà più. Da loro più che altro vorrei sapere una cosa: “se un giorno i vostri genitori finissero in queste condizioni, li collochereste in una Casa di riposo?”
Non ci pensano due volte e mi rispondono entrambe di NO, secco e ben chiaro e si augurano che i loro figli possano accudirle come loro fanno com queste nonne, zie, una volta mogli bellissime e cuoche di innumerosi pranzi domenicali.
Quando le saluto, nel refettorio già hanno iniziato la merenda, sedute ai tavoli le “ragazze” mangiano i dolci e bevono caffelatte preparato da Suor Carmela, la peruviana. Prima di andarcene a casa, dopo questa incredibile Domenica, penso che in fin dei conti esiste un sottile strato di film trasparente appena percettibile che separa le cose brutte del mondo a un grande amore umano; l’ho visto negli occhi delle infermiere, della suora, di Marcus, della Signora Angelica e dei ragazzi che hanno organizzato questa iniziativa. Saluto tutti e ringraziamo per l’accoglienza quando improvvisamente arriva Angelica e mi domanda
“quando ci rivediamo?”
Marcus aveva ragione…penso che una risposta non c’è o se c’è è una cazzata!

Una delle cose che mi ricordano l’infanzia di paese è passare sulle margherite del giardino. È Maggio. Vicino l’angolo dell’entrata c’è un albero di arance e accanto una persiana vecchia che ha scolorito il colore in un verde assolutamente fantastico, quasi lo lascerei così per sempre. A sinistra, dopo il bosso (o busso), Zio Giulio mi raccoglieva le fragoline selvatiche e me le condiva con limone e zucchero. Ma la cosa più bella era aprire la credenza celeste dove c’erano, immancabilmente, i biscotti Gentilini. Zia Rita aveva una bottiglia di vetro di caffè d’orzo. Io riempivo il bicchiere e ci inzuppavo il Gentilino facendo molta attenzione a non farlo ammordibire troppo, bisognava lasciaro abbastanza duro per assaporarne il gusto suo e dell’orzo. Oggi Zia l’orzo non lo può più fare, ma per fortuna sta a casa.
Ad accompagnarla all’ultimo giro di boa ci ha pensato quella benedetta donna di mia madre.

Vecchi ci diventeremo tutti.

IMP: l’introduzione è un passo del formidabile Marcel Proust in Dalla parte di Swann, Les Petites madeleines

This isn’t the right way to reach the paradise

PREMESSA: MI SCUSO ANTICIPATAMENTE PER I FRANCESISMI USATI
Ci stavo girando intorno da tempo. Avevo trovato diversi escamotage e lo evitavo come la peste bubbonica, ma sapevo che prima o poi sarebbe giunto anche il mio momento. Qualcuno c’era già passato in famiglia ma io non ci volevo credere e me ne lavavo le mani come il procuratore Ponzio Pilato quando dovette giudicare il Nazareno. Non ci volevo proprio pensare. Rimandavo. Il colpo però arrivò preciso e fendente e puntuale. In tre parole. TROVA UN LAVORO. Sapevo che l’impresa sarebbe stata ardua ma ero anche carico perché venivo da varie esperienze all’estero, dove avevo imparato diverse lingue e affrontato molte situazioni. Mi ero fatto le ossa insomma. Ero anche in possesso di una laurea triennale e una specialistica che comunque valgono più dei certificati ingialliti di Acconciature Genzano 1976 appesi nei negozi dei barbieri di paese. Almeno pensavo. Invece le cose non stavano come credevo, al contrario, le cose stavano malissimo. Già dalla ricerca iniziale sembra di star scalando l’Everest, cercare lavoro su internet è un grosso bucio di culo, tanto da chiamarlo «il lavoro di cercare lavoro», tra siti, agenzie, iscrizioni, log-in, registrazioni, email e password. Ma anche la ricerca porta-a-porta non è da meno. La ricerca a mano ti permette di analizzare la situazione e di poter osservare con cura con chi hai a che fare. La mattina ti svegli carico e profumato, sull’agenda gli indirizzi da depennare e una caterva di Curriculum da consegnare e lasciare alle simpaticissime segretarie. La consegna a mano ti consente di esaminare quanto siamo indietro rispetto ad altri paesi e quanta fatica faremo per arrivare ai loro livelli ma in particolar modo mostra tutto il fango che abbiamo di fronte, il pus ingiallito, cani randagi collocati, manco Dio sa come, lì. Posti assegnati a caso, senza né arte né parte. Senza manco un certificato di Genzano del ’76. Siliconi parlanti, segretarie irrancidite, cattive come quando lasci i limoni e marciscono, da un lato si fanno grigi e molli. Io non mi perdevo d’animo però, e passavo anche da chi una mano la dovrebbe dare a prescindere, da buon cristiano. La tra i perbenisti e gli educatori di spirito la situazione scendeva allo squallore. Per fare il bidello in un istituto cattolico dovevi essere raccomandato da uno degli apostoli. Passavano i giorni e le settimane e infine i mesi, avevo sbagliato qualcosa? Dovevo forse mettere la giacca? A 28 anni ero troppo giovinotto? O forse le facoltà da me scelte avevano lo stesso valore del certificato “Carni bovine nostrane” della macelleria sotto casa? Il ritorno a casa dopo svariato tempo passato all’estero mi aveva rinforzato, immunizzato anche dalle cose peggiori. Invece manco pel cazzo. La batosta arrivò precisa e decisa al collo quando la gentile segretaria Natalia, di un istituto in Roma, mi ricordò graziosamente che per insegnare nelle scuole pubbliche adesso abbiamo bisogno di un corso, che ha un costo, che ha una durata e le due lauree senza questa abilitazione valgono zero. Me lo fece capire in aramaico dicendomi: “nu lo lascià ppe gnente ‘sto curiculo che tanto nun lo guardeno”
La ringraziai gentilmente a Natalia per l’incoraggiamento e per essere stata tanto garbata. Segretaria con dottorato alla Sorbonne di Parigi, era evidente. Frastornato dalle notizie, dalle mail senza risposta, dalle chiamate di iscrizione per master a pagamento + secidaiilculo c’è il posto anche per te, mi feci un bel giro su internet per vedere come stavamo messi in generale. Avrò sbagliato anche a non mettere la giacca ma i numeri parlavano chiaro e così, facendomi due conti, ecco cosa avevo trovato:
– c’è un grande flusso migratorio, soprattutto dei giovani, verso l’estero aumentato del 34% negli ultimi due anni, 107 mila nel 2015. Un’emorragia interna. Dal 2008 al 2014 questa fuga è costata 23 miliardi di euro alla nostra nazione. Le mete preferite, manco a dirlo, Germania e Regno Unito.
– tra i diversi tipi di contratto, quando riesci a trovare un lavoro, ci sono il contratto a chiamata o intermittente, il lavoro a progetto, il lavoro occasionale. Il contratto a chiamata manco nella Repubblica Democratica del Congo. Bene, ma non benissimo.
– ad andare via dal paese non sono solo i giovani ma anche i pensionati, che hanno capito l’andazzo, e preferiscono portare i soldi fuori: sono 400 mila anziani con un aumento del 65% nel 2014. Canarie, Tenerife, Romania e Ungheria le mete preferite. No fischia!
– e per finire, un argomento che mi lasciava una boccata di ottimismo, gli insegnanti più vecchi d’Europa sono in Italia. Aò! Nelle scuole italiane la metà dei professori ha più di 50 anni, il 52% delle maestre ha più di mezzo secolo. In Italia solo una maestra ogni 200 ha tra i 25 e i 29 anni, siamo dietro pure alla Turchia e Romania. Allora non ero il solo a stare in questa situazione. Non era colpa mia se braccianti agricoli erano stati estirpati dai campi e collocati a caso in uffici e amministrazioni. Vedete queste sono solo cazzate, parole, verba volant, chi ci rimette in tutto questo sono le istituzioni che dovrebbero investire sui giovani (investire nel senso economico e non con una ruspa), fare in modo di migliorare e migliorarci, garantirli al paese. Ma non mi sembra andiamo sulla stessa linea d’onda per adesso. La più grande sconfitta è loro. Tutti questi numeri non devono essere una scusante anzi devono darci la forza di andare avanti e lottare, cascasse il mondo. Forza e coraggio ragazzi, la lotta non finisce qua. Ci rivediamo presto. Un grande augurio di buona fortuna ai Don Chisciotte quotidiani.

