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Sono nato in un piccolo paese laggiù tra gli uliveti e il vino buono. Era il 1988. Già da bambino non giocavo bene a calcio, non andavo in piscina e forse avevo già la barba (sicuramente i baffi). Non mi ricordo bene cosa facevo, ma mi piaceva odorare i libri, oltre che a leggerli. La mia adolescenza è stata una serie di "colpi di culo"; il primo quando per un pelo non finisco all'Istituto Professionale (scelta derivata dalla bellezza della brochure) e, poco più tardi, quando passo il test alla Facoltà di Infermieristica. Un giorno, un catetere e repentino cambio di facoltà: Editoria e Giornalismo, la mia fortuna. Ho scoperto la bellezza di viaggiare fin da subito grazie a mia sorella: mi sono ritrovato prima a Londra, tra fagioli e poca voglia di lavorare e poco dopo a Berlino, come "eismann" in un Volkswagen illegale insieme a Michele (altrettanto illegale!). Poi Marsiglia. E infine San Paolo del Brasile, dove vivo tuttora. Ogni tanto scrivo perché mi piace, almeno ci provo.

Che palle la scuola. Ma anche no!

La scuola, per me, non è mai stato un problema.
Sin da piccolo ho avuto la fortuna di studiare nella scuola del paese e devo dire che l’insegnamento era buono. Le basi per un buon cammino scolastico erano solide meno, tuttavia, dei paesi più grandi limitrofi a noi.
Comunque sono stronzate, perché se uno si impegna, è bravo anche se viene dal più piccolo buco del mondo. Sacrificio e impegno non hanno un indirizzo.
La fortuna di andare nell’istituto del paese è che hai la probabilità di conoscere la maggior parte dei compagni, ma anche avere la possibilità di andare a lezione a piedi.
Mi ricordo la primavera e il primo sole ma anche l’autunno e il casino di foglie che i platani lasciavano sull’asfalto; quando si faceva un bel mucchietto lo immaginavo come un pallone e le spazzavo via con un bel calcio.
Io a scuola ci andavo passeggiando tranquillamente. Il tratto era breve e rapido ad eccezzione di un pezzo di strada, quello che intimoriva tutti i bambini della zona.
Rio de Janeiro.
Dall’altra parte del mondo.
Anche a Rio i bambini a scuola ci vanno a piedi. Dovuto all’alto numero di studenti, le lezioni sono divise in due turni: la mattina e il pomeriggio. Nelle favelas le scuole rappresentano una salvezza per le famiglie, prima di tutto per dare ai propri figli un minimo di istruzione e poi per non lasciarli in strada a fare altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Maria Eduarda lo scorso Aprile se ne stava a scuola godendosi l’ora che più di tutte amiamo: Educazione Fisica. Anche Maria Eduarda a scuola ci andava tranquillamente a piedi, solo che a Rio, quando vai a scuola, non si è sicuri di arrivarci e ne tantomeno di ritornare a casa. Quindi rettifico la cazzata, “tranquillamente” neanche per sogno!
Per capire meglio, è bene inquadrarvi la situazione: nel 2016 per ogni giorno di lezione 3 scuole (in media) hanno dovuto chiudere o sospendere le lezioni. Da Gennaio a Marzo 2017 in 22 giorni di lezioni gli istituti sono rimasti chiusi 65 volte lasciando 12mila alunni a casa. Sono numeri spaventosi se si pensa che si sta parlando semplicemente di scuola.
Non è solamente Rio ad avere questi problemi, mi vengono in mente tutti i paesi che oggigiorno sono in crisi di guerra o hanno gravi problemi sociali, ma la cosa che più intimorisce è il motivo per cui le scuole chiudono e il modo in cui possono morire dei semplici alunni.
Le scuole che ho sopraccitato non aprono per confronto tra fazioni di criminali o per confronto tra criminali e polizia. Confronto vuol dire “prendersi a fucilate” che qui è propriamente detto “troca de tiros”; ci si uccide per avere la superiorità del territorio, per vendetta, per fuggire o per continuare l’interminabile lotta tra guardia e ladri.
Immaginarsi di essere a scuola e dover fermare le lezioni perché fuori c’è uno scontro a fuoco, personalmente sono cose che ho visto solo nei film. Mi ricordo da noi le volte che ci fermavamo era perché fuori nevicava o, più avanti, scioperanti perché i termosifoni non fuonzionavano. Comunque qui succede quotidianamente e non è raro sentire dei colpi durante la lezione.
L’altra cosa preoccupante è il modo di morire, ovvero morire mentre si è a scuola, con i compagni, nel luogo che dovrebbe essere più sicuro del mondo. Non è assolutamente accettabile.
Perdere la vita per causa di qualcun’altro ma soprattutto trovarsi nel momento e nel posto sbagliato, le cosiddette morti per “bala perdida”, come vengono classificate qui.
Mi spiego meglio: durante un confronto a fuoco tra due parti, un proiettile di qualsiasi arma può colpire chiunque si trovi nei dintorni, ferendolo o uccidendolo (a seconda della fortuna o di Dio).
Il Brasile nel 2015 (fonte ONU) era il paese leader di morti causate per bala perdida, davanti ovviamente a Messico e Colombia (come sbagliarsi?!).
Morire per doversi trovare nel momento sbagliato al posto sbagliato è quello che è successo a Maria Eduarda, 13 anni, che se ne stava in palestra giocando a basket.
Due proiettili, provenienti fuori la scuola durante un confronto tra polizia e criminali, ne hanno deciso la vita, che doveva evidentemente terminare quel giorno.
Tutto questo per raccontarvi che andare a scuola può essere una rottura di palle ma conoscendo altre realtà, dobbiamo ritenerci fortunati (e tanto) a poterci andare e soprattutto ritornare a casa, tranquillamente.
Ecco io a scuola ci andavo a piedi e la cosa che più mi terrorizzava era Silvano, un tipo che raccoglieva tutto quello che trovava in strada e lo portava dentro casa. Aveva la barba grigiastra e un contenitore dove raccoglieva le cose raccolte con delle molle per fuoco (quelle del camino per capirci).
Mi ricordo che quel pezzo di strada davanti casa sua ce lo facevano correndo da matti, la notte il cuore ci arrivava in gola.
Questa era la mia unica paura. E per fortuna!

 

In memoria di tutti gli alunni andati e mai tornati

O Catador de lixo: un lavoro più che onesto

Quello che vorrei raccontarvi oggi riguarda una “professione” molto diffusa in Brasile e nel Sudamerica in generale. Nei paesi dove la povertà raggiunge livelli altissimi e abbastanza pesanti, quello che qui chiamano catador de lixo, è uno tra i lavori più frequenti tra le persone povere. Questo lavoro permette a molti di loro di riuscire a vivere, poter permettersi un pasto giornaliero e aiutare la propria famiglia (chi ce l’ha) nella vita quotidiana.
Personalmente non sapevo neanche che esistesse un lavoro del genere e infatti l’ho scoperto solamente quando sono arrivato a San Paolo, ormai 3 anni fa. Prima di spiegarvi di cosa sto parlando dobbiamo fare un passo indietro e cercare di capire la situazione quaggiù; il Brasile produce quotidianamente la bellezza di 250 mila tonnellate di immondizia, la città di San Paolo è quella che da sola ne produce di più arrivando a circa 18 mila tonnellate al giorno. Secondo una ricerca fatta nel 2010 da un ente locale, in un anno il Brasile produce 61 milioni di tonnellate di sporcizia dato numerico che, attualmente, sarà sicuramente aumentato. Il 42% dell’immondizia è depositata in luoghi inadeguati, dove la decomposizione può penetrare nella terra e contaminare l’acqua. Di 76 milioni di immondizia buttata solo il 3% viene riciclato adeguatamente e l’85% dei brasiliani non ha accesso alla raccolta differenziata.
Insomma tutti questi numeri per dirvi che qua si producono molti rifiuti e le strutture per riciclarli non sono ancora ben attrezzate ma se per qualcuno rappresenta un problema, per altri è diventata la propria fonte di vita.
Il catador de lixo è la persona che raccoglie immondizia riciclabile in strada o negli appositi luoghi dove si immagazzinano rifiuti (la grande maggioranza a cielo aperto) e che riceve un totale di soldi a seconda del materiale e della quantità raccolta. Per esempio il cartone costa al chilo meno che la latta o il ferro. La plastica viene pagata a seconda della qualità (ne esistono diversi tipi) e così il vetro.
Le persone che generalmente fanno questo tipo di lavoro sono coloro che vivono in strada ma anche padri e madri di famiglie povere che riescono a campare attraverso una vera e propria raccolta differenziata autonoma. Si riconoscono facilmente in strada perché oltre a rovistare nelle montagne di sacchi lasciati in strada hanno questa sorta di carretto a due ruote fatto con altrettanto materiale trovato in strada. La vita di queste persone è difficile. Il carretto è leggero la mattina e pesantissimo a fine giornata e, credetemi, le strade di San Paolo non facilitano il lavoro: traffico, macchine, autobus, salite e discese ripide oltre al manto stradale irregolarissimo.
La cosa che sorprende di più è il prezzo pagato per chilo di materiale: per guadagnarsi 3 Reais si deve raccogliere un chilo di latta che corrisponde a circa 70 lattine. Per le bottiglie di plastica, invece, un chilo viene pagato quasi un Real mentre il cartone costa 0,30 centesimi al chilo. Insomma a fine giornata i carretti sono pieni e pesanti e a volte raggiungono i 600/700 chili di materiale lasciato nei sacchi dell’immondizia con oltre 7/8 chilometri macinati al giorno. Una fatica incredibile!
Fino a qualche tempo fa, questo non era considerato un mestiere ma la società si è sensibilizzata al problema e ha rivalutato il ruolo di queste persone, che oltre a riuscirci a campare sono un grande aiuto per la collettività e soprattutto l’ambiente.
Riciclare fa benissimo e riduce i costi, chi ci guadagna siamo noi e la natura, sempre più soffocata dalle nostre esigenze.
Per molti di loro questa professione si è rivelata una salvezza, perlomeno riescono a dare da mangiare ai propri figli, per loro questo lavoro è stata una grande soddisfazione e sono addirittura riusciti a professionalizzarsi creando vere e proprie mini-imprese di raccolta differenziata.
Per altri è stata una vera e propria fortuna e sono stati persino invitati nelle università per raccontare le proprie storie e per spiegare a tutti (soprattutto ai giovani) come sensibilizzarsi e responsabilizzarsi al problema.
Quando sono arrivato in Brasile, vicino al locale di lavoro c’era un signore anziano, con i baffi bianchi, portava sempre le infradito e veniva con un carretto per raccogliere tutto quello che era riciclabile. Metteva tutto sopra al carretto, evidentemente piccolo ma che poteva sopportare materiale pesante anche oltre il dovuto.
Io mi chiedevo: “ma dove la porta tutta ‘sta monnezza?” “chi li salda tutti ‘sti carretti assemblati alla bell’e meglio?”
A fine serata lo vedevo una strada più in basso andare a pesare il “raccolto”, tutto diviso per materiale. Era il suo lavoro che gli permetteva di andare avanti e se lo guadagnava faticando.
Volevo condividere questa racconto-riflessione con voi, sono storie che fino a qualche tempo fa non immaginavo nemmeno raccontare, ma che fanno bene. Molto bene.

