Ogni ruga ha la sua storia da raccontare

Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…”

Domenica non è un giorno come tanti. Alle 14.30 mi passeranno a prendere per andare a visitare delle persone importanti; capelli bianchi, giacchettino sulle spalle, bastone e tante rughe.
Ho sempre avuto un bel rapporto con gli anziani, forse perchè dalle mie parti ce ne sono tanti, forse perchè in un paesino come il mio ci si conosce tutti e si socializza di più. A me, comunque, stanno simpatici e raramente rifiuto una chiacchierata con loro.
I nonni non li ho conosciuti bene tuttavia ho avuto la fortuna di imparare molte cose importanti dalle mie nonne che, ancora oggi, sono in vita. Credo che pensassero di me come un registratore acceso e loro si sentivano in dovere di raccontare ogni volta qualcosa per poter protocollare tutto, i ricordi non dovevano essere perduti. Mi fa onore essere il mezzo di consegna per le altre generazioni. So cose di loro che dovrò ereditare ai posteri, ho un tesoro da
recapitare oltre a una grande responsabilità.
La senilità è il termine che indica l’età prossima al termine della vita, è la chiusura del ciclo prima di andarsene chissà dove, è una fase che volontariamente si lascia da parte in cui più tardi ci si pensa e meglio è. Ma arrivati ad un certo punto ci si deve fare i conti e molto spesso sono salati.
La senilità arriva pesante e ti mette con le spalle al muro, se Dio vuole la puoi affrontare accompagnato, fisicamente e mentalmente in buono stato, con l’aiuto della famiglia o degli amici ma, a volte, capita che ci arrivi da solo. Zoppicante, malato, gli ingranaggi della mente s’intoppano e quelli fisici si arruginiscono, non c’è nessuno a cui appoggiarsi e improvvisamente si rimane abbandonati. Io penso che la cosa più pesante sia questa: la solitudine.
Ecco, Domenica sono andato in una Casa di riposo per anziani, ho provato a dare una mano ad affrontare la solitudine che fino ad ora conoscevo per definizione sui dizionari che invece non è affatto astratta e si sente eccome, si può toccare e appunto sentire.
Gli amici brasiliani hanno fondato un gruppo che si chiama
Parças Solidarios, è un’organizzazione comunitaria nata per aiutare le persone più bisognose e Domenica mi hanno invitato ad andare nella Casa di riposo Lar da Nossa Senhora das Mercedes. I ragazzi hanno preparato uma merenda pomeridiana a base di ciambelloni, dolci, panini e caffè con latte. La Casa di riposo è un edificio grande e antico dove ci sono solo pazienti donne ed è gestito da appena sei suore della Congregação dos anciãos desemparados, una congregazione religiosa nata in Spagna e presente in tutto il Sudamerica e non. La Casa di riposo vive attraverso un piccolo finanziamento della Chiesa e per la maggior parte dalle donazioni dei fedeli e delle famiglie dei pazienti. Le suore sono aiutate da due infermiere che si danno il turno giorno e notte e l’edificio è evidentemente troppo grande per le poche persone che lo gestiscono.
Questo pomeriggio è stato suddiviso in due parti: si strimpellano alcuni pezzi di musica brasiliana e poi tutti insieme a fare merenda.
La platea che assiste al mini concerto è di sole “ragazze” con qualche ruga di troppo, tutte sembrano conoscere le canzoni e accompagnano tutt’altro che ritmicamente i suonatori. Io, quaderno alla mano, mi faccio un giro per studiare la struttura e individuare la donzella che risponderà alle mie domande.
Passeggio da solo mentre gli altri cantano, le sale sono grandi; per primo il refettorio con una decina di tavoli, successivamente in un’ampia cucina una donna con una pronunciata cifosi pulisce i piatti, man mano che continuo l’aria si fa pesante, in una mistura che già potete immaginare, qui incontro le camerate. Quattro di loro sono rimaste a letto e riceveranno la merenda lì, due dormono, una si lamenta e la quarta è attaccata a dei tubi. Le vedo dalla porta senza entrare. In una seconda camerata ci sono le inferimere che stanno cambiando le lenzuola e nell’ultima sala una televisione parla da sola, una decina di altre pazienti disposte in circolo mi fissano. Ci sono due bambole su un tavolino di cui una di colore. Il pavimento è bagnato e dal soffitto penetra acqua. Tutte portano le pantofole e i calzini colorati, vestaglie, gambe bianchissime. Le saluto senza ricevere troppa attenzione e torno verso la musica.
Qui c’è Angelica, i suoi occhi sono vispi e attenti e sembra ancora non far parte di quell’ambiente, mi ci siedo vicino e le faccio delle domande. Lei è contenta e, capirai, non vede l’ora di raccontarmi. Ma le sue risposte sono brevi e senza troppi giri di parole.
Angelica
è di Minas Gerais, 54 anni sposata con Mario, niente figli e una sola nipote che ogni tanto la viene a trovare.

Signora Angelica, c’è un momento in cui si è accorta che stava invecchiando. Un fatto in cui ha pensato “sto diventando anziana”?
Quando è morto Mario e sono rimasta da sola.

Perchè secondo Lei gli anziani sono importanti in una società?
Perchè hanno esperienza e saggezza. Gli anziani hanno già sbagliato e sanno dove correggere.