Roma, begonie e pizza e mortadella

Ritornare a Roma fa sempre un certo effetto.
L’incanto della bellezza storica la “città eterna” non lo perde (né lo perderà) mai e ogni volta che ci si torna si rimane sempre a bocca aperta. Roma è veramente unica, perchè ha delle caratteristiche che altre capitali non hanno; sono peculiarità che non si captano in una settimana turistica bensì vivendoci e stando a contatto con i cittadini stessi. Forse, sono proprio i romani che danno quel tocco di singolarità alla città. Direi una stronzata se non aggiungessi le bellezze artistiche e architettoniche, ma il romano è quello che ti fa respirare l’atmosfera.
Te ne accorgi al bar, in un forno, alla fila dal medico, la mattina in piazza o in qualche discorso tra anziani che chiacchierano seduti a gruppi di tre sulle panchine.
Qualcosa negli ultimi anni però sta cambiando. Anche se le radici romane sono abbastanza robuste e ben solide, in superficie si avverte un senso di fragilità e di collasso. Roma sta lentamente cambiando pelle e le tradizioni cominciano a lasciare spazio a nuove realtà, identità, personaggi.
Anche qui te ne puoi accorgere dalla quotidianità, durante il viavai giornaliero tra un tram e una metro, andando a fare la spesa oppure semplicemente passeggiando e facendo un po’ di attenzione.
In centro o più in periferia le cose cambiano poco.
Venire a Roma, per me, è venire in città; caos, mezzi, metropolitana, bellezze storiche, vicoli tipici, piatti tipici, cappuccino al bar e Corriere dello sport, pizza bianca con la mortadella, saltimbocca, maccheroni, il Vaticano, er pizzardone, il macellaio, il derby. Mi sto dimenticando molte altre cose.
Qualcuno continua a resistere, soprattutto nei quartieri che ancora respirano romanità.
Il tram numero 14 è un serpente verde pallido, vecchio e piccolo, che attraversa la Prenestina e muore a Termini, stazione centrale e crocevia di persone, mezzi di trasporto, ambulanti, pazzi, animali, centauri e chi più ne ha più ne metta. Il 14 è il mezzo per eccellenza che mostra come Roma sia cambiata e concentrandosi un attimo, nel tratto che impiega a fare andata e ritorno, ci si accorge che a qualcuno dei piani più alti la situazione è sfuggita di mano.
Qualcuno ha dato poca importanza ai termini integrazione, convivenza, rispetto e ha buttato tutto dentro ad un pentolone ma quello che ne sta riuscendo fuori è una brodaglia senza identità, immangiabile.
Poco rispetto da una parte e dall’altra, indifesi gli uni e gli altri, ne sta venendo fuori un ibrido esteticamente poco bello. Sia della città che dei cittadini.
Bengalesi, pachistani e indiani si danno il cambio ai posti di benzina ed alimentari aperti 24 ore, anche il fioraio è aperto 24 ore se a qualcuno servissero delle begonie alle 3 di notte. Il pizzicarolo è entrato ufficialmente nella categoria specie in via d’estinzione, il macellaio resiste faticosamente asfissiato dai grandi centri commerciali, di barbieri ne rimangono pochi ormai sostituiti dai Hair Stylist, che fanno anche le unghie e i sopraccigli. Dal barbiere non si parla più di Balbo e Giannini.
Vedo, invece, tantissimi lavacani e toletta, pizzeria e kebap, lavanderie a gettoni, invia denaro, agenzie di scommesse. Dentro hanno già perso tutti.
A Vittorio Emanuele mi devo tenere forte ai sostenitori gialli del tram evitando cali di zuccheri, dal finestrino riesco a vedere una vecchia profumeria, alla vetrina i prezzi scritti su pezzi di cartoncino ingialliti dal sole, resiste tra insegne in cinese a me sconosciute. La profumeria mi ricorda quando stavo perdendo al Risiko, le truppe rosse conquistando tutti i continenti e io, viola, sperando un 6 al dado in difesa. Non resistevo neanche al primo lancio. Spero che il proprietario riesca sempre a fare 6.
È il caro prezzo che la globalizzazione ci sta presentando, senza mezze misure avanza rapida e si prende tutto quello che trova davanti senza rispetto, ci perdono tutti tranne in pochi. I soliti.
Quando si raggiunge il centro la bellezza di Roma ti rincoglionisce, io, da montanaro, cammino a testa in su perchè più alzi la testa e più vedi cose incredibili. I dettagli, i particolari.
Tra le vie del centro è un andirivieni di turisti e souvenir e sampietrini ma le cose più insolenti, sozze, sudice le trovi tra i palazzi.
Dentro i palazzi statali, istituzionali, cattolici, dietro la portineria (ad attendere lo stesso bengalese delle begonie che raggiunge le 96 ore settimanali) c’è il male. Il cancro.
Lacchè, mangiapane a tradimento, portaborse, autisti, uscieri, politicanti, preti, mezzipreti, mignottoni, tacchi a spillo, forze dell’ordine, un girone dell’inferno praticamente. «Di chi è tutto questo. Chi è il proprietario. Voglio sapere chi mantiene tutto, chi paga. Voglio parlare con il responsabile».
Il bengalese non lo sa chi è.
Poveri voi!
Il ritorno a casa me lo faccio a piedi fino a raggiungere la prima stazione metro, Barberini. A Termini riprendo il 14, sono fortunato perchè non solo sono dentro ma riesco anche a vedere dal finestrino il paesaggio, sono molto sfortunato invece perchè ho un’ascella piazzata sulla tempia. Il viaggio non è lungo ma pesante e quando arrivo a destinazione mi infilo volentieri tra i palazzi ed il quartiere quasi a darmi un senso di protezione. Fuori al bar si discute dell’attualissimo tema immondizia, in rigoroso dialetto romanico. Sembrano arrabbiati.
Comunque, di fronte la Fontana di Trevi c’è un Forno Antico, dentro, tra i vari commessi, c’è un pizzicarolo anziano, bassetto, burbero lo riconoscete perchè sta sempre incazzato. Andate prima ad ordinare la pizza al bancone, un pezzo rossa e un pezzo bianca, e poi passate da lui. Dentro alla rossa fateci mettere il salame mentre alla bianca la mortadella.
Decisi e rapidi mi raccomando sennò diventa furibondo.
Sedetevi di fronte la fontana e mangiatevi la pizza.