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Finalmente Primavera

La primavera mi piaceva da morire.
Avevo dei ricordi stupendi da bambino e appena iniziava la nuova stagione tutto riaffiorava nella mia testa. Si riaccendevano d’improvviso i cinque sensi.
La primavera era una rinascita, l’inizio di un nuovo ciclo, sarebbe stato per tutti più allegro se il calendario ufficiale fosse iniziato a Marzo.
La primavera rappresentava la nuova vita, la fine del letargo per il mondo animale e della sofferenza per i fiori e le piante martoriate dal freddo, la neve, la pioggia, la brina.
Io mi ricordo della Primavera molto bene. Mia madre lasciava aperte le finestre e anche le case tornavano a respirare. Si spegneva il camino e si lasciava entrare la luce e il calore solare, erano benvenuti eccome.
La finestra della mia cameretta si affacciava dalla parte delle campagne; vedevo le lunghe distese di campi, le piante di olive e i filari di uva, d’inverno il cielo grigio. Appoggiavo la testa sul vetro freddo, il respiro caldo della mia bocca creava condensa e fissavo quelle piante pallide e senza foglie. Stavano soffrendo e il freddo e la pioggia le imbruttiva ancora di più.
A Marzo, però, le cose cambiavano e uno spettacolo di luci e di vita mi si presentava davanti. I campi resuscitavano, l’erba cresceva senza ostacoli, nuovi fiori e colori. Nuovi profumi floreali. Il pesco calvo e senza vita d’improvviso esplodeva in fiori rosa, il ciliegio, il melograno, anche l’ulivo si stava risvegliando. Si improfumavano e lo facevano sentire a tutti.
La terra stava partorendo nuova vita.
Mi piaceva tantissimo questa stagione, ci potevamo togliere gli imgombranti vestiti e uscire solo con il maglione, la felpa o un giacchetto. Come le lucertole cercavamo i raggi del sole per scaldarci, la pelle riscopriva la libertà e riassaporava l’aria, finalmente tiepida.
Anche le piante e gli insetti sembravano sorridere e finalmente si usciva fuori, LIBERI! La primavera ci mostrava uno dei processi naturali più stupendi al mondo, l’impollinazione. Insetti e fiori insieme, facevano l’amore sotto a splendide giornate di sole.
Io, particolarmente, ho delle bellissime immagini che mi passano per la mente, bei ricordi; nonna che sgrana piselli freschi fuori al sole, i fiori delle fave appesantiti dai propri frutti, gli alberi pieni di foglie nuove e verdi, l’erba che cresce a vista d’occhio, il profumo dell’erba tagliata e il rumore del tagliaerba la mattina presto, la vita di campagna.
Mi torna in mente il letto di casa, la luce del sole entrando e riscaldando solo una metà del materasso matrimoniale, io giustamente, cercavo di riscaldarmi solo da quel lato. Che spettacolo guardare fuori e il cielo finalmente senza nessuna tonalità di grigio.
Mi torna in mente di nuovo il giardino di zia, pieno di margherite. Erano riuscite anche le margherite dopo diversi mesi di brina e gelo. Qualcuna aspettava le api, qualcun’altra veniva schiacciata e le più belle raccolte. I fiori bianchi del ciliegio e dell’albero di visciole. L’amarena di visciole l’avete mai provata?
Zia tagliava il bosso con le forbici bello e perfetto, compatto su tutti i lati.
Le formiche ritornavano a lavoro, su e giù immagazzinando premurosamente cibo invece di spassarsela come la cicala. Brava la cicala, ‘sti cazzi!
Ogni volta che penso alla cicala me la immagino sul ramo, sdraiata con la sigaretta e le gambe incrociate a guardare sotto chi lavora.
In cielo si vedevano le rondini, cantavano e volavano. Deve essere stupendo volare dopo un lungo periodo di freddo. Quando in cielo si vedevano le rondini, a scuola, la maestra Marina, rispolverava Giovanni Pascoli. Quanti quaderni squinternati perché non mi ricordavo i versi.
Mi torna in mente l’orzo, finalmente lo potevo bere fresco e senza riscaldarlo, ci mettevo lo zucchero e i gentilini li facevo affogare senza farli rompere e ammorbidire troppo. Se il gentilino fosse caduto nel caffè d’orzo sarebbe stato un disastro, cambiava tutto il sapore. Dietro la tenda gigante del corridoio c’era il frigorifero vecchio che aprivo solo per vizio, dentro c’erano cose che non mi piacevano. La credenza celeste invece era più simpatica e emanava un odore di biscotti e altre specialità, ti faceva sentire a casa.
Poi mi piaceva rivedere la gente più anziana uscire nelle strade e andare dal fruttivendolo, al mercato oppure alla bottega. Il fruttivendolo cominciava a cambiare frutta nei cesti basta con arance, mandarini e mele. Basta!
Mi ricordo le persone chiacchierare fuori il negozio a gruppetti cercando sempre il lato riscaldato dai raggi. Il sole aveva d’improvviso perso una timidezza invernale.
La primavera era un regalo che tutti aspettavano. Un regalo azzeccato.
Tutto bellissimo.

Ogni ruga ha la sua storia da raccontare

Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”

Domenica non è un giorno come tanti. Alle 14.30 mi passeranno a prendere per andare a visitare delle persone importanti; capelli bianchi, giacchettino sulle spalle, bastone e tante rughe.
Ho sempre avuto un bel rapporto con gli anziani, forse perchè dalle mie parti ce ne sono tanti, forse perchè in un paesino come il mio ci si conosce tutti e si socializza di più. A me, comunque, stanno simpatici e raramente rifiuto una chiacchierata con loro.
I nonni non li ho conosciuti bene tuttavia ho avuto la fortuna di imparare molte cose importanti dalle mie nonne che, ancora oggi, sono in vita. Credo che pensassero di me come un registratore acceso e loro si sentivano in dovere di raccontare ogni volta qualcosa per poter protocollare tutto, i ricordi non dovevano essere perduti. Mi fa onore essere il mezzo di consegna per le altre generazioni. So cose di loro che dovrò ereditare ai posteri, ho un tesoro da
recapitare oltre a una grande responsabilità.
La senilità è il termine che indica l’età prossima al termine della vita, è la chiusura del ciclo prima di andarsene chissà dove, è una fase che volontariamente si lascia da parte in cui più tardi ci si pensa e meglio è. Ma arrivati ad un certo punto ci si deve fare i conti e molto spesso sono salati.
La senilità arriva pesante e ti mette con le spalle al muro, se Dio vuole la puoi affrontare accompagnato, fisicamente e mentalmente in buono stato, con l’aiuto della famiglia o degli amici ma, a volte, capita che ci arrivi da solo. Zoppicante, malato, gli ingranaggi della mente s’intoppano e quelli fisici si arruginiscono, non c’è nessuno a cui appoggiarsi e improvvisamente si rimane abbandonati. Io penso che la cosa più pesante sia questa: la solitudine.
Ecco, Domenica sono andato in una Casa di riposo per anziani, ho provato a dare una mano ad affrontare la solitudine che fino ad ora conoscevo per definizione sui dizionari che invece non è affatto astratta e si sente eccome, si può toccare e appunto sentire.
Gli amici brasiliani hanno fondato un gruppo che si chiama
Parças Solidarios, è un’organizzazione comunitaria nata per aiutare le persone più bisognose e Domenica mi hanno invitato ad andare nella Casa di riposo Lar da Nossa Senhora das Mercedes. I ragazzi hanno preparato uma merenda pomeridiana a base di ciambelloni, dolci, panini e caffè con latte. La Casa di riposo è un edificio grande e antico dove ci sono solo pazienti donne ed è gestito da appena sei suore della Congregação dos anciãos desemparados, una congregazione religiosa nata in Spagna e presente in tutto il Sudamerica e non. La Casa di riposo vive attraverso un piccolo finanziamento della Chiesa e per la maggior parte dalle donazioni dei fedeli e delle famiglie dei pazienti. Le suore sono aiutate da due infermiere che si danno il turno giorno e notte e l’edificio è evidentemente troppo grande per le poche persone che lo gestiscono.
Questo pomeriggio è stato suddiviso in due parti: si strimpellano alcuni pezzi di musica brasiliana e poi tutti insieme a fare merenda.
La platea che assiste al mini concerto è di sole “ragazze” con qualche ruga di troppo, tutte sembrano conoscere le canzoni e accompagnano tutt’altro che ritmicamente i suonatori. Io, quaderno alla mano, mi faccio un giro per studiare la struttura e individuare la donzella che risponderà alle mie domande.
Passeggio da solo mentre gli altri cantano, le sale sono grandi; per primo il refettorio con una decina di tavoli, successivamente in un’ampia cucina una donna con una pronunciata cifosi pulisce i piatti, man mano che continuo l’aria si fa pesante, in una mistura che già potete immaginare, qui incontro le camerate. Quattro di loro sono rimaste a letto e riceveranno la merenda lì, due dormono, una si lamenta e la quarta è attaccata a dei tubi. Le vedo dalla porta senza entrare. In una seconda camerata ci sono le inferimere che stanno cambiando le lenzuola e nell’ultima sala una televisione parla da sola, una decina di altre pazienti disposte in circolo mi fissano. Ci sono due bambole su un tavolino di cui una di colore. Il pavimento è bagnato e dal soffitto penetra acqua. Tutte portano le pantofole e i calzini colorati, vestaglie, gambe bianchissime. Le saluto senza ricevere troppa attenzione e torno verso la musica.
Qui c’è Angelica, i suoi occhi sono vispi e attenti e sembra ancora non far parte di quell’ambiente, mi ci siedo vicino e le faccio delle domande. Lei è contenta e, capirai, non vede l’ora di raccontarmi. Ma le sue risposte sono brevi e senza troppi giri di parole.
Angelica
è di Minas Gerais, 54 anni sposata con Mario, niente figli e una sola nipote che ogni tanto la viene a trovare.

