Elogio al viaggio: una questione di cuore, testa e gambe

O viajante escolhe seus caminhos,
mas também é escolhido por eles.
Perante a incerteza, ele mira o horizonte
e segue as estrelas sem receios,
porque sabe que seu destino será bom”

Viaggiare è uno dei valori più profondi che esistano. Proprio così, io lo considero un valore. Il viaggio è una ricchezza intima incalcolabile, un’esperienza unica che ci eleva moralmente e ci insegna. Viaggiare educa e istruisce l’uomo al rispetto, alla condivisione, all’accettazione del prossimo il quale possiede tradizioni, abitudini, costumi, usanze differenti dalle nostre. Il fine ultimo di questa essenza è accettare, attraverso la scoperta, cose nuove e diverse da quelle che siamo abituati a vivere ogni giorno; avere la possibilità di provare cose che non appartengono alla nostra quotidianità e essere in grado di condividerle e ammetterle significa stare in pace con gli altri. Che poi è l’obiettivo finale della nostra vita e il principale motivo, invece, per cui siamo sempre incazzati tra di noi e facciamo tanta fatica ad accettare il prossimo.

Le mie considerazioni di oggi, però, sono focalizzate sulla differenza che separa il turismo dal viaggiare, tra “fare il turista” e “essere un viaggiatore” e mettere a confronto queste due figure che non hanno niente a che fare tra loro.
Il turismo è definito come l’insieme delle attività che le persone realizzano durante i propri viaggi in un luogo differente dal luogo in cui vivono, per un periodo di tempo, con scopo di istruzione o piacere. Nella bellissima definizione ci dimentichiamo anche tutte le varie attività che il turismo offre e tra lo scopo del piacere forse siamo andati un po’ oltre la definizione. Ma facciamo un passo alla volta. Il turismo è una macchina milionaria che fa del viaggio una merce, un prodotto da vendere. Qualsiasi cosa è diventata merce, tutto ha un costo ed un prezzo da pagare e meno la persona è curiosa più usufruisce di questa macchina spendisoldi. Il turismo ha lo scopo di vendere un prodotto, la persona o il gruppo di persone devono spendere e ricevere comfort, faticare il meno possibile, CONSUMARE e soprattutto visitare le cose che il “pacchetto” organizza. Il turista non deve uscire fuori dai binari e deve sperperare il più possibile in quel breve lasso di tempo.
Nell’ultima intervista del 2002, pubblicata sulla rivista Vita, sua maestà Tiziano Terzani definisce così il turismo: Il turismo consuma tutto. L’industria turistica è orribile non solo per fenomeni come la pedofilia e il mercato del sesso, ma perché ha creato una mentalità da prostituzione. Si vende tutto di un luogo e delle persone che lo abitano pur di fare soldi”. Le città, i paesi, le strade diventano veri e propri negozi en plain air e si vende di tutto. Una prostituzione generale, esatto. Mi vengono in mente la Thailandia e la Repubblica Ceca (ma non solo) dove si è andati veramente oltre e al turista si offre di tutto. A buon intenditor…
Il turista che viaggia cerca le comodità, l’aria condizionata, da mangiare veloce e vicino, dormire con tutti i comfort possibili, non ha voglia di conoscere. Non ha curiosità nello scoprire cosa mangia quel popolo, come vive, quali tradizioni, non si sforza a capire la cultura del posto. Mi pare che voglia sentirsi a casa, fuori casa, e raccontare di aver visto quel posto girando in una barchetta per qualche giorno.
La seconda considerazione che mi viene in mente è l’insensibilità che ha creato, inevitabilmente, la globalizzazione. Questo secondo punto ha rivoluzionato negativamente il senso del viaggiare. Le persone vogliono continuare a sentirsi a casa stando altrove, questo ha creato una sorta di impoverimento nella persona e nel viaggio stesso; mangiamo le stesse cose di tutti i giorni, troviamo lo stesso shampoo che usiamo quotidianamente, stessi prodotti, cucine internazionali. Non dico che sia un malus ma questo ha fatto sempre di più inaridire la curiosità nel conoscere, nello scoprire. Penso alle grandi catene di fast food o le franchising di cibo, di abbigliamento, di trasporto, di prodotti. Penso a loro e all’uccisione del piccolo rivenditore locale. La morte della scoperta, la vittoria del conformismo.