ROMA è ROMA
(più cura e rispetto, però!)

L’imbortanza della laura

Il giorno 27 settembre gli studenti di Scienze della Comunicazione dell’Università di Roma Tre sono stati invitati, insieme ai genitori e qualche parente, alla cerimonia di consegna dei diplomi di laurea. Tralasciando il fatto che mi stavano riconsegnando la pergamena due anni dopo, la cerimonia sembrava essere, o perlomeno me la immaginavo, qualcosa di eccitante.
Non so, stile americano. Tutti ben vestiti ed eleganti soprattutto i genitori e tutta la combriccola che, come allo stadio, avrebbero aspettato il nome del candidato pronto a ricevere la poderosa carta ed esplodere come ad un goal.

Nella mia testa passavano scene emozionanti, valli di lacrime e annesso lancio della corona d’alloro. Tra le mille congratulazioni anche quella del rettore e del mio professore che, con orgoglio, avrebbe allungato e stretto la mano in segno di compiacimento. Questo è quello che la mia testa immaginava; sarebbe finita con un bel buffet, due prosecchini e un’altra festa chiusa in bellezza.
Ma facciamo un passo indietro.
Il Metro Hostel Lisboa è costruito su due piani: nel primo le camere e una piccola cucina e nel secondo le due camerate miste ed un solo bagno. Alle 8:00 del mattino sia la cucina che il bagno sono intasatissimi, quindi è meglio anticipare i tempi della sveglia oppure, per i più calmi, posticiparli senza badare a troppe preoccupazioni direttamente all’ora di pranzo. L’ostello è un posto incredibile.
È un luogo interessante, curioso, ambiguo, ci si studia sulla difensiva e si aspetta l’attacco, centro nevralgico di varie culture, viavai di persone, lingue, zaini, valigie, colori, odori, puzze e specialmente incontro e condivisione dello spazio, del tempo e dell’umanità (intesa come valore). L’ostello è stato, dopo i voli low cost, un’altra grande invenzione. A volte può essere pesante e difficile per diversi motivi ma alla fine dei conti è costruttivo, riflessivo, stimolante per sé stessi e per gli altri.
Comunque, ero steso sul mio letto e mi stavo mezzo sognando di nuovo la cerimonia: tutti i genitori da un lato come in un anfiteatro, noi studenti nel mezzo e i rappresentati illustrissimi dell’università dall’altro. C’era uno, probabilmente il rettore, che chiamava per nome uno ad uno e consegnava la pergamena e dei fiori. Al mio turno però, il tizio illustrissimo, aveva storpiato il cognome in Pesciarelli. Io ridevo.
Proprio mentre me la ridevo dalla cucina di sotto del Metro Hostel Lisboa una mistura di curry, anice, peperoni e aglio fritto mi si infilava prepotentemente al naso, togliendomi quel sorriso ebete e riportandomi sul pianeta terra.
Come sapete, la storia è sempre la stessa, si finisce tutti in cucina e ognuno prepara il suo piatto che poi si assaggia a vicenda: la mia è meglio, italiani always pasta, voi sempre il riso, ma che è ‘sto anice, gli inglese non sanno cucinare, i tedeschi solo birra, due bottiglie di vino (che sembra aceto di mele) e tutti contenti. Ed ecco la magia.
Condividere le paure, le preoccupazioni, le difficoltà sono cose che ti permettono di vedere la vita da un’altra prospettiva perchè hai l’opportunità di relazionarti con qualcuno che pensa, agisce ed è culturalmente e per tradizione diverso da te.
Per non parlare delle piccole gioie e soddisfazioni che quotidianamente qualcuno riporta all’ostello, quest’ultimo che diventa per qualche giorno o settimana la tua famiglia.
Ecco, io, il giorno della cerimonia ero in ostello a mangiare insieme agli altri una “ciofega” indiana, un’amatriciana con bacon (abbiate pietà) e due bottiglie di aceto bianco neozelandese.
Il rispetto per le culture, per i modi di fare o le tradizioni di un popolo, per le maniere, sapersi relazionare, scambiarsi opinioni, accettare consigli, sperimentare cibi differenti, stare insieme, dare dei giudizi, dire la verità (bella o brutta), tutto questo, a me, non l’ha insegnato l’Università.
Tutte queste cose me le ha insegnate la strada, le persone, il viaggio, gli ostelli, lo sguardo della gente, un gesto, un aiuto di uno sconosciuto, delle porte sbattute in faccia.
Il giorno della cerimonia, io, non ero presente perché stavo in ostello, probabilmente stanco e diciassettesimo alla fila per il bagno.
Non avrei mai conosciuto il rettore della mia università ne ricevuto fiori. Il relatore e gli altri professori avrebbero visto passare altri studenti che entravano e uscivano come porci all’ammasso che nessuno si sarebbe ricordato. Matricole che pagano tasse.
Comunque vada mi è andata bene perchè sennò quel babbo avrebbe storpiato il mio cognome di sicuro davanti a tutti.

Non preoccupatevi neppure per la pergamena perchè vado a ritirarla che l’ho già pagata e non gliela lascio manco pel cazzo.