Signora Angelica, c’è un momento in cui si è accorta che stava invecchiando. Un fatto in cui ha pensato “sto diventando anziana”?
Quando è morto Mario e sono rimasta da sola.

Perchè secondo Lei gli anziani sono importanti in una società?
Perchè hanno esperienza e saggezza. Gli anziani hanno già sbagliato e sanno dove correggere.

Qual è la giornata tipo dentro la casa di riposo? Cosa fate?
C’è la televisione. O si guarda la TV oppure si chiacchiera. C’è qualcuna che è più colta e ha studiato (col dito mi indica una professoressa) oppure si prega, c’è la chiesa l’hai vista? Ma io non ci vado perché non sono cattolica.

Signora Angelica, secondo Lei si vive meglio oggi o ai suoi tempi?
Alla mia epoca c’era più rispetto per i genitori e gli amici però adesso si vive meglio di prima.

Conosce facebook, whatsapp, internet, il web, skype per caso?
(
Ride) Lo conosco perché le usa mia nipote quando viene a trovarmi ma non lo sò usare il telefono. (Ridiamo insieme) Mia nipote mi ha detto di andare a vivere con lei ma io non voglio essere un problema preferisco stare qua che le suore sono brave e si mangia bene.

Qual è l’insegnamento più importante che vorrebbe lasciare a sua nipote?
Lei già lo sa. Sa quali sono le cose buone e le cose brutte. Io non le devo dire niente.

Qual è il più bel ricordo che ha della sua vita, Angelica?
Gli occhi si bagnano e luccicano. Quegli occhi di chi l’ha vissuta e sa di essere da sola all’ultimo giro di boa.
L’amore di Mario. Io penso che neanche me lo meritavo. Era buono
e mi amava. Lui aveva due figli già con un’altra moglie. Loro vivono lontano. Mario era rispettato e lo conoscevano tutti.

Che cosa si augura per il futuro delle nuove generazioni?
Mi auguro che possano vivere bene, con rispetto, lavorando e con la possibilità di studiare.

La ringrazio tanto e la lascio ascoltare gli amici suonare. Vado a farmi un altro giretto in sala e incontro Marcus, nipote di una paziente e che oggi è venuto a trovare la nonna. Viene a visitarla quasi tutte le Domeniche, è molto affezionato e mi dice che la scelta di collocarla in questa struttura è stata difficile. È pesante, perchè è cresciuto andando a pranzo le Domeniche da lei e adesso deve venire qui. La cosa più difficile, mi dice, è quando deve salutarla perché lei gli chiede sempre “quando torno a casa?” e lui mi guarda e ci capiamo senza troppe spiegazioni.
Prima di andare a fare merenda voglio tornare nella camerata dove c’erano le infermiere, voglio sapere delle cose da loro. Una si chiama Rosi e l’altra Isabela e stanno chicchierando sedute su un letto di una paziente. Appena arrivo le saluto e subito riconoscono un portoghese non consono. Isabela è molto calma mentre Rosi sembra essere più attiva nella conversazione, mi raccontano che è un lavoro che amano, lavorano per 12 ore e poi riposano un giorno intero. Inizialmente è stato pesante ma con il tempo hanno smesso di commuoversi e immunizzato il lato intimo e della compassione.
Rosi mi dice che purtroppo è la vita e bisogna ringraziare che esistono e resistono ancora queste strutture in grado di accogliere gli anziani. Ai loro figli non piace che lavorino come infermiere in quaest
e Case di riposo, Isabela mi racconta che suo figlio è andato a trovarla una volta ma che probabilmente non ci entrerà più. Da loro più che altro vorrei sapere una cosa: “se un giorno i vostri genitori finissero in queste condizioni, li collochereste in una Casa di riposo?”
Non ci pensano due volte e mi rispondono entrambe di NO, secco e ben chiaro e si augurano che i loro figli possano accudirle come loro fanno com queste nonne, zie, una volta mogli bellissime e cuoche di innumerosi pranzi domenicali.
Quando le saluto, nel refettorio già hanno iniziato la merenda, sedute ai tavoli le “ragazze” mangiano i dolci e bevono caffelatte preparato da Suor Carmela, la peruviana. Prima di andarcene a casa, dopo questa incredibile Domenica, penso che in fin dei conti esiste un sottile strato di film trasparente appena percettibile che separa le cose brutte del mondo a un grande amore umano; l’ho visto negli occhi delle infermiere, della suora, di Marcus, della Signora Angelica e dei ragazzi che hanno organizzato questa iniziativa. Saluto tutti e ringraziamo per l’accoglienza quando improvvisamente arriva Angelica e mi domanda
“quando ci rivediamo?”
Marcus aveva ragione…penso che una risposta non c’è o se c’è è una cazzata!

Una delle cose che mi ricordano l’infanzia di paese è passare sulle margherite del giardino. È Maggio. Vicino l’angolo dell’entrata c’è un albero di arance e accanto una persiana vecchia che ha scolorito il colore in un verde assolutamente fantastico, quasi lo lascerei così per sempre. A sinistra, dopo il bosso (o busso), Zio Giulio mi raccoglieva le fragoline selvatiche e me le condiva con limone e zucchero. Ma la cosa più bella era aprire la credenza celeste dove c’erano, immancabilmente, i biscotti Gentilini. Zia Rita aveva una bottiglia di vetro di caffè d’orzo. Io riempivo il bicchiere e ci inzuppavo il Gentilino facendo molta attenzione a non farlo ammordibire troppo, bisognava lasciaro abbastanza duro per assaporarne il gusto suo e dell’orzo. Oggi Zia l’orzo non lo può più fare, ma per fortuna sta a casa.
Ad accompagnarla all’ultimo giro di boa ci ha pensato quella benedetta donna di mia madre.

Vecchi ci diventeremo tutti.

IMP: l’introduzione è un passo del formidabile Marcel Proust in Dalla parte di Swann, Les Petites madeleines

