De Leo, la vita e le proiezioni ortogonali

Il professore più temuto del Liceo era Antonio De Leo.
De Leo era un uomo bassetto, mezzo calvo e i colori dei suoi vestiti si limitavano al verde militare, avana, beige, grigio e marroncino. Quando sono entrato al Liceo insegnava Tecnologia e Disegno Tecnico per il biennio e Storia dell’Arte per gli studenti del triennio. Era un uomo di grande cultura, una capoccia che immagazzinava informazioni e che le risputava dalla bocca, un lettore accanito e sicuramente, in passato, uno che viaggiava abbastanza.
Comunque era temuto e i primi due anni, insieme ai miei colleghi, passammo guai seri nel Disegno tecnico tanto che ho appena brutti ricordi e solo per squadrare il foglio avrei volentieri lanciato il compasso e anche qualcos’altro alla lavagna. Il biennio in Tecnologia e Disegno non prometteva bene e sembrava una faticosa pesante scalata.
Se la squadratura del foglio era come imparare il finlandese, le proiezioni ortogonali avrebbero mandato in tilt tutta la classe e, oltre a lanciare il compasso, avrei volentieri lanciato tutta la cartellina 2x2metri fuori dalla finestra.
Tredici anni dopo mi resi conto che tutto non era poi così difficile, cioè teoricamente non era complicato ma a livello pratico ho ancora i miei dubbi.
L’altro giorno facendomi i cazzi di una delle mie più grandi amiche, ho visto una pubblicazione con una frase che mi ha particolarmente colpito, ed era questa: “Lavori per comprarti la macchina per andare a lavorare”. Vista così non fa una piega e la frase ha un effetto impressionante che potrebbe lasciarti sconvolto e triste tanto da decidere di andare a lavoro anche in autostop tutti i giorni se fosse possibile. In quest’era che siamo tutti “professionisti” (mi permetto di citare di nuovo il mio ex barbiere) “lanciare” aforismi è cosa quotidiana e il povero soggetto che sta dietro lo schermo, forse un pochino sensibile e vulnerabile, è tramortito da una legnata morale.
Io ci ho pensato in autobus guardando fuori dal finestrino (apro parentesi l’autobus e il treno anche se fanno cagare sono nella top list dei migliori posti per i momenti contemplativi) e la frase a dire la verità fa un grande effetto, ti sollecita a pensare a cosa sia giusto o meno fare. Potrebbe essere il momento buono per dire “Basta! Da domani ci vado in autostop a lavoro!”.
Tra i miei vecchi articoli di viaggio ho sempre voluto rimarcare lo sforzo di adattarsi a qualcosa che per noi è nuovo, in modo tale da sentirsi il più vicino possibile a quel nuovo che è differente.
Proprio su queste due parole mi vorrei soffermare: adattamento e consuetudine. Sono due parole bellissime, a seconda del punto di vista, perché adattarsi significa essere capaci di adeguarsi a qualcosa di diverso che non è della nostra consuetudine. Adeguarsi a qualcosa che non è della nostra normalità richiede estrema forza di volontà e complimenti a chi ci riesce, mentre la seconda parola è abitudine che è bella/brutta, perché se da un lato rafforza le proprie radici, tradizioni e usanze, dall’altro lato, un abuso di questa, può causare una sorta di pigrizia intellettuale e corporale della serie “ci sò abituato!” (stereotipo ad elevato tasso di brutalità).
Ritornando alla frase che poteva scioccare chiunque, come detto, ci ho pensato abbastanza e ho furbescamente rigirato la frittata, come si dice dalle nostre parti, analizzando la situazione dall’altra parte. L’ho vista da una prospettiva differente invece che dalla solita e forse chi va a lavoro, e non ha la possibilità di andarci a piedi, deve comprarsi un mezzo di locomozione che gli permette di arrivare a destinazione, lavorare e con i soldi che si guadagna ci studia, ci compra le spezie per cucinare, ci compra i libri per leggere, ci viaggia per conoscere il mondo, ci compra gli scarponcini da trekking che ci va in montagna che è una passione che coltiva da sempre e che chi ha scritto quella frase sul muro forse non ce l’ha!
Dobbiamo imparare ad osservare tutto da posizioni diverse, questo ci permetterà di vedere le cose da più punti di vista che significa avere la possibilità di scegliere. Una visione frontale è diversa da una laterale o dall’alto, più possibilità di punti di vista abbiamo e più scelta a noi è concessa.
Ecco la frase presa in esame è effettivamente appariscente ma dipende dal punto di vista (“Dipende dal punto di vista” per esempio è uno cliché simpatico).
I miei disegni a De Leo facevano cagare, sbagliavo spesso la proiezione, le linee tratteggiate e quelle continue e il foglio era evidentemente lurido di cancellature. Faceva cagare anche a me. Di disegno non avrò imparato tanto ma della lezione forse ne ho appreso il senso:
-Le Proiezioni Ortogonali sono una tecnica di rappresentazione che consente di visualizzare un oggetto anche tridimensionale sul piano bidimensionale (il foglio da disegno). Si tratta di proiettare secondo tre punti di vista lo stesso oggetto, ortogonalmente (perpendicolarmente) a tre diversi piani, ottenendo così tre diverse viste, una dall’alto chiamata pianta, una frontale chiamata prospetto e una laterale chiamata profilo.
La vita è come una proiezione ortogonale che deve costantemente essere proiettata per non avere SOLO e sempre la stessa visuale.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...