Che palle la scuola. Ma anche no!

La scuola, per me, non è mai stato un problema.
Sin da piccolo ho avuto la fortuna di studiare nella scuola del paese e devo dire che l’insegnamento era buono. Le basi per un buon cammino scolastico erano solide meno, tuttavia, dei paesi più grandi limitrofi a noi.
Comunque sono stronzate, perché se uno si impegna, è bravo anche se viene dal più piccolo buco del mondo. Sacrificio e impegno non hanno un indirizzo.
La fortuna di andare nell’istituto del paese è che hai la probabilità di conoscere la maggior parte dei compagni, ma anche avere la possibilità di andare a lezione a piedi.
Mi ricordo la primavera e il primo sole ma anche l’autunno e il casino di foglie che i platani lasciavano sull’asfalto; quando si faceva un bel mucchietto lo immaginavo come un pallone e le spazzavo via con un bel calcio.
Io a scuola ci andavo passeggiando tranquillamente. Il tratto era breve e rapido ad eccezzione di un pezzo di strada, quello che intimoriva tutti i bambini della zona.
Rio de Janeiro.
Dall’altra parte del mondo.
Anche a Rio i bambini a scuola ci vanno a piedi. Dovuto all’alto numero di studenti, le lezioni sono divise in due turni: la mattina e il pomeriggio. Nelle favelas le scuole rappresentano una salvezza per le famiglie, prima di tutto per dare ai propri figli un minimo di istruzione e poi per non lasciarli in strada a fare altre cose che non sto qui ad elencarvi.
Maria Eduarda lo scorso Aprile se ne stava a scuola godendosi l’ora che più di tutte amiamo: Educazione Fisica. Anche Maria Eduarda a scuola ci andava tranquillamente a piedi, solo che a Rio, quando vai a scuola, non si è sicuri di arrivarci e ne tantomeno di ritornare a casa. Quindi rettifico la cazzata, “tranquillamente” neanche per sogno!
Per capire meglio, è bene inquadrarvi la situazione: nel 2016 per ogni giorno di lezione 3 scuole (in media) hanno dovuto chiudere o sospendere le lezioni. Da Gennaio a Marzo 2017 in 22 giorni di lezioni gli istituti sono rimasti chiusi 65 volte lasciando 12mila alunni a casa. Sono numeri spaventosi se si pensa che si sta parlando semplicemente di scuola.
Non è solamente Rio ad avere questi problemi, mi vengono in mente tutti i paesi che oggigiorno sono in crisi di guerra o hanno gravi problemi sociali, ma la cosa che più intimorisce è il motivo per cui le scuole chiudono e il modo in cui possono morire dei semplici alunni.
Le scuole che ho sopraccitato non aprono per confronto tra fazioni di criminali o per confronto tra criminali e polizia. Confronto vuol dire “prendersi a fucilate” che qui è propriamente detto “troca de tiros”; ci si uccide per avere la superiorità del territorio, per vendetta, per fuggire o per continuare l’interminabile lotta tra guardia e ladri.
Immaginarsi di essere a scuola e dover fermare le lezioni perché fuori c’è uno scontro a fuoco, personalmente sono cose che ho visto solo nei film. Mi ricordo da noi le volte che ci fermavamo era perché fuori nevicava o, più avanti, scioperanti perché i termosifoni non fuonzionavano. Comunque qui succede quotidianamente e non è raro sentire dei colpi durante la lezione.
L’altra cosa preoccupante è il modo di morire, ovvero morire mentre si è a scuola, con i compagni, nel luogo che dovrebbe essere più sicuro del mondo. Non è assolutamente accettabile.
Perdere la vita per causa di qualcun’altro ma soprattutto trovarsi nel momento e nel posto sbagliato, le cosiddette morti per “bala perdida”, come vengono classificate qui.
Mi spiego meglio: durante un confronto a fuoco tra due parti, un proiettile di qualsiasi arma può colpire chiunque si trovi nei dintorni, ferendolo o uccidendolo (a seconda della fortuna o di Dio).
Il Brasile nel 2015 (fonte ONU) era il paese leader di morti causate per bala perdida, davanti ovviamente a Messico e Colombia (come sbagliarsi?!).
Morire per doversi trovare nel momento sbagliato al posto sbagliato è quello che è successo a Maria Eduarda, 13 anni, che se ne stava in palestra giocando a basket.
Due proiettili, provenienti fuori la scuola durante un confronto tra polizia e criminali, ne hanno deciso la vita, che doveva evidentemente terminare quel giorno.
Tutto questo per raccontarvi che andare a scuola può essere una rottura di palle ma conoscendo altre realtà, dobbiamo ritenerci fortunati (e tanto) a poterci andare e soprattutto ritornare a casa, tranquillamente.
Ecco io a scuola ci andavo a piedi e la cosa che più mi terrorizzava era Silvano, un tipo che raccoglieva tutto quello che trovava in strada e lo portava dentro casa. Aveva la barba grigiastra e un contenitore dove raccoglieva le cose raccolte con delle molle per fuoco (quelle del camino per capirci).
Mi ricordo che quel pezzo di strada davanti casa sua ce lo facevano correndo da matti, la notte il cuore ci arrivava in gola.
Questa era la mia unica paura. E per fortuna!

 

In memoria di tutti gli alunni andati e mai tornati

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