De Leo, la vita e le proiezioni ortogonali

Il professore più temuto del Liceo era Antonio De Leo.
De Leo era un uomo bassetto, mezzo calvo e i colori dei suoi vestiti si limitavano al verde militare, avana, beige, grigio e marroncino. Quando sono entrato al Liceo insegnava Tecnologia e Disegno Tecnico per il biennio e Storia dell’Arte per gli studenti del triennio. Era un uomo di grande cultura, una capoccia che immagazzinava informazioni e che le risputava dalla bocca, un lettore accanito e sicuramente, in passato, uno che viaggiava abbastanza.
Comunque era temuto e i primi due anni, insieme ai miei colleghi, passammo guai seri nel Disegno tecnico tanto che ho appena brutti ricordi e solo per squadrare il foglio avrei volentieri lanciato il compasso e anche qualcos’altro alla lavagna. Il biennio in Tecnologia e Disegno non prometteva bene e sembrava una faticosa pesante scalata.
Se la squadratura del foglio era come imparare il finlandese, le proiezioni ortogonali avrebbero mandato in tilt tutta la classe e, oltre a lanciare il compasso, avrei volentieri lanciato tutta la cartellina 2x2metri fuori dalla finestra.
Tredici anni dopo mi resi conto che tutto non era poi così difficile, cioè teoricamente non era complicato ma a livello pratico ho ancora i miei dubbi.
L’altro giorno facendomi i cazzi di una delle mie più grandi amiche, ho visto una pubblicazione con una frase che mi ha particolarmente colpito, ed era questa: “Lavori per comprarti la macchina per andare a lavorare”. Vista così non fa una piega e la frase ha un effetto impressionante che potrebbe lasciarti sconvolto e triste tanto da decidere di andare a lavoro anche in autostop tutti i giorni se fosse possibile. In quest’era che siamo tutti “professionisti” (mi permetto di citare di nuovo il mio ex barbiere) “lanciare” aforismi è cosa quotidiana e il povero soggetto che sta dietro lo schermo, forse un pochino sensibile e vulnerabile, è tramortito da una legnata morale.
Io ci ho pensato in autobus guardando fuori dal finestrino (apro parentesi l’autobus e il treno anche se fanno cagare sono nella top list dei migliori posti per i momenti contemplativi) e la frase a dire la verità fa un grande effetto, ti sollecita a pensare a cosa sia giusto o meno fare. Potrebbe essere il momento buono per dire “Basta! Da domani ci vado in autostop a lavoro!”.
Tra i miei vecchi articoli di viaggio ho sempre voluto rimarcare lo sforzo di adattarsi a qualcosa che per noi è nuovo, in modo tale da sentirsi il più vicino possibile a quel nuovo che è differente.
Proprio su queste due parole mi vorrei soffermare: adattamento e consuetudine. Sono due parole bellissime, a seconda del punto di vista, perché adattarsi significa essere capaci di adeguarsi a qualcosa di diverso che non è della nostra consuetudine. Adeguarsi a qualcosa che non è della nostra normalità richiede estrema forza di volontà e complimenti a chi ci riesce, mentre la seconda parola è abitudine che è bella/brutta, perché se da un lato rafforza le proprie radici, tradizioni e usanze, dall’altro lato, un abuso di questa, può causare una sorta di pigrizia intellettuale e corporale della serie “ci sò abituato!” (stereotipo ad elevato tasso di brutalità).
Ritornando alla frase che poteva scioccare chiunque, come detto, ci ho pensato abbastanza e ho furbescamente rigirato la frittata, come si dice dalle nostre parti, analizzando la situazione dall’altra parte. L’ho vista da una prospettiva differente invece che dalla solita e forse chi va a lavoro, e non ha la possibilità di andarci a piedi, deve comprarsi un mezzo di locomozione che gli permette di arrivare a destinazione, lavorare e con i soldi che si guadagna ci studia, ci compra le spezie per cucinare, ci compra i libri per leggere, ci viaggia per conoscere il mondo, ci compra gli scarponcini da trekking che ci va in montagna che è una passione che coltiva da sempre e che chi ha scritto quella frase sul muro forse non ce l’ha!
Dobbiamo imparare ad osservare tutto da posizioni diverse, questo ci permetterà di vedere le cose da più punti di vista che significa avere la possibilità di scegliere. Una visione frontale è diversa da una laterale o dall’alto, più possibilità di punti di vista abbiamo e più scelta a noi è concessa.
Ecco la frase presa in esame è effettivamente appariscente ma dipende dal punto di vista (“Dipende dal punto di vista” per esempio è uno cliché simpatico).
I miei disegni a De Leo facevano cagare, sbagliavo spesso la proiezione, le linee tratteggiate e quelle continue e il foglio era evidentemente lurido di cancellature. Faceva cagare anche a me. Di disegno non avrò imparato tanto ma della lezione forse ne ho appreso il senso:
-Le Proiezioni Ortogonali sono una tecnica di rappresentazione che consente di visualizzare un oggetto anche tridimensionale sul piano bidimensionale (il foglio da disegno). Si tratta di proiettare secondo tre punti di vista lo stesso oggetto, ortogonalmente (perpendicolarmente) a tre diversi piani, ottenendo così tre diverse viste, una dall’alto chiamata pianta, una frontale chiamata prospetto e una laterale chiamata profilo.
La vita è come una proiezione ortogonale che deve costantemente essere proiettata per non avere SOLO e sempre la stessa visuale.

Cinque giorni in paradiso

Uno degli stati più belli del Brasile è sicuramente quello di Rio de Janeiro. La mia considerazione è scontata e l’abbiamo sentita già diverse volte, ma dal vivo posso dirvi che Dio si è impegnato talmente tanto che ne sono venute fuori delle opere d’arte naturali incredibili. In autobus abbiamo attraversato lo stato di San Paolo e siamo arrivati in quello confinante di Rio de Janeiro, entrambe si affacciano sull’oceano e in autobus si percorre tutta la costa fino alla capitale carioca. Qui abbiamo passato il capodanno, in portoghese “reveillòn”, dove abbiamo avuto la possibilità di assistere, dalla spiaggia di Leblon, allo spettacolo pirotecnico che avviene in mare. Ho avuto la grande fortuna di passare uno dei capodanni più belli al mondo e non esistono molte parole per descrivere il momento né foto che possano dare un’idea dell’evento.
Il viaggio che vorrei raccontarvi però è quello che abbiamo fatto di ritorno da Rio; il litorale propone dei paesaggi costieri e delle piccole cittadine marine (cittadine termine poco adatto a definire quelle che qui chiamano “praias”) che si misturano alla vegetazione tipica amazzone e ad abitazioni proprie brasiliane. Paesini caratteristici in sequenza come Arraial do Cabo, Cabo Frio, Angra dos Reis, Paraty, Trindade, Buzios, Ilha Grande. La gente che incontriamo è la classica gente di mare, che vive di mare e di turismo, pelle bruciata dal sole e atmosfera piena di salsedine. Cocco gelato e ghiaccio in vendita in tutti i buchi possibili, il calore è forte e si toccano punte di 40 gradi. Sempre in costume e Havaianas. Classico.
L’autobus ci lascia in Conceição de Jacareì dove da qui prendiamo un’imbarcazione che ci porta ad Ilha Grande, un’isola. Il tempo è splendido e il sole batte forte sulle nostre teste, Clarice mi spalma 10 chili di protezione solare evitando spiacevoli scottature alla mia pelle trasparente. Mi rincuora sapere che sull’isola non ci sono banche, fast food, grandi marchi di moda e che la globalizzazione è rimasta momentaneamente dall’altra parte e speriamo che resti là.
Zaino in spalla partiamo alla ricerca della nostra “pousada” che ci ospiterà per 4 giorni, oltre agli abitanti locali mi accorgo della presenza massiccia di sudamericani ed in particolare argentini, infatti il nostro ostello è gestito da una famiglia argentina e ad accoglierci è Benjamin nativo di Buenos Aires.
L’isola è un’esplorazione continua e si ha la possibilità di conoscerla attraverso escursioni a piedi oppure in barca; diverse spiagge sono raggiungibili solo per mezzo di imbarcazioni e anche se il prezzo è corposo vale la vista e la visita, mentre le escursioni sono ben segnalate e divise a seconda della difficoltà.
Il primo giorno, muniti di spray antizanzare e panini-fatti-in-camera stile ciociaro, scegliamo di avventurarci sul sentiero T01 e T02 che dall’isola s’infila attraverso la foresta; l’escursione è abbastanza difficile soprattutto per il caldo e l’umidità che raggiunge livelli altissimi, ma lo sforzo fisico ripaga tutte le bellezze che s’incontrano durante il cammino, un’abbondanza di magnificenza che appaga lo spirito e che annulla lo sforzo fatto. L’escursione dura 4 ore per un totale di 12 chilometri in un misto di sali e scendi e sorprese ovunque: la praia preta (con sabbia di colore nero), un acquedotto attivo nel bel mezzo di una foresta, il mirante do pescador dove si può vedere il paesaggio dall’alto di una pietra gigante, il pozzo naturale. Nel bel mezzo della camminata, invece di tornare indietro, continuiamo sul sentiero T02 che aumenta la difficoltà e il percorso ma che ci porta ad una cascata (cachoeira da Feiticeira). Qui, distrutti dalla fatica, ci mangiamo una mela e ci lasciamo purificare dall’acqua che scende e batte su di noi. Che sensazione unica!
Tornando facciamo lo stesso cammino fino al ritorno alla spiaggia di Abraãozinho, qui ci areniamo in spiaggia tra un bagno e una meritata cerveja ghiacciata.
L’altro modo di visitare l’isola è raggiungere alcune spiagge attraverso il mare. Sull’isola molte agenzie offrono diversi tipi escursione in barca, noi decidiamo di spendere il nostro terzo giorno andando a visitare le “praias paradisiacas” ovvero veri e propri angoli di eldorado. La passeggiata occupa tutta la giornata dalla mattina alla sera per un totale di cinque praias. Posti visti solo in televisione che mi si materializzano adesso, a 28 anni: Praia do Dentista, così chiamata perché lì ci viveva un dentista che avrebbe voluto privatizzare la spiaggia tutta per lui, Lagoa Azul, Praia de Piedade dove c’è una piccola chiesa chiamata appunto Igreja da Piedade, Cataguas e Ilhas da Botinas o anche conosciuta come Isole gemelle perché identiche.