Qual è la giornata tipo dentro la casa di riposo? Cosa fate?
C’è la televisione. O si guarda la TV oppure si chiacchiera. C’è qualcuna che è più colta e ha studiato (col dito mi indica una professoressa) oppure si prega, c’è la chiesa l’hai vista? Ma io non ci vado perché non sono cattolica.

Signora Angelica, secondo Lei si vive meglio oggi o ai suoi tempi?
Alla mia epoca c’era più rispetto per i genitori e gli amici però adesso si vive meglio di prima.

Conosce facebook, whatsapp, internet, il web, skype per caso?
(
Ride) Lo conosco perché le usa mia nipote quando viene a trovarmi ma non lo sò usare il telefono. (Ridiamo insieme) Mia nipote mi ha detto di andare a vivere con lei ma io non voglio essere un problema preferisco stare qua che le suore sono brave e si mangia bene.

Qual è l’insegnamento più importante che vorrebbe lasciare a sua nipote?
Lei già lo sa. Sa quali sono le cose buone e le cose brutte. Io non le devo dire niente.

Qual è il più bel ricordo che ha della sua vita, Angelica?
Gli occhi si bagnano e luccicano. Quegli occhi di chi l’ha vissuta e sa di essere da sola all’ultimo giro di boa.
L’amore di Mario. Io penso che neanche me lo meritavo. Era buono
e mi amava. Lui aveva due figli già con un’altra moglie. Loro vivono lontano. Mario era rispettato e lo conoscevano tutti.

Che cosa si augura per il futuro delle nuove generazioni?
Mi auguro che possano vivere bene, con rispetto, lavorando e con la possibilità di studiare.

La ringrazio tanto e la lascio ascoltare gli amici suonare. Vado a farmi un altro giretto in sala e incontro Marcus, nipote di una paziente e che oggi è venuto a trovare la nonna. Viene a visitarla quasi tutte le Domeniche, è molto affezionato e mi dice che la scelta di collocarla in questa struttura è stata difficile. È pesante, perchè è cresciuto andando a pranzo le Domeniche da lei e adesso deve venire qui. La cosa più difficile, mi dice, è quando deve salutarla perché lei gli chiede sempre “quando torno a casa?” e lui mi guarda e ci capiamo senza troppe spiegazioni.
Prima di andare a fare merenda voglio tornare nella camerata dove c’erano le infermiere, voglio sapere delle cose da loro. Una si chiama Rosi e l’altra Isabela e stanno chicchierando sedute su un letto di una paziente. Appena arrivo le saluto e subito riconoscono un portoghese non consono. Isabela è molto calma mentre Rosi sembra essere più attiva nella conversazione, mi raccontano che è un lavoro che amano, lavorano per 12 ore e poi riposano un giorno intero. Inizialmente è stato pesante ma con il tempo hanno smesso di commuoversi e immunizzato il lato intimo e della compassione.
Rosi mi dice che purtroppo è la vita e bisogna ringraziare che esistono e resistono ancora queste strutture in grado di accogliere gli anziani. Ai loro figli non piace che lavorino come infermiere in quaest
e Case di riposo, Isabela mi racconta che suo figlio è andato a trovarla una volta ma che probabilmente non ci entrerà più. Da loro più che altro vorrei sapere una cosa: “se un giorno i vostri genitori finissero in queste condizioni, li collochereste in una Casa di riposo?”
Non ci pensano due volte e mi rispondono entrambe di NO, secco e ben chiaro e si augurano che i loro figli possano accudirle come loro fanno com queste nonne, zie, una volta mogli bellissime e cuoche di innumerosi pranzi domenicali.
Quando le saluto, nel refettorio già hanno iniziato la merenda, sedute ai tavoli le “ragazze” mangiano i dolci e bevono caffelatte preparato da Suor Carmela, la peruviana. Prima di andarcene a casa, dopo questa incredibile Domenica, penso che in fin dei conti esiste un sottile strato di film trasparente appena percettibile che separa le cose brutte del mondo a un grande amore umano; l’ho visto negli occhi delle infermiere, della suora, di Marcus, della Signora Angelica e dei ragazzi che hanno organizzato questa iniziativa. Saluto tutti e ringraziamo per l’accoglienza quando improvvisamente arriva Angelica e mi domanda
“quando ci rivediamo?”
Marcus aveva ragione…penso che una risposta non c’è o se c’è è una cazzata!

Una delle cose che mi ricordano l’infanzia di paese è passare sulle margherite del giardino. È Maggio. Vicino l’angolo dell’entrata c’è un albero di arance e accanto una persiana vecchia che ha scolorito il colore in un verde assolutamente fantastico, quasi lo lascerei così per sempre. A sinistra, dopo il bosso (o busso), Zio Giulio mi raccoglieva le fragoline selvatiche e me le condiva con limone e zucchero. Ma la cosa più bella era aprire la credenza celeste dove c’erano, immancabilmente, i biscotti Gentilini. Zia Rita aveva una bottiglia di vetro di caffè d’orzo. Io riempivo il bicchiere e ci inzuppavo il Gentilino facendo molta attenzione a non farlo ammordibire troppo, bisognava lasciaro abbastanza duro per assaporarne il gusto suo e dell’orzo. Oggi Zia l’orzo non lo può più fare, ma per fortuna sta a casa.
Ad accompagnarla all’ultimo giro di boa ci ha pensato quella benedetta donna di mia madre.

Vecchi ci diventeremo tutti.

IMP: l’introduzione è un passo del formidabile Marcel Proust in Dalla parte di Swann, Les Petites madeleines

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