Babbo Natale è di Guarcino

Ho le chiappe strette, faccio appena in tempo ad aprire la porta e a lasciare che il giubbotto cada a terra. Mi catapulto sulla tazza marrone del mio amato gabinetto e lascio sganciare due bombe nucleari del medesimo colore (mio padre ha scelto il marrone non a caso). Tra le cose che odio di quando si caga è centrare l’acqua, situata nel bel mezzo della struttura sanitaria che inevitabilmente torna, per antichissime leggi fisiche, al centro del tuo amato culo. Altrettanto marrone. Apro parentesi e vi lascio un consiglio; prima di cagare, se non andate di fretta, lasciate della carta igienica al centro della tazza in modo tale da ridurre il rinculo dell’acqua e assorbire le onde sonore dell’atto fecale.
Fuori fa un freddo inimmaginabile tanto che la sacca che contiene i miei coglioni è super–raggrinzita, tra l’altro come mai in quella zona è sempre caldo? Il pisello non patisce mai il freddo? Chissà.
Comunque è Dicembre e quasi Natale, io ho deciso che appena finisco con la tazza esco, vado al centro commerciale “Le Margherite” e mi faccio due chiacchiere con quel babbo di Babbo Natale che è dal lontano ’94 che non me la racconta giusta, c’è qualcosa che non va tra me e lui.
Appena arrivo, lo trovo in piedi su una piattaforma in legno costruita apposta per lui, dietro ci sono due alberi natalizi, una grande slitta piena di regali e una renna in un recinto che caga e mangia. E puzza. Le renne puzzano e comunque non volano cari bambini! Lui è in piedi che si tocca la sacca che contiene i coglioni perché quella tuta rossa è probabilmente troppo aderente e lanosa. Adesso è in pausa e deve andare a farsi un caffè e fumare almeno una 100’s e nessuno deve rompere i coglioni con la pace nel mondo, la povertà, i regali, il silicone e le zinne. Io però mi avvicino lo stesso e lo guardo negli occhi. Almeno per due minuti. Lui ricambia e probabilmente mi riconosce, si gratta lo stomaco e dal movimento della trachea capisco che soffre di reflusso-gastro-esofageo violento. Succhi gastrici acidissimi mi sfiorano le froge provocandomi la pelle d’oca.

Senti Babbo di un Natale che non sei altro mi devi delle spiegazioni. Adesso non puoi scappare, mi devi rispondere e ti pago anche il caffè delle macchinette se vuoi.
Lui con la Marlboro che pende dal labbro, abbassa lo sguardo e si prepara alla battaglia.

Allora prima cosa, mi spieghi che cos’è questa storia dei centri commerciali? E perché quella renna di merda mangia il pandoro? E tu come fai a fumare le 100’s?
Ragazzo, scegliamo i centri commerciali perché sono tutti rincoglioniti qua dentro e a Natale regalano un sacco di soldi e poi i bambini sono diventati pochi e stronzi. La renna mangia pandoro perché il prezzo delle crocchette è aumentato e ricaga pandoro che puzza assai. Le 100’s sono buone e dopo una giornata così fanno anche bene.

Cazzo! Ma Babbo Natale non dovrebbe fumare, nevvero? E come mai porti la tuta di sei taglie meno della tua? E in Lapponia le 100’s neanche le vendono!
Balle, fandonie, frottole caro acnoso figlio di puttana! Io fumo, non sono lappone e la tuta aderente và di moda così si vede il “pacco” e le mamme me le porto tutte al bagno mentre i figli giocano con la renna. In Lapponia le 100’s non le vendono è vero, ma io le prendo da Mariusz che me le porta da Cracovia a 5 euro di meno la stecca. Se vuoi ti do il numero del cellulare, chiamalo con il nome in codice però: Chantal.

Sono basito. Va bene ma non ti credo Babbo di un Santa Claus. Da dove vieni e chi sei? Che fai nella vita? E sei troppo grasso per consegnare i regali entro il 24 dicembre e volare con la renna. E come fanno le mamme a venire con te, sacco di cotenna?
Zitto fallo coi baffi! Le mamme mi amano perché ho il SUV e le faccio i regali, vengo da Guarcino e lavoro in una norcineria che fa il prosciutto più buono della ciociaria. Tu che cazzo ne sai che compri da Fausto?! I regali li consegno fino al 19, poi sti cazzi ci pensa la befana di tua zia a consegnare gli altri! Le renne non volano, la mia l’ammazzo a capodanno e ci faccio le salsicce ripiene col finocchio. I bambini non lo sanno.

Ehi scaldabagno sta attento a come parli! Adesso capisco tutto. Ecco perché dal lontano ’94 che non ricevo regali e quelli che ricevo fanno cagare come la tua renna. Perché abito vicino a Fausto che ha il prosciutto migliore del tuo!
Esatto minchione! I regali più brutti li lascio per te: sciarpe in pile, cappelli di flanella, maglioni a collo alto, camicette per petti depilati, VHS di Jerry Calà. A proposito devi vederti un film di lui che non mi ricordo il titolo però…

Io non riesco a capire. Come fai ad essere qui e allo stesso tempo in Germania, Grecia, Fumone, Pantanello e al negozio di Pina? E dove sta il tuo amore per i bambini se vai con le loro mamme? E il SUV come ce l’hai?
Ma che Germania e Grecia, io sono qua fino al 19 del mese, Peppone sta a Fumone il pomeriggio e la mattina a Pantanello e Rino il fine settimana da Pina. Per quanto riguarda i bambini io mi limito a consegnare regali e spalare la merda alla renna, le mamme fanno il resto in questo splendido periodo. Il SUV sono cazzi miei come ce l’ho, a Guarcino non si fanno gli scontrini.

Porca puttana sei un babbo ripieno di succhi gastrici e cotenna e merda di renna! Senti io quest’anno non chiedo nulla perché finisce che mi ritrovo qualcosa che non piace. Fammi il favore di saltare casa mia e Fausto e passa direttamente all’Abruzzo. Poi comprati del Gaviscon che ti farà bene e fai gli scontrini. Io vado a casa che mi sono scordato di tirare la catena del cesso. ‘Sta tutina rossa aderente fa cagare e ti si vede l’adipe. Al cappellino si sono fulminate 3 lampadine su 4 e puzza di mazze di renna. Un’ultima cosa, tu preferisci il pandoro o il panettone?
Senti stoccafisso con la chierica io faccio quello che voglio, il Gaviscon lo usi tu. Io la gastrite la curo con l’aglio fritto e gli scontrini li faccio su una moleskine con il prezzo totale in lire. I vestiti li scelgo io e così vanno bene che scopo come un toro. E la puzza di mazze di renne sul cappellino come hai fatto a riconoscerla maledetto? Comunque quest’anno sarò in quella catapecchia di casa tua il 17 di Dicembre con una busta piena di videocassette di Jerry Calà e la merda della renna mia. Io preferisco il cotechino di anatra! E adesso torno a lavoro che mia aspettano un mucchio di mammine.

Il 90% delle volte che cago mi dimentico di mettere la carta igienica per evitare spiacevoli incidenti. Il 94% delle volte la merda centra il buco centrale dell’amato apparecchio sanitario. Il 97% delle volte l’acqua che stagna nella tazza è piena di piscio e presumibilmente merda di renna. Se a Natale si fa la pasta con le vongole è perché quella cotenna di Santa Claus ha sbagliato tutto: non vola, scambia i regali, dice bugie ai bambini, mangia carne, arriva sempre in ritardo o non arriva e si tocca la sacca che contiene i coglioni che quando fa freddo è tutta raggrinzita. Merry Xmas!