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Mi trovo in grande difficoltà nel tentare di spiegarvi cosa i miei occhi hanno visto, acqua incredibilmente trasparente, pesci e stelle marine, alberi di cocco, palme, barche e abitazioni in posti improbabili, qualcuno che cucinava gamberetti fritti in baracche improvvisate.
Forse stavo sognando.
Gli altri due giorni ci siamo dedicati alla conoscenza degli abitanti stessi. Abbiamo chiacchierato e curiosato sulla vita di un isolano, com’è vivere qui l’anno intero, di cosa campano, tradizioni, cucina e abitudini. Ci hanno spiegato che il periodo più prolifero va da Novembre ad Aprile ovvero d’estate, i prezzi in questa stagione aumentano e, come le formiche, separano quello che avanza per il periodo di bassa stagione. L’inverno le temperature si aggirano attorno ai 18-20 gradi e Ilha Grande è invasa dagli europei (che al contrario si trovano in piena estate). La vita si basa tutta sul turismo e il mare è la prima fonte di lavoro e anche il principale ingrediente della cucina. Il pesce è, manco a dirlo, favoloso. Pesce fritto o grigliato, gamberetti fritti con limão, insalata con cipolla, gamberi con formaggio e sempre accompagnati dal riso e infine la moqueqa di pesce, una specie di zuppa cucinata assieme a latte di cocco, pomodoro e peperoni.
Non è facile vivere su un’isola tutto l’anno, ma qualcuno ne ha fatto uno stile di vita e una via di fuga dal caos delle città. Questo è uno dei motivi principali per cui gli argentini vengono qui ad investire e lo stesso per cui Benjamin ha deciso di lasciare Bariloche per gestire una pousada in Ilha Grande.
Gli ho fatto qualche domanda per sapere di più al riguardo.
Benjamin ha 30 anni e si trova ad Ilha Grande da 10 mesi. È venuto qui già 3 anni fa ma per causa del visto ha lavorato nell’ostello solo per la stagione estiva alternando ritorni in Argentina. Mi racconta che ha scelto il Brasile per il clima e il paesaggio, la bellezza naturale che il Brasile possiede. In Argentina è freddo ed è possibile andare al mare solo d’estate. Lui viveva a 4 ore da Buenos Aires e ha abitato e lavorato per qualche anno a Bariloche. Il motivo per cui ha deciso di cambiare città è per avere una vita più rilassata. E qui l’ha trovata.
Gli chiedo se l’ostello è di sua proprietà ma lui mi dice che è di una sua zia che ha comprato un terreno dove ci ha costruito questa pousada, poi lei è andata via e adesso la gestisce lui insieme alla sua fidanzata e qualche cugino. Gli domando se hanno studiato in Argentina e lui mi dice che in realtà è fisioterapista e che la sua ragazza si occupa di problemi sociali in età infantile, ma che hanno deciso di lasciare per il momento questa strada per vivere in totale relax qui.
L’Argentina ha cambiato presidente l’anno passato e tra l’altro è di discendenza italiana, gli domando se molti connazionali vengono in Brasile per causa della situazione economica e lavorativa. Benjamin con molta sincerità mi dice che non segue la politica argentina e che, come posso vedere, non ci sono televisioni. I suoi genitori vivono lì insieme alle sue sorelle ma mai parlano di politica. Mi dice che ci sono molti argentini sull’isola che sono lì per il suo stesso motivo. Anche io, in altrettanta sincerità, gli chiedo se gli piace questa vita e se non si sente triste per aver studiato fisioterapia (stessa considerazione per la sua compagna). Lui mi dice che ama questa vita, riparare, fare dei lavoretti tutti i giorni ma ama anche quello per cui ha studiato per 6 anni. Spera di poter fare le due cose un giorno. Vorrei sapere da lui delle cose positive dei brasiliani e delle cose negative. Lui ride e mi dice che sono molto socievoli e sempre sorridenti e che hanno la mente rilassata, ma la stessa calma è una cosa negativa perché hanno i loro tempi molto molto lenti.
Prima di lasciarlo al lavoro che aveva sospeso gli chiedo cosa gli manca di più del suo paese. Lui mi guarda e giustamente mi risponde cose che avrei dovuto immaginare: la famiglia e gli amici.
Lo ringrazio e lo lascio andare a levigare una persiana di legno.
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Quando torno in camera mi sdraio sul letto e penso a come dev’essere la vita intera qui, ha i suoi pro e i suoi contro. Sono fortunato ad aver avuto la possibilità di conoscere questo paradiso naturale, essermi arricchito con un’altra esperienza e averlo fatto insieme alla persona che amo.
Sull’isola, quando piove forte, l’elettricità va via lasciando tutti senza luce. Ci si arrangia con dei gruppi elettrogeni oppure con delle lampade o delle vecchie candele. L’ultimo giorno una forte tempesta mi regala un’altra sorpresa, dalla spiaggia ho l’opportunità di vedere il mare illuminato dalle scariche di fulmini. È tutto sorprendente e maestoso.

Dio qui ha fatto un gran bel lavoro mi dico.

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Quel giorno dal barbiere

Il mio barbiere (ormai ex) è un tipo strambo e allegro. Nel mio paese è conosciuto da tutti e fa questo mestiere da tanto tempo. Io ci andavo fin da piccolo, mi ricordo di tutti i particolari; il camice con la tasca ricucita, i profumi a pompetta Floïd arancione e verde, i poster ingialliti con acconciature passate di moda, il rasoio, il borotalco per alleviare la rasatura, i flaconcini di frizione per capelli, una vecchia lattina di Fanta piena di acqua attaccata alla stufa. Anche se fa questo mestiere da anni a volte faceva degli errori. Io ci andavo solo per farmi radere i capelli tutti della stessa misura quindi, il mio taglio, non era impegnativo. Un giorno decisi che i miei soldi potevano essere risparmiati e così mi comprai un tagliacapelli elettrico di plastica a poco prezzo. La sera chiamai mio padre al difficile compito di sostituire il barbiere e lui, insicuro, accettò l’invito. Per chi non sapesse, l’apparecchio è costituito da una parte metallica fissa (che taglia a zero millimetri) e una parte mobile di plastica con le varie misure che possono essere regolate a nostro piacimento. Con mio padre decidemmo la misura e lui cominciò il lavoro partendo da dietro ma improvvisamente la parte mobile si staccò dalla macchina elettrica e la cagata si materializzò di conseguenza. Mio padre lasciò i capelli in quello stato e bestemmiando non si assunse le responsabilità del fatto liquidandomi di punto in bianco. Il giorno dopo non andai a scuola ma diretto al barbiere. Mi analizzò e con un sorriso ironico mi diede un ceffone morale che ancora oggi ricordo. In dialetto locale:
tutti professionisti site diventati! Mo pure parito fa jo barbiere. Allora aecchi che ci stonco a fa!”
Secco e deciso. Giustissimo. Aveva tutte le ragioni del mondo ed io dovetti andare a pregarlo per rimediare alla cagata.
Nel Giugno del 2015 in una lectio magistralis nell’Università di Torino, Umberto Eco scatenò un grande dibattito sull’uso dei social media affermando: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
L’irruzione dei social network è stata in questo senso imbarazzante, perché ha dato a chiunque il diritto di parola e la possibilità di dibattere su qualsiasi tema senza avere né arte né parte. Tutti hanno la possibilità di dire la propria da dietro una tastiera senza avere una minima base di conoscenza o senza nemmeno preoccuparsi di informarsi sull’eventuale problema del giorno. Questo fa malissimo alla società.
Mentre prima dell’anno zero dell’era tecnologica le chiacchiere restavano chiuse tra le quattro mura di un bar, adesso tutti possono condividere la propria opinione che appare su una piattaforma accessibile a tutti.
Attenzione, non sono assolutamente contro l’uso dei social media anche perché qualcosa di buono hanno dato alla nostra collettività digitale, sono invece intimorito dall’uso che se ne fa quotidianamente. E qui mi ricollego al fatto che quei pochi che prima chiacchieravano al bar e lasciavano il dibattito al bar, adesso hanno la possibilità di criticare, giudicare, azzardare e soprattutto condannare o meno un fatto, una persona, un popolo, la comunità intera.
E’ pericolosissimo. E infatti ci affidiamo sempre di più a quello che si dice in rete, solo che quello che troviamo è molto spesso effimero e privo di fondamento e solleva spesso polveroni di odi e disprezzi. Se ci fate caso siamo quasi tutti contro tutti. Tutti sono nel giusto e tutti stanno nel torto.
La cosa bella del web è che tutti possiamo partecipare senza distinzioni di reddito, professione, razza o religione, questo è bellissimo. Il web e i social sono aperti a chiunque, non esistono caste.
Ma allora cosa c’è di sbagliato?
Che anche gli imbecilli possono dire la loro, e più imbecilli ci sono e più è pericoloso perché chi è furbo può manipolarli e sedurli a proprio piacimento.
Cerchiamo di vedere la parte buona del web che ha permesso a tutti di accedere alla conoscenza in modo più rapido e facile, ma la conoscenza mal interpretata può essere nociva e avvelenarci e allora ecco che i furbi approfittano degli idioti.
Qualcuno potrebbe criticarmi perché accettare questo mondo digitale significa accettare tutto, pro e contro, verissimo, sono completamente d’accordo e condivido. Da parte mia non ho le facoltà di giudicare nessuno ma posso consigliare una cosa: bisogna sempre informarsi ed accertarsi di cosa si sta dicendo, ricercare e studiare tutti i punti di vista del dibattito e solamente quando si è certi allora dire la propria opinione. Ah! Senza mai perdere l’umiltà, che è ciò che contraddistingue l’essere umano, che sia dottore o contadino.
Se non facciamo delle distinzioni siamo tutti degli esperti del settore. Però il dottore fa un lavoro e il contadino ne fa un altro. E allora il discorso del mio barbiere non fa una piega.
Tutti professionisti site diventati!