Questa sorta di convenzionalismo ha portato ad un fenomeno contrario, ovvero i luoghi turistici hanno iniziato ad adattarsi alle volontà e ai bisogni delle persone anziché le persone adattarsi ai luoghi che visitano. Nella mia esperienza personale ho potuto constatare che si sta cercando di modellare, o meglio uniformare, l’architettura delle città, ma anche paesi di dimensioni minori, collocando le stesse catene di supermercati, di grandi marchi d’abbigliamento, di catene fast food, di affitta automobili e chi più ne ha più ne metta. Penso che tutti abbiate potuto osservare con i vostri occhi che si ha la possibilità di comprare la stessa maglietta nella stessa catena di abbigliamento, se si ha fame lo stesso hamburger, ogni città ha una strada importante e i negozi sono sempre quelli delle grandi firme e state tranquilli che non manca mai nessuno. Questo ha permesso che i grandi continuassero a crescere e “ingrassare” e le economie locali a soffocare lentamente. Anche in questo caso mi viene in mente Risiko, più inizi a vincere e più aumenta l’impero. Solo che lì è un gioco.
La terza considerazione riguarda le economie locali. Sempre più abbandonate a se stesse, sembrano Davide contro Golia. Piccoli contro grandi. Viaggiare significa appoggiare e favorire le economie locali, significa sperimentare cose nuove. Il viaggio ti da l’incredibile occasione di poter vedere, provare, sentire cose differenti. Per preparare un viaggio ci vuole impegno, fatica, organizzazione del tempo e dei giorni. Mentre il turismo ti offre un piatto già pronto senza il minimo sforzo, il viaggio deve essere pianificato; bisogna studiare cosa fare, dove andare, cosa visitare, cosa mangiare, bisogna studiare il popolo locale, quali abitudini hanno, le feste e cosa festeggiano, il turismo non pensa ai dettagli e tralascia i particolari. Organizzarsi il viaggio è bellissimo: fare delle ricerche, scrivere, prendere appunti, stamparsi una mappa, programmare l’avventura ma soprattutto ritornare soddisfatto.
Il cibo per esempio è una delle caratteristiche più importanti per conoscere un popolo. Per cibo intendo tutti i processi che portano al piatto finale: dalla storia, alla scelta del prodotto, al modo di cucinarlo, al modo di mangiarlo. Bisogna cercare di preferire, ma mi preme dire anche proteggere, i produttori locali. Viaggiare significa cercare di immedesimarsi con quel popolo nella maniera più vicina possibile in quei pochi giorni che si permane. Pensare di venire a Roma e preferire di mangiare hamburger invece di provare dei bucatini all’amatriciana è come bestemmiare. Vedere la città su quell’autobus aperto invece di passeggiare e faticare è tempo e soldi persi. La mia riflessione non riguarda solo il cibo ma può essere applicata per qualsiasi altro tipo di prodotto in qualsiasi altra città.
La mia quarta considerazione è mirata sull’uso della tecnologia. Non possiamo negare ci ha reso la vita più facile quando si viaggia ma bisogna stare attenti all’uso che se ne fa. Dal mio punto di vista continuo ad essere favorevole alla curiosità del viaggiatore nello scoprire, improvvisare e soprattutto interagire (in tutte le sue difficoltà) con la comunità locale. In questo ci vedo cose molto costruttive; comunicare o farsi consigliare dalle persone del posto aumenta la conoscenza della cultura. Farsi consigliare cosa o dove mangiare, per esempio, rende sempre felici tutti. Cerchiamo di fare a meno delle applicazioni dei nostri cellulari, non esiste niente di peggio di vedere valutazioni ovunque, si giudica tutto, si lasciano opinioni senza ragionarci, giudizi su ristoranti, pub, panini, prezzi e addirittura sulle persone, i commessi o i camerieri.
Una porcata! Siamo diventati tutti giudici, sembra un tribunale.
Nel viaggio ci vedo sempre l’esplorazione. Non c’è niente di meglio della realizzazione del viaggio, la concretizzazione attraverso i cinque sensi di cosa avevamo in mente prima di partire. Il turismo non le può mai capire queste cose.
Viaggiare ha la capacità di farti vedere quel luogo attraverso i tuoi occhi e soprattutto il tuo punto di vista, che è diverso dal mio e dal suo. Il viaggio riattiva ad ognuno di noi delle sensazioni diverse.
Viaggiare è un sentimento perché quando rivediamo una foto non abbiamo solo la possibilità di vederla ma anche la fortuna di riattivare tutti gli altri sensi che hanno immortalato quel momento.
Ogni viaggio è come un libro in più nella propria libreria, più ne hai e più sei ricco.

Be traveller, not tourist.

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Un pensiero su “Elogio al viaggio: una questione di cuore, testa e gambe

  1. D’accordo su tutti i fronti.
    Mi ci sono s-cervellato spesso anche io, ma purtroppo ci sono processi che sembrano impossibili da fermare come altri in qualche modo collegati e destinati allo stesso destino. Sembra che solo toccando il fondo la nostra specie odierna sia capace di tali riflessioni ed azioni conseguenti, forse.
    Nel mio piccolo tento di non pre-vedere troppo i luoghi di destinazione prima di partire, auto-organizzarmi e possibilmente evitare gli specchietti per allodole e zone blasonate, anche se sempre più difficile.
    Saluti e buoni viaggi.

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