 

 

 

 

Cat & Lara-B

Caterina Sinibaldi stava dormendo con la testa sul comodino, gli occhiali erano caduti a terra e Giletti continuava a parlare da solo in tv delle sette sataniche sui monti Simbruini. La gente continuava a sfogarsi col sesso e si portavano le ragazzette in montagna, poi le squinternavano a colpi di candele e falce e martello. Invece ci voleva un po’ di pulizia. Zone da bonificare. Lavoro, sudore, rigidità, fatica.
Comunque la poveretta dormiva beatamente e stava sognando suo marito da giovane, quando il telefono iniziò a squillare un motivetto jazz. Caterina balzò dal comodino, vide Giletti senza occhiali che somigliava a una bestia di Satana e poi prese il telecomando. Continuava a dire pronto ma non si era accorta che aveva scambiato il cellulare che nel frattempo continuava a squillare e senza occhiali non vedeva una beata anima. Si alzò, col piede schiacciò l’apparecchio telefonico che smise di colpo di suonare e poi inforcò gli occhiali con la montatura in oro bianco. Giletti tornò normale. Riprese il telefonino e se lo cacciò in tasca.
chi rompe i coglioni a quest’ora. Richiameranno, moriammazzato! Pensò tra se la vecchia che ogni tanto si dimenticava devota.
La signora Caterina aveva 84 anni. Era nata in Molise. Si era trasferita in Argentina con i suoi genitori in cerca di lavoro all’età di tre anni. Era tornata in Italia negli anni settanta e si era trasferita a Roma dove aveva conosciuto Ugo. L’Italia aveva avuto i suoi momenti di gloria quando si vendevano a bizzeffe i frigoriferi e le lavatrici, poi tutto era tornato come prima. Ora eravamo dietro l’Argentina e a momenti il Montenegro, che sentiva ancora le ferite della guerra dei Balcani. Pian piano ci avrebbe raggiunti.
Fino a 80 anni si muoveva come una ventenne, faceva l’orto, il pane, la pasta poi morì suo marito e iniziò una lunga discesa verso il tramonto. Adesso sulle spalle contava: un diabete mellito, una forte miopia, una protesi al femore, quattro by-pass e una pungente emicrania invernale. L’arteriosclerosi si iniziava a sentire con fendenti esagerati. Nonna Caterina non si ricordava un nome, quanti figli aveva e credeva di essere ancora a Buenos Aires. Si ricordava di Giancarlo, forse suo nipote, di Giletti che era in tv a darle compagnia e della panzanella che piaceva a lei e a suo nipote. Forse.
Caterina era devota alla Madonna di Pompei. Vestiva uno scialle blu cucito da sua sorella, una dolcevita rossa, una gonna di lana nera, le calze color carne 180 den e delle pantofole scure. Una treccia raccoglieva i capelli bianchi secondo un particolare nodo ai moderni sconosciuto.
Caterina credeva che il mondo stesse scivolando lentamente in un grande lago di merda, perché:

  • le ragazze oggi erano tutte zoccole, il maschio non doveva faticare troppo per farsela dare.
  • i maschi di oggi erano tutte signorine. Senza peli. Senza barba. E profumavano. E si vestivano come le donne.
  • la gente preferisce le patatine fritte ai frittelli coi fiori di zucca e alici
  • la pasta fatta in casa la comprano già fatta
  • la cena la preparano le filippine e la spesa la fanno i mariti