Franco docet

Elogio al viaggio: una questione di cuore, testa e gambe

O viajante escolhe seus caminhos,
mas também é escolhido por eles.
Perante a incerteza, ele mira o horizonte
e segue as estrelas sem receios,
porque sabe que seu destino será bom”

Viaggiare è uno dei valori più profondi che esistano. Proprio così, io lo considero un valore. Il viaggio è una ricchezza intima incalcolabile, un’esperienza unica che ci eleva moralmente e ci insegna. Viaggiare educa e istruisce l’uomo al rispetto, alla condivisione, all’accettazione del prossimo il quale possiede tradizioni, abitudini, costumi, usanze differenti dalle nostre. Il fine ultimo di questa essenza è accettare, attraverso la scoperta, cose nuove e diverse da quelle che siamo abituati a vivere ogni giorno; avere la possibilità di provare cose che non appartengono alla nostra quotidianità e essere in grado di condividerle e ammetterle significa stare in pace con gli altri. Che poi è l’obiettivo finale della nostra vita e il principale motivo, invece, per cui siamo sempre incazzati tra di noi e facciamo tanta fatica ad accettare il prossimo.

Le mie considerazioni di oggi, però, sono focalizzate sulla differenza che separa il turismo dal viaggiare, tra “fare il turista” e “essere un viaggiatore” e mettere a confronto queste due figure che non hanno niente a che fare tra loro.
Il turismo è definito come l’insieme delle attività che le persone realizzano durante i propri viaggi in un luogo differente dal luogo in cui vivono, per un periodo di tempo, con scopo di istruzione o piacere. Nella bellissima definizione ci dimentichiamo anche tutte le varie attività che il turismo offre e tra lo scopo del piacere forse siamo andati un po’ oltre la definizione. Ma facciamo un passo alla volta. Il turismo è una macchina milionaria che fa del viaggio una merce, un prodotto da vendere. Qualsiasi cosa è diventata merce, tutto ha un costo ed un prezzo da pagare e meno la persona è curiosa più usufruisce di questa macchina spendisoldi. Il turismo ha lo scopo di vendere un prodotto, la persona o il gruppo di persone devono spendere e ricevere comfort, faticare il meno possibile, CONSUMARE e soprattutto visitare le cose che il “pacchetto” organizza. Il turista non deve uscire fuori dai binari e deve sperperare il più possibile in quel breve lasso di tempo.
Nell’ultima intervista del 2002, pubblicata sulla rivista Vita, sua maestà Tiziano Terzani definisce così il turismo: Il turismo consuma tutto. L’industria turistica è orribile non solo per fenomeni come la pedofilia e il mercato del sesso, ma perché ha creato una mentalità da prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo abitano pur di fare soldi”. Le città, i paesi, le strade diventano veri e propri negozi en plain air e si vende di tutto. Una prostituzione generale, esatto. Mi vengono in mente la Thailandia e la Repubblica Ceca (ma non solo) dove si è andati veramente oltre e al turista si offre di tutto. A buon intenditor…
Il turista che viaggia cerca le comodità, l’aria condizionata, da mangiare veloce e vicino, dormire con tutti i comfort possibili, non ha voglia di conoscere. Non ha curiosità nello scoprire cosa mangia quel popolo, come vive, quali tradizioni, non si sforza a capire la cultura del posto. Mi pare che voglia sentirsi a casa, fuori casa, e raccontare di aver visto quel posto girando in una barchetta per qualche giorno.
La seconda considerazione che mi viene in mente è l’insensibilità che ha creato, inevitabilmente, la globalizzazione. Questo secondo punto ha rivoluzionato negativamente il senso del viaggiare. Le persone vogliono continuare a sentirsi a casa stando altrove, questo ha creato una sorta di impoverimento nella persona e nel viaggio stesso; mangiamo le stesse cose di tutti i giorni, troviamo lo stesso shampoo che usiamo quotidianamente, stessi prodotti, cucine internazionali. Non dico che sia un malus ma questo ha fatto sempre di più inaridire la curiosità nel conoscere, nello scoprire. Penso alle grandi catene di fast food o le franchising di cibo, di abbigliamento, di trasporto, di prodotti. Penso a loro e all’uccisione del piccolo rivenditore locale. La morte della scoperta, la vittoria del conformismo.
Questa sorta di convenzionalismo ha portato ad un fenomeno contrario, ovvero i luoghi turistici hanno iniziato ad adattarsi alle volontà e ai bisogni delle persone anziché le persone adattarsi ai luoghi che visitano. Nella mia esperienza personale ho potuto constatare che si sta cercando di modellare, o meglio uniformare, l’architettura delle città, ma anche paesi di dimensioni minori, collocando le stesse catene di supermercati, di grandi marchi d’abbigliamento, di catene fast food, di affitta automobili e chi più ne ha più ne metta. Penso che tutti abbiate potuto osservare con i vostri occhi che si ha la possibilità di comprare la stessa maglietta nella stessa catena di abbigliamento, se si ha fame lo stesso hamburger, ogni città ha una strada importante e i negozi sono sempre quelli delle grandi firme e state tranquilli che non manca mai nessuno. Questo ha permesso che i grandi continuassero a crescere e “ingrassare” e le economie locali a soffocare lentamente. Anche in questo caso mi viene in mente Risiko, più inizi a vincere e più aumenta l’impero. Solo che lì è un gioco.
La terza considerazione riguarda le economie locali. Sempre più abbandonate a se stesse, sembrano Davide contro Golia. Piccoli contro grandi. Viaggiare significa appoggiare e favorire le economie locali, significa sperimentare cose nuove. Il viaggio ti da l’incredibile occasione di poter vedere, provare, sentire cose differenti. Per preparare un viaggio ci vuole impegno, fatica, organizzazione del tempo e dei giorni. Mentre il turismo ti offre un piatto già pronto senza il minimo sforzo, il viaggio deve essere pianificato; bisogna studiare cosa fare, dove andare, cosa visitare, cosa mangiare, bisogna studiare il popolo locale, quali abitudini hanno, le feste e cosa festeggiano, il turismo non pensa ai dettagli e tralascia i particolari. Organizzarsi il viaggio è bellissimo: fare delle ricerche, scrivere, prendere appunti, stamparsi una mappa, programmare l’avventura ma soprattutto ritornare soddisfatto.
Il cibo per esempio è una delle caratteristiche più importanti per conoscere un popolo. Per cibo intendo tutti i processi che portano al piatto finale: dalla storia, alla scelta del prodotto, al modo di cucinarlo, al modo di mangiarlo. Bisogna cercare di preferire, ma mi preme dire anche proteggere, i produttori locali. Viaggiare significa cercare di immedesimarsi con quel popolo nella maniera più vicina possibile in quei pochi giorni che si permane. Pensare di venire a Roma e preferire di mangiare hamburger invece di provare dei bucatini all’amatriciana è come bestemmiare. Vedere la città su quell’autobus aperto invece di passeggiare e faticare è tempo e soldi persi. La mia riflessione non riguarda solo il cibo ma può essere applicata per qualsiasi altro tipo di prodotto in qualsiasi altra città.
La mia quarta considerazione è mirata sull’uso della tecnologia. Non possiamo negare ci ha reso la vita più facile quando si viaggia ma bisogna stare attenti all’uso che se ne fa. Dal mio punto di vista continuo ad essere favorevole alla curiosità del viaggiatore nello scoprire, improvvisare e soprattutto interagire (in tutte le sue difficoltà) con la comunità locale. In questo ci vedo cose molto costruttive; comunicare o farsi consigliare dalle persone del posto aumenta la conoscenza della cultura. Farsi consigliare cosa o dove mangiare, per esempio, rende sempre felici tutti. Cerchiamo di fare a meno delle applicazioni dei nostri cellulari, non esiste niente di peggio di vedere valutazioni ovunque, si giudica tutto, si lasciano opinioni senza ragionarci, giudizi su ristoranti, pub, panini, prezzi e addirittura sulle persone, i commessi o i camerieri.
Una porcata! Siamo diventati tutti giudici, sembra un tribunale.
Nel viaggio ci vedo sempre l’esplorazione. Non c’è niente di meglio della realizzazione del viaggio, la concretizzazione attraverso i cinque sensi di cosa avevamo in mente prima di partire. Il turismo non le può mai capire queste cose.
Viaggiare ha la capacità di farti vedere quel luogo attraverso i tuoi occhi e soprattutto il tuo punto di vista, che è diverso dal mio e dal suo. Il viaggio riattiva ad ognuno di noi delle sensazioni diverse.
Viaggiare è un sentimento perché quando rivediamo una foto non abbiamo solo la possibilità di vederla ma anche la fortuna di riattivare tutti gli altri sensi che hanno immortalato quel momento.
Ogni viaggio è come un libro in più nella propria libreria, più ne hai e più sei ricco.

Be traveller, not tourist.

Garotas de Angola

Non si capisce la vera realtà delle cose fino a quando non la si affronta personalmente. Negli ultimi anni mi sono ritrovato a dover risolvere situazione burocratiche veramente antipatiche, una di queste è quella che riguarda la permanenza regolare in un paese straniero. La cosa è realmente pesante e da fuori non si ha la percezione di quanto sia difficile restare legalmente in un altro paese come un normale cittadino con i suoi diritti e doveri. Oggi più che mai, dopo che l’uomo è riuscito a raggiungere persino Marte, il problema dell’integrazione e dell’immigrazione è uno dei motivi principali di dibattito in qualsiasi angolo del globo.
Parlandoci chiaro l’immigrazione ne ha accentuati altri di problemi come l’odio sociale e razziale e mi pare che in generale si possa sentire la pesantezza nell’aria, come se qualcuno diverso da noi si stesse impossessando del proprio territorio.
Frontiera è una delle parole che più odio, borderline in inglese è il confine, la linea che demarca un territorio e lo separa da un altro. Il verbo separare fa già cagare di suo, immagina marcare il confine? Se lo passi potresti rischiare la vita, se superi la linea sei da un’altra parte, si segna il confine tra pezzi di terreno e molte volte, quando non ci si mette d’accordo, si finisce male. È una cosa negativa già in partenza.
Ma perché una persona o gruppi di persone vogliono passare il confine? Attraversare la frontiera? Lasciare il proprio territorio?
A nessuno piace lasciare e abbandonare la propria terra ma il più delle volte i motivi sono vitali e la maggioranza lo fa per fuggire da una situazione che lo danneggia sperando di trovarne un’altra che lo avvantaggi. Fuggire da una guerra, dalla povertà, da un governo opprimente e ingiusto ma si può anche emigrare per amore, per raggiungere dei discendenti, per lavoro o per trovare fortuna, una vita migliore.
Se si vuole entrare in un altro paese, però, le cose non sono facili e si devono affrontare molti ostacoli. Nella mia seconda intervista ho provato a fare qualche domanda a Marta, Isabel e Rosa, tre ragazze di colore angolane emigrate qui in Brasile. L’Angola è un paese africano di origine lusofona, colonizzato dai portoghesi insieme ad altri paesi tra cui anche il Brasile. I portoghesi già conoscevano la polvere da sparo mentre gli altri paesi ancora vivevano nudi e beati, la storia la conosciamo tutti e andata come è andata.
L’immigrazione angolana negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale e in Brasile rappresenta il terzo maggiore gruppo di rifugiati dopo Siria e Colombia. Più di 12.000 angolani vivono qui anche illegalmente.
Mi sento immigrato come loro tre, ma vedrete durante l’intervista che le persone hanno una visione di accoglienza e integrazione differente e cambia in base al colore della pelle, della provenienza e che non siamo razzisti a chi diamine lo volete far credere!

Innanzitutto ringrazio anticipatamente tutte e tre per l’intervista. Come vi sentite da immigrate qui in Brasile, siete ben accolte e integrate con la vita brasiliana? Avete le stesse libertà che può avere un normale cittadino?
Marta:
 Io sono nata in Brasile ma ho vissuto in Angola, posso lavorare e avere gli stessi diritti di un cittadino brasiliano. Frequento la Chiesa Metodista e questo mi aiuta molto nella vita quotidiana. Studio e vado all’università.
Isabel: Io anche studio fisioterapia in un’università privata e frequento la Chiesa Metodista. Non sono stata ben accolta, le persone ti guardano in maniera differente per il colore della pelle e perché sono nata in Angola. In classe ci sono due o tre ragazzi di colore e la maggior parte è bianca. In classe sia i professori che gli studenti hanno una percezione dell’Angola ancora antica e pensano ad essa come all’Africa intera. Vedono l’Africa come è mostrata dalla tv, ma per conoscere il nostro continente devi andare e viverci per un tempo come ho fatto io per il Brasile che inizialmente credevo fosse tutta altra cosa. Invece non è così.
Rosa: Io anche studio sono qui per studiare. Anche nella mia classe la maggioranza è bianca. Dello stesso colore della mia pelle c’è un ragazzo di Bahia, ma anche lui che è addirittura brasiliano è visto con occhio differente. Immagina! Io e Isabel abbiamo qualche difficoltà a causa del visto.
Eh io ne so qualcosa, dico ridendo e approvando con la testa.

Quale è il motivo principale che vi ha portato qui in Brasile e lasciare il vostro paese?
Tutte e tre sono d’accordo sulla risposta: lo studio. La voglia di conoscenza, l’università migliore e la possibilità di studiare. Siamo tutte e tre qui per laurearci e tornare in Angola, dice Marta.
I ragazzi angolani lasciano il loro paese soprattutto per studiare ed avere delle ottime possibilità di lavoro al ritorno al proprio paese. Esiste un accordo politico tra i paesi lusofoni e le lauree sono considerate valide senza doversi far riconoscere o rifare gli esami.

Avete subìto incidenti di razzismo a causa della vostra pelle o origine? Cosa pensate dei brasiliani, sono un popolo civilizzato in questo senso che sa integrare e integrarsi?
Rosa:
 Mmh tra virgolette! Ci sono alcuni brasiliani veramente incredibili, che porterò con me tutta la vita. Mi ricordo benissimo di quando sono entrata il primo giorno in università ed ero seduta da sola, la maggior parte guardandomi in modo molto strano. Due ragazze invece si sono avvicinate chiedendomi se stava tutto bene senza farsi nessun problema del colore della pelle. Sono le mie più grandi amiche che porterò con me quando tornerò in Angola, vorrei veramente che potessero venire a trovarmi.

Isabel: Ci sono delle bellissime persone ma ci sono anche altri che non accettano la situazione. Secondo me è anche un problema culturale e d’ignoranza, come dicevo molti vendono l’Angola come l’Africa malnutrita e sempre in guerra. A volte pensano che viviamo come gli indigeni.

Di cosa si occupano gli angolani emigrati a San Paolo? Fanno dei lavori umili (mi vengono in mente gli immigrati peruviani o boliviani che si trasferiscono qui) oppure occupano anche incarichi più importanti?
Marta:
 La maggioranza di loro sono venditori, hanno delle botteghe in centro, lavorano nel settore delle pulizie ma c’è anche qualcuno che lavora in banca o al consolato.

È molto importante per me questa intervista perché mi permette di vedere come le persone hanno dei pregiudizi e degli stereotipi stampati in testa che cambiano la prospettiva di osservare le cose; se una persona conosce un italiano, ride, domande cose sensate, porta rispetto e dice “ho conosciuto un italiano che lavora qui” mentre quando conosciamo un angolano o africano, le cose cambiano ed è come se calasse una barriera che impedisce di andare oltre, una barriera sociale, storica che ci porta a dire “ho conosciuto un angolano rifugiato qui a San Paolo”. Entrambe siamo immigrati e non abbiamo un visto, ma uno è europeo e l’altro è africano e prova a cambiare la mentalità di qualcuno. Macchè!

Cosa fate qui? Siete felici di quello che fate? Quali sono i progetti futuri?
Rosa:
 Studio Relazioni Internazionali che mi permetterà di studiare anche con imprese importanti là in Angola. Ma amo anche cucinare e ho un sogno di aprire un ristorante tutto mio.
Isabel: Io studio Fisioterapia. Il mio sogno per essere felice è aprire una clinica per poter aiutare i tanti pazienti. Mancano le strutture e il materiale in Angola.
Marta: Io studio Odontologia per un motivo divertente. Quando ero bambina mi facevano sempre molto male i denti, penso di aver passato talmente tanto dolore che è per questo motivo che vorrei aprire una clinica dentistica in Angola. Tra l’altro anche i miei familiari studiano medicina lì e sarei felicissima di poter lavorare tutti insieme.

Cosa vi manca di più della vostra terra? Sentite molta nostalgia?
Italiano, africano, brasiliano, russo o americano quando si lascia la propria terra i sentimenti sono comuni per tutti e non c’è razzismo che regga. Le capisco benissimo e condividiamo perfettamente le stesse idee ed emozioni.
Isabel scuote la testa e si vede che è delle tre la più nostalgica. 
Tento di essere forte e cercare di star bene ma non esiste una cosa migliore di un abbraccio della propria famiglia. Ma dobbiamo guardare avanti e studiare per finire l’università che è il nostro obiettivo per ripagare i sacrifici della nostra famiglia.

Marta: Mi manca la mia cultura, l’allegria, l’ambiente allegro.
In che senso? Le chiedo.
In Angola è sempre festa e la cosa che importa è stare allegri. Se ci fosse stato un evento come oggi, per esempio, ognuno di noi avrebbe portato degli strumenti per suonare e cantare. E soprattutto ballare.

Rosa: I miei amici, la mia famiglia. A volte all’università solo alcuni ti fanno sentire che sono veri amici. Ma bisogna andare avanti e finire gli studi.
Ride e le guardo il turbante in testa cercando di capire come fanno quel nodo.
Mentre siamo tutti insieme a chiacchierare mi accorgo che il tempo vola e mi preparo alle ultime due domande. Sono curioso di sapere cosa desiderano.

Cosa vi augurate per il vostro futuro e per quello dei vostri figli (per chi li vorrà avere ovviamente)?
Ridiamo tutti insieme! Mi sono accorto di essere stato abbastanza educato per tutta l’intervista così, quasi alla fine, rivelo il lato cafone chiedendo l’età a tutte e tre.
Due di loro hanno 21 anni e una 28, e comunque tutte vorrebbero avere dei figli.
Marta, Isabel e Rosa hanno un’unica risposta: speriamo che i nostri figli possano avere la stessa opportunità di laurearsi, avere una buona educazione scolastica e poter studiare. Stiamo studiando perché il nostro futuro e quello dei nostri figli sia buono. Ci auguriamo che possano avere delle opportunità che noi non abbiamo avuto. Noi ringraziamo la nostra famiglia che ci aiuta economicamente per continuare a studiare.
L’ultima considerazione mi lascia 
dubbioso, e questo dimostra che in testa ci sono stampati degli stereotipi tipo africano uguale zulu che vive senza soldi in una tribù. Invece le famiglie delle ragazze sono economicamente stabili in Angola e hanno la possibilità di aiutare le ragazze a studiare. Scopro, invece, una cosa molto interessante che la moneta locale si chiama Kwanza e che non possono convertire i soldi direttamente in Reais brasiliani ma devono prima cambiarli in Dollari e successivamente nella moneta brasiliana. Tutto questo perché il cambio Kwanza angolano-Real brasiliano è bassissimo.