Erano le 15:30 di un sabato autunnale. Di sabato Caterina aspettava la signora Clara per andare a messa, che iniziava alle 16:00. Clara Boncompagni aveva 79 anni, guidava una Micra di seconda mano, ci vedeva benissimo e l’arteriosclerosi la combatteva con la settimana enigmistica. Ne faceva due a settimana e se finiva il giovedì si rileggeva i Promessi Sposi. Poi ricominciava. Di giorno pranzava normalmente e di sera latte e fette biscottate. La signora Clara, però, era imprevedibile; quel giorno infatti avrebbe saltato la Santa messa e sarebbe andata al centro commerciale. E si sarebbe portata anche Caterina. Prese il borsello, baciò la foto di suo marito e si mise degli occhiali da sole poi scese le scale e salì in macchina. Caterina abitava fuori paese, nelle campagne, ma raggiungerla era facilissimo. Quando arrivò a casa, la vecchia si era riaddormentata sul comodino col telecomando in mano. Clara la svegliò e accese la luce.
Caterina si alzò di colpo e maledì la signora Clara.
“andiamo al centro commerciale. Oggi niente messa, Caterina. Andiamo a salvare il paese dagli idioti.” La signora Clara era diventata seria e parlava come un agente dei servizi segreti Caterina si sgranchì la schiena, il collo e si diresse in camera da letto. Clara la seguì e si svestirono insieme.
Nonna Caterina si era addobbata nel seguente modo: cambio colore dello scialle. Verde, come la speranza. Sopra la dolcevita rossa una t-shirt azzurra con la scritta CAT&RINA, tuta aderente sopra le calze di lana e stivaletti di cuoio neri. Cappello di paglia di Amalfi, occhiali scuri e due strisce nere sotto gli occhi come i marines. Profumo acqua di colonia, incipriata leggera e rossetto viola. Pronta.
Clara Boncompagni sedeva dalla parte opposta del letto era quasi pronta ma la spalla si era incastrata e la t-shirt non scendeva. Arrivò in aiuto Caterina che con un gesto violento fece scendere la maglietta ma anche la spalla provocando una lussazione al sinistro della vecchia. Clara era forte e avrebbe combattuto anche senza una gamba:“non è successo nulla Caterina, è solo una spalla. E poi la mancina è del Diavolo. ‘Sti cazzi!”
Clara portava una mantella lunga impermeabile, un maglione giallo e sopra la t-shirt con la scritta in times-new-roman  LARA-B, sotto una gonna provocante color prugna e sfidava il freddo del supermarket senza calze. Anche lei portava degli stivaletti di cuoio neri. Ai capelli si era sparata una bomboletta di lacca e li teneva tutti in alto, niente profumo perché era allergica, un po’ di rosso sulle gote e nella borsa un ferro di cavallo. Lanciò una radiotrasmittente alla compagna e si preparano per uscire.
Salirono in macchina senza farsi notare. La signora Clara accese il veicolo e si fece il segno della croce. Caterina la seguì nel gesto e iniziò il rosario. Si era dimenticata di essere in macchina. Clara le impose una mano sulla fronte e per un attimo riuscì ad evitare un fendente mortale dell’arteriosclerosi. Uscì in retromarcia senza vedere, rimise la prima e partì sgommando lasciandosi una nuvola nera alle spalle. Verso il supermarket, tra i peccatori e i dannati di spirito.
Clara si girò verso la compagna e la mise al corrente del difficile momento della società:”Caterina oggi iniziano i saldi di stagione. È pericolosissimo. La gente impazzisce, compra tutto ciò che vede:  jeans, magliette, sottovasi, infradito, borracce, commesse, computer e perfino moonboot marroni. Bisogna stare attente. Satana controlla le persone attraverso lo shopping. Qualcuno è drogato e non si rende conto di cosa sta comprando. E, preparati al peggio, gli uomini cercano borsette a tracolla. Bisogna farle sparire dalla circolazione. Sono una maledizione.”
Caterina aveva la testa sul seno prosperoso e si era addormentata col collo a novanta gradi. Clara fece una curva violenta e la testa si fracassò sul finestrino. Cominciò ad uscire un po’ di sangue, ma Caterina era abituata a cose peggiori. Si passò l’indice sulla ferita e col rosso si fece altre due strisce sotto gli occhi. Poi rispose a Clara: ”voglio chiederti una cosa. Sono preoccupata. La pasta fresca fatta in casa la vendono nei centri commerciali?”
Clara rallentò e si fece scura in volto. “La pasta fresca fatta in casa non esiste, è stata tolta dal commercio. E devo dirti di più, il mattarello di legno che una volta serviva per ammassare,  adesso lo usano nei film zozzi!”
Caterina si irrigidì e gli occhi divennero lucidi. Riabbassò la testa e scese il silenzio. “siamo in un lago di merda” pensò tra se.
Mezz’ora e arrivarono al centro commerciale “Le Margherite fiorite”. Un imponente struttura in vetro circondava i negozi, fuori due ascensori portavano ai piani superiori e a quelli inferiori per il parcheggio macchine, l’architetto che pianificò la struttura era spagnolo e una raffigurazione di un toro che mangia le margherite tappezzava tutta la parete laterale. Clara parcheggiò la Micra e guardò negli occhi Caterina. “accendi la radiotrasmittente, prendi la borsetta con gli attrezzi e preparati al peggio.”
Senza dare nell’occhio decisero di passare dalla scala di emergenza, si intrufolarono all’interno e si guardarono intorno. Clara teneva d’occhio Caterina mentre le due si facevano un giro di perlustrazione. La situazione era da codice rosso. Il supermercato prevedeva una lunga serie di negozi d’abbigliamento al piano superiore e poi si scendeva a quello inferiore dove si poteva fare spesa. Di fronte un ampio spazio era dedicato all’elettronica. Così la gente poteva fare shopping, poi dedicarsi alla spesa e, visto che si trovavano lì, approfittare di un’LCD a prezzi stracciati.
Le due si guardarono in faccia e si diressero ai bagni. Entrarono entrambe in quello degli uomini e si chiusero a chiave. L’aria era pesante, Clara aprì la valigia: bulloni, filo spinato, tronchesi, una bomboletta spray, nastro isolante, un preservativo, guanti in lattice, metro, lapis, un rubinetto poi, nascosto sotto a tutto, cinque candelotti di dinamite con timer proveniente dal Vietnam. Clara se l’era fatta mandare da un amico di suo marito che aveva combattuto la guerra del Vietnam e adesso gestiva il traffico illegale di armi dall’Asia. Clara si abbassò sotto la tazza di dolomite e, nonostante la lussazione,  legò i candelotti col nastro ben nascosti e li ricoprì con il preservativo ritardante. Abbassò il tasto del timer a 60 minuti. Poi con la bomboletta spray scrisse sulle mattonelle: FARABUTI! Dimenticandosi una doppia.
Uscirono e fortunatamente al bagno non c’era nessuno poi di fretta andarono verso il piano inferiore. Caterina arrivò davanti l’entrata e non credeva ai suoi occhi; coppie che spingevano il carrello insieme stracolmi di pizze surgelate, coca-cola, detersivi profumati, tappetini per la macchina, insalate in busta, pane in cassetta e per finire pasta fresca all’uovo dello stabilimento “il granaio”. La vecchia iniziò a barcollare e a momenti il diabete non scendeva ai minimi storici, Clara con la spalla monca la riprese e con un colpo veloce scartò una caramella alla fragola piena di zucchero e la ficcò in bocca alla compagna, riportando i valori alla normalità. Caterina era furiosa. Provarono le radiotrasmittenti ed entrarono nel supermarket. Si diedero appuntamento al reparto frutta. A disposizione 15 minuti.
Caterina si avviò direttamente al reparto “Pasta” e si preparò all’eventuale calo di zuccheri mettendosi in bocca due caramelle al miele. Una sfilza di marche riempivano gli scaffali a destra e a sinistra dello scompartimento, la vecchia si accanì sulle Tagliatelle-all’uovo-fatte-in-casa e aprì tutte le scatole. Poi passò alle lasagne già pronte e iniziò il reparto riso. Rimase immobile senza svenire e nonostante la forte miopia riuscì a leggere sulla confezione: “Risotto zucchine e gamberetti pronto in dieci minuti”. Una bestemmia. Si girò per non vomitare ma dietro di lei vide diecimila barattoli di sughi pronti al pesto, al ragù, all’amatriciana. Le gambe divennero molli e il viso pallido ma con le ultime energie riuscì a portarsi fuori dal reparto. Il cuore batteva velocissimo però sembrava riprendersi, si appoggiò con una mano su uno scaffale e ci posò la testa. Focalizzò con gli occhi una scatola “Pronto per marmellate. Riduce a tre minuti la bollitura della frutta”. Questo no. Questa è profanazione. Quando lei era piccola sua madre raccoglieva le susine e le faceva bollire per una giornata intera, poi le disossava e le rifaceva bollire una seconda volta. Tre giorni per assaggiare una marmellata coi fiocchi e invece ora in tre minuti potevi spalmarla già su una fetta di pane. Si sentì attratta verso il pavimento, le forze se ne andarono e prima di svenire si raccomandò alla Madonna di Pompei. Cadde sulle marmellate e le trascinò a terra. La radiotrasmittente ripeteva il suo nome e una bestemmia a ritmi regolari.
Clara si era diretta di corsa al reparto detersivi. Aveva buttato a terra tutti i saponi profumati  al sandalo, al limone, al melone e lasciato sullo scaffale solo la varechina. Poi si era diretta ai saponi, li aveva bucati tutti con il lapis e stavano allagando il reparto aveva risparmiato solo quelli al sapone di Marsiglia. Con uno scatto fulminante si diresse al reparto alimenti e prese a morsi tutte le insalate in busta per permettere all’aria di entrare e ammuffire. Poi passò al reparto bibite, si stappò un’acqua tonica e rimise la bottiglia vuota sul ripiano. Ruttò. Si ficcò in borsa tre settimane enigmistiche e prese la radiotrasmittente aspettando davanti al bancone della frutta. I quindici minuti stavano per scadere. Chiamò Caterina ma non rispondeva. Cominciò a bestemmiare e a chiamare la vecchia a intervalli regolari.
Mancavano tre minuti e la security sarebbe arrivata con l’esercito. Clara ficcò la radiotrasmittente tra i cocomeri cinesi e si diresse alla Pasta. Probabilmente Caterina se la stava prendendo con le tagliatelle. Arrivò veloce col cuore in gola poi vide la compagna a terra. Si lanciò sulle ginocchia facendo una scivolata di tre metri, impose una mano sulla fronte e un raggio di luce apparve sul volto della miope che si alzò come Lazzaro nel passo biblico. Furono fuori in un batter d’occhio, appena in tempo perché iniziò a suonare il sistema d’allarme. Andarono al piano superiore ai limiti dell’infarto. Restavano all’incirca 20 minuti alla detonazione.
Al secondo piano la situazione era drammatica. Alcolizzati, tossici, malati. Un lazzaretto. Caterina si mise una mano sul cuore. Alcune donne coi tacchi e le minigonne mostravano la merce sbavando davanti alle vetrine. Si toccavano e poi si lanciavano dentro il negozio e ne riuscivano con buste piene. Qualcuna leccava il gelato e teneva al guinzaglio il marito e dietro i bambini spingevano a fatica la spesa giornaliera nel carrello. Altre si tiravano i capelli e litigavano. Qualcuna faceva vedere le zinne. E altre facevano la fila al bagno per darsi un’aggiustata. E poi all’ultimo girone i dannati, i condannati, i maledetti. Con gli occhi rossi, sudati e puzzolenti di sudore, le pustole sotto ai piedi osannavano i commessi per una borsetta a tracolla dove mettere il telefonino e le chiavi e gli occhiali e i tampax e la crema depilatoria.
CAT&LARA si guardarono e aprirono la cassetta degli attrezzi. Clara prese un martello e Caterina il rubinetto. E poi iniziò la festa. Clara cominciò a tirare calci rotanti ai gelati delle donne, poi regalò ai bambini tutte le caramelle all’anice e al miele e con una carezza  disse loro “lasciate il carrello e andate a distruggere le macchinette coi palloni dentro”. I bambini furono felicissimi. Poi prese a martellate le vetrine e la testa dei maledetti da cui fuoriusciva una sostanza verde e la materia grigia era scomparsa risucchiata dal batterio della moda. Caterina era una furia. Col rubinetto stava prendendo alla gola tutte le commesse acide poi con lo sguardo attirava i maledetti e si faceva consegnare le borsette. Fece una montagnola e poi ci pisciò sopra. Poi iniziò a srotolare il tubo antincendio e aprì la manopola al massimo. I bambini si divertivano a farsi bagnare. I negozi presero a riempirsi d’acqua. Poi arrivò la security ma Caterina li teneva a bada con getti ad alta potenza che li schizzava nei negozi di intimo.
Clara chiamò Caterina, era il momento di fuggire. Restavano solo 8 minuti.
Franco Nepote era un uomo di 56 anni, era sposato con Giuliana e non aveva figli. Era stanco di sua moglie, delle pretese e degli ordini. Quel giorno lo aveva mandato a fare spesa al centro commerciale “Le margherite fiorite” perché lì vendevano il detersivo per i piatti al melone. A pranzo aveva mangiato tutto anzi, anche troppo, e per ultimo si era riempito una tazza di gelato al cioccolato e nocciola che adesso stava turbando le interiora dello stomaco con violente scosse. Franco sudava freddo sembrava un ghiacciolo bianco così, per soffrire meno, si sbottonò la cinta che teneva stretti i calzoni. Iniziò a cercare un bagno. Il bagno si trovava sotto la scala mobile. Accelerò il passo, si pulì la fronte bagnata di sudore e poi arrivò davanti alla toilette degli uomini. A terra una pozza d’acqua stava allagando il centro commerciale. Si saranno rotte le tubature pensò tra se. Entrò di corsa, si scese i pantaloni, chiuse a chiave e fece una delle più belle cagate della storia. Si rilassò e si appoggiò con la schiena al coperchio della tazza. Davanti a se, sul muro, una scritta “FARABUTI” rovinava lo splendore del momento. Che imbecilli si sono scordati una B, a scuola i ragazzi ci vanno solo per fare i video al telefonino rifletté sconsolato.
Caterina e Clara uscirono dalla scala antincendio, veloci sui gradini. Restavano solamente 4 minuti. All’ultima rampa la protesi di Caterina saltò e la vecchia si ritrovò a terra con la testa sanguinante.
“NOOOOOOO! Quella merda di Pastorelli mi ha messo una protesi di ricotta!”  disse urlando verso i monti.
Clara si girò e vide la compagna a terra. Tornò indietro. La prese in braccio, pesava come una vacca incinta. Annaspava.
“Se non ce la fai lasciami qui. Morirò coi dannati.” Disse Caterina commossa.
“Manco per il cazzo!” rispose Clara che vedeva la Micra a cinque metri. La salvezza.
Poggiò Caterina sul cofano. Si ammaccò. Aprì la porta, poi mise in moto. Riprese Caterina e la mise sdraiata ai sedili posteriori. Spinse il pulsante delle quattro frecce e prese il canovaccio bianco per pulire i vetri in segno di emergenza. Partì sgommando e si lanciò fuori dal centro commerciale in testacoda. Un minuto e sarebbe saltato tutto in area.
Franco si stava pulendo con la carta igienica. Prima di tirare la catena prese la penna indelebile dal taschino e con una freccia tra la B e la U scrisse: MANCA UNA B, IGNORANTI! Non fece in tempo a rimettere il tappo al pennino che un tonfo simile ad un’esplosione deflagrò sotto il suo culo.
Caterina con le ultime forze si alzò e vide che il centro commerciale “Le margherite fiorite” scoppiò in una nuvola di fumo e macerie e sangue e, probabilmente, anche merda perché il vetro posteriore si sporcò di marrone.
Clara si girò verso Caterina con le lacrime agli occhi, Caterina accennò un sorriso e poi si mise a dormire. ”Ce l’abbiamo fatta” proferì con le ultime energie.
Clara arrivò a casa insieme alla compagna. La sdraiò sul letto.
Poi tornò in camera da pranzo e cacciò fuori una settimana enigmistica. Sette verticale “PERSONA DISONESTA” nove lettere. Due secondi e scrisse FARABUTO, ma avanzava una casella.
Prese il dizionario e alla F trovò FARABUTTO: persona disonesta e senza scrupoli. Con due T. Nove lettere.
Si mise una mano in testa e maledì l’arteriosclerosi. Sul muro del bagno si era dimentica una T.
Franco Nepote si disintegrò con l’esplosione. La moglie confermò di averlo mandato a comprare un detersivo ma non tornò mai a casa. “La spesa gli uomini non la sanno fare”  disse rispondendo ad un inviato del TG.
Clara si sdraiò vicino a Caterina e si mise a dormire. Domani alle 16, confessioni.

Erezione vulcanica

Giancarlo era disteso sul letto e si era appena finito di scopare Julia Roberts, che adesso le sorrideva coi suoi denti bianchissimi soddisfatta come nella pubblicità del caffè. Ora era rilassato e stava guardando sull’angolo del soffitto un esemplare della famiglia degli Aracnidi, della specie vaganti, che con i fili si limitava ad avvolgere la preda e poi la inculava. Nella formidabile trappola era finita una mosca, della specie appartenente alla classe degli Insetti Pterigoti, della famiglia Muscidi, e che probabilmente aveva rotto i coglioni a Giancarlo il giorno prima mentre si stava lavorando Julia Roberts. Adesso la mosca cercava di dimenarsi mentre arrivava Magno il ragno che si preparava a rifocillare secondo le antichissime leggi della natura. Gian era felicissimo.
Poi si girò di lato e cominciò a pensare. Nel 2020 succedevano ancora cose stranissime, sciocche:
-chi fa ancora a botte per una ragazza, chi non saluta il vicino, chi graffia la macchina, chi odia i froci e gli ebrei e gli zingari, chi sogna il duce, chi lascia i soldi in banca, chi fa la fila per una maglietta, chi ci prova dietro un computer, chi fa i matrimoni, chi compra casa, chi crede eroi persone polpette, la fila alla posta, le professoresse col tailleur, le sigarette, la donna che fuma col polso piegato, la gelatina, i fidanzati, i centri commerciali, i ceci.