Avete un desiderio che vi augurate per Natale?
Tutte e tre rispondono nuovamente insieme: SI, andare in Angola e festeggiare in famiglia. 

L’intervista finisce qui. È stata molto interessante ma soprattutto educativa e mi ha mostrato come, nel 2016, le persone hanno ancora un grande problema di accettazione sociale. La cosa che mi ha impressionato in particolare è che il problema è presente tra i giovani, all’università e le nuove generazioni non hanno una diversa visione della vecchia. Sull’autobus, in metro, a lezione, in strada ancora facciamo la distinzione tra pelle chiara e negra e gli sguardi raccontano quello che siamo. Ci bisogna lavorare molto su queste tematiche, in famiglia, a scuola, da bambini soprattutto. Ringrazio le ragazze per la disponibilità e le lascio, finalmente, cantare e ballare. Hanno portato dei turbanti e dei mantelli tutti colorati che fanno indossare anche a me, sembro arabo. Marta riuscirà a passare il Natale in Angola, Rosa la raggiungerà dopo le feste mentre Isabel non potrà realizzare il suo desiderio quest’anno a causa del visto.
Il nodo con cui fanno il turbante me lo spiegano tre volte ma non lo riesco a capire. Forse perché sono di razza bianca.
Alla prossima!

R. come Re Leone.

Oggi me ne sono ritornato all’Opera Sociale dove due anni fa sono stato volontario insieme a mio cugino. La struttura si trova nella favela di Heliopolis, stato di San Paolo, e ci sono tornato perché avevo voglia di rivedere i ragazzi e farmi riabbracciare da tutti. Volevo proprio essere coccolato. Qualcuno se ne è andato, altri sono rimasti, ci sono nuovi bambini che non conosco e i ragazzi di due anni fa stanno crescendo e si vede, psicologicamente e fisicamente.
Con quattro o cinque di loro, che formano lo zoccolo duro, ci sono veramente affezionato. Oggi, però, la mia visita ha uno scopo ben preciso: voglio fare qualche domanda ad uno di loro e capire la differenza tra un bambino cresciuto in una favela ed io, per esempio, che sono cresciuto in un paesino di montagna molto tranquillo.
I sogni, le passioni, le paure, i ricordi dei bambini non sono proprio gli stessi in tutto il mondo e purtroppo ci sono da affrontare situazioni pesanti sin da piccoli dipendendo da dove si vive.
Ho preparato alcune domande a R.M. (nome che tengo nascosto per ovvi motivi) e che oggi mi ha dato una grande lezione di vita. Ancora una volta sottolineo che i valori più importanti della vita non ce li insegnano all’università ma li troviamo nei posti e nelle persone più umili del mondo.

Nome e cognome, età, dove vivi e quanti fratelli hai?
L’intervista lo incuriosisce e parte a razzo.
 Mi chiamo R.M., ho 13 anni festeggiati il mese scorso e vivo ad Heliopolis. Ho sei fratelli (da parte di madre mentre non so se da parte di padre ne ho altri) e vivo assieme a mamma e alla mia sorellina più piccola di 9 anni.
Dove studi e quale scuola frequenti? Quale materia ti piace di più e quale no.
Frequento la scuola media V.d.I che si trova qui ad Heliopolis. Mi piacciono diverse materie ma inglese è quella che mi piace di più. Odio, invece, la matematica.
Hai una fidanzata?
(ride)…veramente devo rispondere a questa domanda? Ho una fidanzata ma lei non lo sa!
(rido pure io…namo bene?!)
Cosa pensi del Brasile?
Penso sia un buon paese per vivere ma non in questo momento. Con la crisi di adesso e i diversi problemi come la sanità o l’educazione e un presidente che s’importa poco di queste cose è un po’ complicato. Però è un paese bellissimo.
Heliopolis anticamente veniva chiamata favela, adesso è propriamente chiamata Comunità, cos’è per te la favela? Cosa significa?
La favela è dove ho i miei amici, ma ci sono persone da cui voglio stare lontano. Conosco diversi amici che frequentano situazioni pericolose. Avevo un amico di 15 anni che adesso usa droga e io mi sono allontanato da lui. Ho incontrato due ragazzi l’altro giorno della mia stessa età e uno stava gridando verso l’altro per di non averlo pagato. Cose così.
Cose così! Certo, penso tra me e me.
Ma dal mio punto di vista la favela ha un grande significato, la gente pensa che nella Comunità ci sono solo persone cattive o che fanno cose errate. Esiste ancora molto preconcetto. A me piace qui perché è tutto vicino, il campo per giocare, la bottega, gli amici.
Mmh capito.
 Mi diresti 3 cose positive di vivere nella favela e tre negative?
Resta qualche secondo pensieroso.
 Le cose negative: la droga che circola illegalmente, molti furti e la violenza. Le cose invece positive sono che ho tutto vicino casa, la maggioranza delle persone si rispetta tra loro e gli amici.
Eh gli amici sono una grande cosa dico ad alta voce in italiano.
R. cosa consiglieresti ad un ragazzo della tua età? E alla tua sorellina?
Io gli direi di fare quello che vuole, ma ci sono cose che non fanno bene e sicuramente non ti rendono una persona migliore. A mia sorella dico che può fare tutto ma non tutto le conviene. Lei sa cosa fare e cosa non fare.
Qui mi cita una frase della Bibbia e mi dice che anche la sorellina ha molta fede e partecipa alla vita religiosa insieme a lui. 
Se fossi un uomo ricco cosa faresti con i tuoi soldi?
Qualche tempo fa avrei risposto che aiuterei i poveri…ma è una bugia.
Me la rido perché viva la sincerità e l’ingenuità.
Prima di tutto aiuterei mia madre a comprare una casa nuova. Poi io stesso andrei a vivere in un’altra città, Norvegia o Inghilterra dove la vita è molto buona. Diventerei un impresario e comprerei le azioni del Manchester City o Bayern Monaco. Aprirei un’azienda. Continuerò ad avere contatto con i miei amici e se avessero bisogno di aiuto io sarò disponibile.
Quali città del mondo avresti voglia di visitare? Hai detto Norvegia e Inghilterra, e Italia cavolo?
Lui ride e quasi si scusa.
 Si si anche l’Italia è bella e Roma!
R. spiegami perché, secondo te, i genitori fanno delle stronzate anche da grandi?
Qui tocco un tasto dolente. Ma R. è talmente intelligente che ricevo una cinquina morale inaspettata.
Perché le persone continuano sempre a sbagliare, a fare errori. Ma l’importante è imparare dagli errori. Se una persona non impara dallo stesso errore o gli piace fare quella stronzata oppure è un asino. Hai visto il Re Leone?
L’ho visto da bambino, sì!
Ecco. Quando facciamo degli errori dobbiamo cambiare noi stessi e non ricommettere lo stesso errore. Nel cartone dice. “cambiare è cosa buona. Però non è facile”. Forse anche i più grandi hanno paura di cambiare e continuano a fare degli errori.
…ci resto impietrito e passo alla prossima domanda.
Visto che sta arrivando il Natale, cosa vorresti per regalo? e se dovessi toglierti qualcosa di tuo per donarlo a chi ha meno possibilità cosa gli daresti?
Anche qui non mi aspetto una risposta del genere e mi ricorda di quanto la mia infanzia sia stata bella e senza problemi.
Ehmmmm forse una X-Box. O meglio ancora, una cosa che Papà Noel (Babbo Natale) non mi ha dato che è la famiglia unita.
R. ha un cuore, una sensibilità e un’intelligenza fuori dal comune per un ragazzo della sua età.
Ho molti vestiti che non uso e li darei volentieri a chi ne ha meno di me.
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
Essere ricco e potente. Ahahah, Scherzo! Vorrei diventare ballerino o giornalista (senza toglierti nulla).
Ridiamo insieme e gli spiego che non sono giornalista, che mi piace tanto insegnare o lavorare nel mondo dell’editoria. Devi imparare bene l’inglese se vuoi fare il giornalista, gli dico.
Hai una persona a cui ti ispiri nella vita quotidiana?
Non mi piace ispirarmi ad altre persone perché mi piace essere differente. Non prenderei l’esempio dei miei genitori ne di altre persone.
E chi è la persona che ami di più della tua vita?
Mia madre, nonostante tutto quello che ha fatto.

L’intervista, o meglio la chiacchierata con R., dura un’oretta. Ha molti sogni da realizzare e molti ostacoli da superare. Ridiamo e scherziamo insieme e ci commuoviamo quando tocca tasti dolenti della sua vita, che io mai avrei immaginato durante la mia infanzia. Mi sono accorto che la distribuzione della giustizia umana è disomogenea e sproporzionata. Assolutamente!
Non mi sento di dare dei consigli, perché non ho le facoltà per farlo ma provo a raccontargli la mia storia e come nella vita è importante fare ciò che ci piace nonostante ci saranno difficoltà da superare. L’unica cosa che mi preme dirgli è di ascoltare tutti ma focalizzarsi sul solo proprio obiettivo e lottare per quello fino alla fine.
R. è contento perché è ora della merenda e perché il doposcuola è finito.
Io anche me ne vado a fare merenda con loro e poi me ne torno a casa. Su internet la sera mi guardo Il Re Leone, un capolavoro, i ragazzi dell’Opera Sociale faranno una recita teatrale per Natale proprio su questo cartone.
Non posso che concludere con una frase di Musafa:“per raggiungere quello che vuoi, devi guardare oltre quello che vedi.”