Erano le 16:34 ma non era vero, la sveglia di Padre Pio si era fermata e le batterie non erano state ancora cambiate. Giancarlo prese sul comodino il telecomando e provò ad accendere la tv. Fece tre volte il giro dei canali e poi bestemmiò santapollinarenuova.
che cazzo di fine aveva fatto Super 3? I cartoni  Yattaman, Nino il ninja, Alvaruccio, Doraimon? E Sonia, era finita in un centro di recupero per tossicodipendenti? Se la stava immaginando con un piercing nelle narici mentre cantava la buonanotte ai bambini.

Spense il Nordmende e si mise bene il pisello, poi decise di uscire. Sarebbe andato da Vincenzo e avrebbero fatto qualche partita alla play station. Già stava pensando alle squadre da prendersi: l’Udinese, il Chievo Verona e il Portogallo. Vinzo, così lo chiamava Giancarlo, abitava non molto distante da lui. Chiuse il portone, si dimenticò le chiavi dentro insieme al portafogli e bestemmiò di nuovo il suo preferito.
Le macchine correvano veloci, gli autobus passavano lasciando scorregge di smog e qualche troia rideva all’interno dell’abitacolo (altre tre cose sciocche del 2020!). Si scaccolò e poi si mise a fischiettare un motivetto di Anna Oxa, quando si girò vide alla corsia opposta Daniela che guidava una BMW di suo padre. Ottavio Valgelo era dottore chirurgo specializzato in ricostruzioni facciali, laureato in medicina con lode e bacio accademico e una grande passione per le macchine. Una, ora, la stava guidando sua figlia.
Giancarlo cercò di nascondersi sotto la cerata Diadora ma con la coda dell’occhio vide Daniela che stava gridando qualcosa:
“ehi Gian ciaoooooo, aspetta che giro e ti do un passaggio!” stava con mezzo busto fuori e teneva il volante solo con una mano.
Giancarlo divenne pallido e le ghiandole salivari andarono in sciopero. Cercò di darsi una sistemata ai capelli, ai sopraccigli, si odorò sotto le ascelle e si abbottonò la cerata visto che la maglietta era macchiata. Arrivò a un bel tre alla scala di bellezza. Daniela accostò sul ciglio e fece segno con la mano di salire.
Era bellissima. Le mani sul volante straordinarie, le unghie laccate di verde. I capelli lunghissimi, poco truccata e una maglietta che si vedeva tutto. Ai piedi dei sandali di cuoio. L’odore di vaniglia anestetizzò l’ambiente. Una collana africana concludeva il tutto collocandola al nove della scala bellezza. Sei punti passavano tra Giancarlo e Daniela. Sei punti passavano tra Magalli e Julia Roberts.
Due minuti si consumarono fissandola. Giancarlo stava per raggiungere il nirvana e la via che porta all’eternità, quando venne svegliato da un bacio sulla guancia vicino la zona calda.
Tre cose potevano accadere ora:

  • Un infarto poteva inchiodare Gian sui sedili della BMW
  • Tre plotoni di squadre antisommossa li avrebbero fermati e arrestato Gian per aver acquistato una cerata Diadora
  • Un vulcano si stava risvegliando nelle viscere della terra e un cratere li avrebbe inghiottiti con la macchina del dottore

Le ghiandole ripresero a lavorare normalmente e Daniela fu la prima a rompere il ghiaccio:
“come stai? L’occhio fa ancora male?”
Gian ci pensò un po’ e poi rispose: “tutto ok, si sta sgonfiando. Grazie”
“bene sono contenta, senti se non stai andando da nessuna parte ti porto in un bel posto. Ti va?”

Era come nei film, non poteva farsi sfuggire una così grande occasione. Avrebbe parlato un po’ con Daniela e finalmente rivelato il suo segreto, questa volta senza Fagiorelli che sparava le bombe dalla metà campo.

“ok, va bene. Ma dove andiamo?”

Daniela non rispose, accelerò e portò la lancetta a 120 chilometri orari poi svoltò su una strada secondaria che portava alle desolate campagne romane. Lo stereo passava una vecchia canzone di Lucio Battisti, Giancarlo guardava fuori il finestrino gl’immensi campi, macchie verdi e marroni sfilavano dal finestrino. Poi arrivarono in una zona abbandonata, sembrava una discarica e intorno gli scheletri di tre palazzi rendevano tutto ancora più brutto. Daniela accostò e s’infilò tra due palazzine, in una zona d’ombra. Nascosti.

Sorrise e senza pensarci disse: ”ti piaccio vero?”

Giancarlo sentì una vampata di calore salire sullo stomaco verso la trachea e arrivare fino alle tempie che pulsavano freneticamente. Forse un vulcano stava riprendendo vita proprio sotto il loro culo ed emanava calore. Aveva ancora un barlume di ragione per rispondere alla domanda, organizzò le idee e prese fiato.

“veramente, ecco…io. Si insomma. Si!” ce l’aveva fatta, lo aveva detto. Il cuore riprese a battere in modo regolare e il vulcano tornò a riposare sottoterra.
Daniela lo guardò, sorrise e con le mani si diresse sulla patta dei jeans, quelli sporchi. Aprì il primo bottone, tirò giù la lampo e sentì il pisello di Giancarlo durissimo. Gli tirò giù anche le mutande a fiori e abbassò la testa prendendolo in bocca. Daniela aveva letto il manuale di Doris Girello che spiegava tutte le tecniche erotiche per far impazzire il proprio partner, avrebbe mandato in tilt anche Gian. Sapeva come e dove lavorare. La lingua, la saliva, il movimento, la mano, il bacio.
Giancarlo, beh, era al limite del collasso, il suo corpo raggiunse i 44 gradi Farenhait e la via che porta all’eternità, San Pietro e le porte del Paradiso. Si appoggiò con la testa sul sedile, prese con un mano i lunghi capelli di Daniela e l’aiutò nel movimento. Gli anni di esercizi solitari gli furono di grande aiuto, durò cinque immensi minuti e poi venne in bocca alla ragazza. Fino all’ultima goccia, fino agli inizi del mondo, vinse dove non c’era riuscito Durante Alighieri.
Non esplose nessun vulcano, nessuna squadra antisommossa quel giorno ebbe impegni lavorativi e le morti d’infarto scesero del 2%.
Riaprì gl’occhi, dedicò la vittoria agli inetti e a Magno, pensò ai problemi che attanagliavano l’Africa e poi sorrise. Un sorriso ebete ma pieno di soddisfazione.

Daniela tossì e mandò giù tutto.